• ABRUZZO E NON SOLO

Terremoti e valanghe, il dolore innocente chiede una risposta

Se un Dio che ama gli uomini al punto di dare la vita per loro, permette il male, significa che il male deve giocare un ruolo fondamentale nel piano della salvezza, cioè per la mia felicità. Fuori da questa prospettiva il "mistero" diventerebbe un "assurdo".

Rigopiano

Siamo ancora tutti sotto l’impressione data dalle spaventose immagini che le televisioni hanno trasmesso a nastro in questi giorni: quella splendida fetta di Appennino in cui si incrociano Marche, Umbria, Lazio e Abruzzo, disseminata di borghi antichi, chiese, cascine, squassata ripetutamente ormai da più di sei mesi dal tremore continuo di un sottosuolo che pare irrimediabilmente instabile, è stata poi ricoperta di neve a metri, e ora sulla neve cade la pioggia, provocando valanghe e allagamenti. Come ben sappiamo, tutto questo ha causato decine di morti e feriti; ci sono migliaia di persone che soffrono, che vivono un disagio senza fine e una rassegnata disperazione.

In questi frangenti c’è bisogno di molte cose, importanti e urgenti. Ma fra le cose di cui c’è più bisogno, e per tutti, per coloro che sono colpiti in prima persona come per coloro che ne sono emotivamente coinvolti anche se a distanza, c’è bisogno di risposte circa il senso di ciò che accade; c’è una domanda, qualche volta esplicita, più spesso implicita, sui volti delle persone e in sottofondo ai servizi televisivi, ai dibatti, alle interviste: perché tutto questo? 

Se è normale non aspettarsi tentativi di approfondimento e di risposta da parte del sistema mediatico, che, essendosi votato ad una visione solo orizzontale del mondo, per ciò stesso non può che interrogarsi solo fino alle cose penultime, sarebbe invece assurdo che l’uomo di fede non affrontasse seriemente questo problema.

Per carità, sia chiaro che l’emergenza è l’emergenza e bisogna pensare anzitutto e tempestivamente ai moduli abitativi, agli spalaneve, ai soccorsi per chi è rimasto isolato, senza luce, senza riscaldamento, senza cibo. E questo lo dobbiamo fare tutti insieme, ciascuno secondo il ruolo e le possibilità… Ma fatto questo, insieme a questo, non dobbiamo dimenticare che noi credenti non possiamo fermarci a questo, perché l’essere umano ha bisogno anche di altro per ricominciare a vivere, a sperare, a ricostruire; ha bisogno non solo di aiuti economici e logistici, ma anche, anzi soprattutto, di un motore interiore, ha bisogno di dare un senso a ciò che fa per il presente e per il futuro, ha bisogno di motivazioni esistenziali.

E dunque torniamo alla domanda di senso, alla domanda, appunto, esistenziale sul perché accadono questo cose. È una domanda che apre due grandi temi: il rapporto tra il Creatore e la sua opera, e il rapporto tra la redenzione del mondo e la persistenza in esso del dolore.

1) Questo mondo non è nato così; Dio non lo ha creato così. L’opera è sempre una manifestazione del suo artefice: dunque un Dio perfetto non poteva che fare un mondo perfetto. Il mondo pensato, voluto e creato da Dio era un mondo in cui l’uomo poteva e doveva essere 

- in armonia con Dio, riconosciuto e amato quale Creatore e Padre; 

- in armonia con se stesso, perché la sua intelligenza, piena di luce e di verità, governava sapientemente la volontà; e la volontà, animata dall’amore per il bene, governava serenamente le passioni;

- in armonia con gli altri uomini, senza conflitti fra i sessi, senza ingiustizie, senza rivendicazioni, rivalità, invidie.

È un uomo che non doveva conoscere la malattia, la sofferenza, la morte.

E la natura? La natura era stata progettata da Dio per essere il giardino che accoglie l’uomo e in cui l’uomo si sente a casa. Era una natura in armonia con l’uomo, perché l’uomo era in armonia con Colui che l’ha fatta.

Ma questo mondo è stato ferito. Da subito, prima ancora che potesse dare corso alla sua bellezza, il mondo è stato travolto da un male invisibile e devastante sgorgato dal cuore dell’uomo: illusi e ingannati da Satana, i nostri progenitori, il primo uomo e la prima donna, hanno sentito che la presenza di Dio faceva loro ombra, hanno ritorto la loro libertà contro Colui che l’aveva loro donata, e hanno preteso di cacciare il Creatore dalla creazione; hanno follemente creduto di poter essere grandi, belli, potenti, allontanandosi da Colui che è la sorgente della grandezza, della bellezza, della forza, e si sono ritrovati brutti, miseri e tristi. Divenuto nemico di Dio, che pure continuava ad amarlo, l’uomo è entrato in guerra con se stesso e con gli altri: è un uomo drammaticamente ferito, che fatica a capire, a governare e curare se stesso e tanto più il prossimo.

