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Troppi bambini non vanno a scuola? L'Onu: fate meno figli

Il traguardo di garantire a tutti i bambini del mondo, maschi e femmine, di frequentare e completare almeno le scuole elementari è destinato con tutta probabilità a slittare ancora una volta. Il problema maggiore si riscontra nell'Africa sub-sahariana. L'Unicef, invece di rimproverare la politica locale, però, punta a un'altra soluzione: non far nascere i bambini.

Babatunde Osotimehin

Il 2016 volge al termine, siamo entrati nel quarto trimestre, è tempo di bilanci. Centri studi, fondazioni e organismi internazionali incominciano a divulgare i dati contenuti nei nuovi rapporti annuali sullo stato del mondo. L’Unesco, l’agenzia dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura, ne ha appena divulgati alcuni relativi alla scolarizzazione.

La brutta notizia è che il traguardo di garantire a tutti i bambini del mondo, maschi e femmine, di frequentare e completare almeno le scuole elementari è destinato con tutta probabilità a slittare ancora una volta. Avrebbe dovuto essere raggiunto lo scorso anno poiché faceva parte degli otto Obiettivi di sviluppo del millennio, il grande progetto di lotta alla povertà e alle discriminazioni varato dall’Onu nel 2000, con scadenza nel 2015. In realtà il numero dei bambini che non frequentano le elementari è stato a mala pena dimezzato, forse. Il nuovo progetto globale, gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, inaugurato nel settembre del 2015 dall’Assemblea generale dell’Onu, lo ha quindi incluso nei 17 punti da realizzare entro il 2030. Dopo un anno soltanto, però, l’Unesco avverte che, al ritmo attuale, l’obiettivo non potrà essere raggiunto prima del 2042.

Al momento gli stati più in difficoltà sono Niger, Sud Sudan, Burkina Faso, Afghanistan, Mali e Ciad: salvo uno, tutti paesi africani. Altri dati, pubblicati a settembre dall’Unicef, il fondo Onu per l’infanzia, confermano che l’Africa è il problema maggiore. Dei dieci paesi con le più elevate percentuali di bambini che non frequentano le elementari nove sono africani. Un caso emblematico è la Guinea Equatoriale. Il paese non è in guerra, finora è stato risparmiato dal terrorismo jihadista che colpisce altri stati dell’Africa sub sahariana. Dagli anni 90 produce petrolio e vanta un prodotto interno lordo pro capite da paese sviluppato: 21.056 dollari, di gran lunga il più alto del continente. Ha solo 800.000 abitanti. Eppure il 42% dei bambini non frequenta le elementari e questo lo colloca al 7° posto nella classifica dell’Unicef… che si limita a rimproverare i donatori e a sollecitare più aiuti internazionali invece di denunciare al mondo la famiglia Nguema, al potere dal 1968, prima con Francisco Nguema e, dal 1979, con suo nipote Teodoro che, grazie al petrolio, è il terzo più ricco capo di stato africano. 

Anche l’Unesco sorvola sulle responsabilità africane pur mettendo al primo posto la “cronica mancanza di finanziamenti destinati all’istruzione”: il problema – dice – è che oggi gli aiuti internazionali per l’educazione “sono scesi addirittura sotto i livelli del 2010”. Intanto la popolazione continua ad aumentare. A questo proposito, va detto che un’idea di come risolvere il problema della scolarizzazione e tutti gli altri relativi all’infanzia l’Unicef ce l’ha: non far nascere i bambini. Come è noto, il fondo da tempo destina parte delle proprie risorse a programmi di pianificazione famigliare e di salute riproduttiva: finalizzati alla diffusione di metodi e mezzi per evitare la procreazione, inclusi aborto e sterilizzazione. Un bambino non nato non si ammala, non deve essere protetto da abusi, non costa, non deve andare a scuola… non ultimo, non mette a rischio la vita della madre. 

“Se non rimane incinta, una donna non può morire di gravidanza” ha detto testualmente il 30 settembre Babatunde Osotimehin, direttore dell’Unfpa, il Fondo dell’Onu per la popolazione, commentando i più recenti dati sulla mortalità materna dopo un incontro con Yemi Osinbajo, il vicepresidente della Nigeria, paese in cui ogni giorno muoiono di gravidanza e parto da 100 a 120 donne. Ha poi spiegato che quindi la soluzione è incrementare l’accesso delle donne alla pianificazione famigliare. 

In Nigeria abita poco più del 2% della popolazione mondiale – 180 milioni di persone su un totale di quasi 7,5 miliardi – ma il 10% delle donne che nel mondo muoiono di parto sono nigeriane e il tasso di mortalità materna è di 560 su 100.000 nascite, uno dei più alti del mondo. Per un confronto, in Italia, Svezia e altri stati europei il tasso di mortalità materna è 4; in Israele scende a 2. Sale invece in Asia e raggiunge valori terrificanti in Africa dove 47 paesi su 54 registrano un tasso di mortalità maggiore di 100 e anche di molto, in 12 stati addirittura superiore a quello della Nigeria. In Somalia sono 850 le mamme che perdono la vita per dare alla luce un figlio, in Repubblica Centrafricana il tasso sale a 880 e in Ciad a 980. In assoluto il paese in cui è più pericoloso diventare madri è la Sierra Leone dove 1.100 donne muoiono di gravidanza e parto ogni 100.000 nascite. Mancanza di assistenza da parte di personale qualificato, condizioni sanitarie, igieniche, abitative pessime, malnutrizione, denutrizione, debilitazione causata da malattie croniche e ricorrenti, eccesso di fatica, inoltre per decine di milioni di spose bambine e bambine vittime di violenza sessuale la giovanissima età e per quasi 200 milioni di donne le mutilazioni genitali subite: questi e altri ancora sono i ben noti fattori da contrastare in Africa. Certo che – come sostiene il direttore dell’Unfpa – il modo più sicuro per non morire di parto comunque è non partorire. Ma se questo è diventato il modo di affrontare le sfide umane, allora ci aspettano tempi davvero molto difficili.