E la natura? Il male uscito dal cuore dell’uomo è dilagato nel mondo. Questo mostro ha raggiunto e contagiato ogni atomo di ciò che era uscito bello e puro dalle mani del Creatore. La natura era stata fatta in vista dell’uomo, i loro destini erano misteriosamente ma profondamente legati, e così la rovina dell’uomo ha portato con sé lo sconvolgimento del mondo. Il peccato originale dell’uomo ha sovvertito l’ordine originale della creazione e ha prodotto un modo ferito nel quale l’uomo e la natura si fanno danno a vicenda. Nel momento in cui il Creatore ha messo nelle mani della più nobile delle sue creature il dono prezioso e delicatissimo della ‘libertà’ si è auto vincolato a rispettarne le tremende conseguenze.

2) Ma l’uomo e il mondo non sono abbandonati al loro destino: duemila anni fa Dio si è fatto uomo perché l’uomo, se lo vuole, e il mondo tornassero a Dio. Con l’incarnazione, la passione, la risurrezione del Verbo fatto carne si compie la redenzione dell’uomo peccatore e dell’intera creazione. Lo scopo della redenzione è squisitamente soprannaturale: è rendere l’uomo amico di Dio e quindi capace di dominare il peccato, anziché esserne dominato; ma non sarebbe stato assurdo aspettarsi che l’azione salvatrice di Dio si potesse estendere alla restaurazione della perfezione originaria per tutto il creato: niente più calamità naturali, niente più tormenti per il corpo e per lo spirito, niente più morte. Ma così non è stato. È il ‘mistero del male’ di cui parla la Bibbia e con cui si sono misurati i più dotti e santi Padri della nostra fede cattolica: il permanere del male, di tutti i mali, naturali e morali, nel mondo redento.

Perché questo? Diciamo anzitutto che il credente è colui che si fida di Dio. Se un Dio talmente amante degli uomini da farsi uno di loro, un Dio che ti guarda dalla croce e, muto, ti dice: “cosa potevo fare per te più di quello che ho fatto”, se un Dio così permette il male, significa che il male deve giocare un ruolo fondamentale nel piano della salvezza, cioè per la mia felicità.

E se mi pongo in questo atteggiamento di fiducia in Lui, qualcosa comincio a intravvedere: se Dio non ha eliminato totalmente il male dal mondo, significa che l’uomo può in qualche modo servirsene come strumento per raggiungere il bene, anzi il Bene sommo che è Dio stesso. Si compie un disegno meraviglioso e tremendo, e la passione di Cristo e la sofferenza degli uomini non trovano altro senso che questo: la conseguenza della ribellione dei nostri progenitori è trasformata da Dio nello strumento della redenzione per i loro discendenti. Come dicevamo, Dio prende molto sul serio la libertà dell’uomo, non cancella con un colpo di spugna le sue mostruose conseguenze, ma mostra tutta la sua sapienza e potenza nel fare ciò che solo Lui può fare: trasforma la croce in un ponte fra il Cielo e la terra, nella scala per il Paradiso. 

Con tutto ciò non ci nascondiamo il fatto che anche per i credenti, come per tutti, le tribolazioni di questa vita e specialmente la sofferenza degli innocenti, conservano la loro natura ‘misteriosa’ con cui dobbiamo fare continuamente i conti. Ma è evidente che fuori da questa prospettiva il ‘mistero’ si trasforma in un ‘assurdo’ e coerentemente occorrerebbe allora rinunciare, nella vita, a cercare uno scopo e un senso.

Al contrario, la nostra vita di uomini e di cristiani in questo mondo è ben rappresentata nel racconto evangelico della tempesta sul lago: Gesù sale sulla barca con i discepoli, indica a loro la mèta (“andiamo all’altra riva”) e poi si assopisce; tocca a loro decidere che rotta seguire, se usare i remi o le vele, se andare più piano o più forte. E anche quando arriva la tempesta, il Signore Gesù aspetta di essere chiamato per destarsi dal suo apparente sonno e placare il vento e il mare. Sì, perché Dio tollera molte cose, nella natura e nell’umanità, ma a un certo punto dice basta.