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Tasse: pagare meno per pagare (quasi) tutti

La pressione fiscale in Italia ha superato il 54%: uno dei livelli più alti al mondo. Per la politica le uniche soluzioni possibili sono la lotta all'evasione fiscale e l'aumento delle imposte. Ma forse ridurre le imposte, rendendo quindi più facile pagarle, darebbe risultati migliori.

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Gli ultimi dati vengono dall’ufficio studi della Confcommercio e parlano di una pressione fiscale che ha superato quota 54%, uno dei livelli più alti non solo d’Europa, ma del mondo. E il record sembra comunque destinato ad essere presto aggiornato  perché in autunno ci sarà da fare i conti con almeno cinque novità:

1) la nuova Imu, l’imposta sugli immobili che verrà “rimodulata” il che probabilmente vuol dire che non si pagherà più fino a un certo livello di reddito e di numero di figli, ma chi la dovrà tornare a pagare si vedrà un’imposta sicuramente maggiorata rispetto al passato;

2) il rialzo dell’Iva previsto per il primo luglio e poi rinviato: è molto probabile che venga scongiurato, ma è altrettanto probabile che il Governo dovrà inventare qualche “ritocco” fiscale pe compensare le entrate mancanti;

3) l’introduzione della Tares (Tributo comunale sui rifiuti e servizi) che sostituirà, ma appesantendola, la tradizionale tassa sui rifiuti;

4) sempre a livello locale sono da attendersi nuove maggiorazioni delle addizionali Irpef comunali e regionali;

5) la manovra di solidarietà: se ne parla ancora poco, ma gli uffici del ministero dell’Economia stanno lavorando alacremente dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimi i supplementi d’imposta sulle pensioni più alte decise dai Governi Berlusconi e Monti. La Consulta ha ribadito che le imposte non possono gravare solo su alcune tipologie di reddito ed ecco allora l’ipotesi che il cosiddetto “contributo di solidarietà” possa estendersi a tutta la platea dei contribuenti, ovviamente per quelli al di sopra di un certo livello di reddito. Attualmente l’aliquota Irpef più alta è del 43% e si applica sui redditi oltre 75mila euro.

Ma aumentare le aliquote di imposizione sui redditi più alti rischia di essere un’arma a doppio taglio. E’ singolare, per esempio, che in Italia i contribuenti che dichiarano più di centomila euro di reddito annuo siano solo lo 0,9% del totale, pari a meno di 400 mila persone. In Francia sono il doppio, in Germania più del triplo, in Olanda arrivano addirittura a quota 12 per cento. Queste differenze si spiegano solo in parte con l’evasione fiscale. Il fatto è che in Italia vi sono molti redditi esenti o soggetti, come quelli finanziari, solo alla ritenuta alla fonte. Oltre a un appiattimento delle retribuzioni medie maggiore rispetto agli altri Paesi. 

Il problema di fondo tuttavia è che la politica sembra continuare a pensare che le uniche soluzioni possibili per affrontare gli squilibri del bilancio pubblico siano la lotta all’evasione fiscale da una parte e l’aumento delle imposte dall’altra. Non c’è stato governo dal Dopoguerra ad oggi che non abbia annunciato iniziative straordinarie e ricavi supplementari dalla lotta all’evasione fiscale. Una battaglia giusta e doverosa che tuttavia dovrebbe costituire la normale attività di una sana e coerente amministrazione. Altrimenti l’effetto è quello delle grida di manzoniana memoria: continuare ad annunciare interventi contro l’evasione riesce solo a dimostrare che l’evasione continua ad essere un problema. Negli ultimi anni peraltro le tasse sono sempre aumentate e hanno ormai raggiunto i livelli dei paesi nordici, dove i servizi che lo Stato fornisce ai cittadini e alle imprese sono incomparabilmente migliori di quelli italiani. 

Non accenna a fermarsi infatti una continua rincorsa tra le spese dello Stato e le entrate fiscali che finora ha sempre visto la vittoria del partito della spesa. Nei dodici anni fra il 2001 e il 2012 le uscite del bilancio dello Stato sono passate da 536 a 805 miliardi, con un aumento del 50,1 per cento, un aumento nominale che tuttavia in termini reali, cioè tenendo conto dell’inflazione, diventa del  15,9 per cento. E' stata una crescita che peraltro ha avuto un effetto molto scarso sull'economia perchè ha riguardato esclusivamente la spesa corrente, salita da 485 a 759 miliardi annui, mostrando un incremento nominale del 56,5 per cento e reale del 20,8 per cento. Sono rimasti pressochè al palo gli investimenti, cioè le uscite per la realizzazione di nuove opere pubbliche e quindi per migliorare le condizioni operative delle famiglie e delle imprese. I tagli alle spese sono stati inversamente proporzionali alle parole spese: se ne è parlato molto e si è fatto molto poco. E il sistema fiscale continua ad essere il regno dell’incertezza e dei paradossi.

Gli esempi possono essere molti. Quello italiano è probabilmente l'unico fisco al mondo che impone una tassa sulla tassa: avviene per i carburanti così come per le forniture di elettricità e gas dove prima si impongono le accise e sull'insieme si calcola e si aggiunge l'Iva. Un altro record è quello degli acconti per i quali vengono violate anche le regole del vocabolario: per acconto si dovrebbe intendere il pagamento di una parte della tassazione, ma nessuno è riuscito a spiegare come sia possibile un acconto del 101% come quello deciso per quest'anno dal Governo per l'imposta sui redditi delle imprese. Un ulteriore esempio è quello dell'Irap, l'imposta regionale sulle attività produttive, un'imposta che contro ogni logica sociale, penalizza le imprese che hanno il maggior numero di occupati. Sul tema fiscale peraltro la realtà italiana è fatta più di eccezioni che di regole oltre naturalmente a una lunga catena di condoni e di amnistie fiscali (scudi sui capitali esportati illegalmente compresi) che hanno fatto da contrappunto alla lunga battaglia del fisco contro l'evasione. 

Le norme variano continuamente mettendo a dura prova commercialisti ed esperti contabili. Uno dei problemi più rilevanti è infatti quello dell'incertezza delle norme, un'incertezza dovuta non solo ai continui aggiustamenti, ma anche alle interpretazioni diverse che possono derivare da una stessa legge. Nasce così un contenzioso sui temi fiscali che risente anch'esso della più generale inefficienza del sistema giudiziario italiano. In media per un ricorso di fronte all'Amministrazione tributaria ci vogliono 823 giorni (più di due anni!), altri 617 sono necessari per un giudizio di secondo grado a cui se ne aggiungono ben 1521 per i ricorsi in Cassazione. In tutto otto anni con alla fine l'Amministrazione finanziaria che vince nel 60% dei casi: una percentuale che tuttavia dimostra che quattro imprese su dieci devono aspettare un'eternità per avere una sentenza favorevole e magari la restituzione delle somme ingiustamente versate.

Di fronte a questo sistema esoso, complesso e molto simile a un labirinto vi è l'eterno problema, già accennato, dell'evasione fiscale. Il valore esatto di quanto riesca a sfuggire alle maglie del fisco è impossibile da stabilire: le stime dei centri studi più accreditati vanno comunque dal 15 al 25% del Pil di imponibile "sommerso" a cui corrisponderebbero da 120 a 200 miliardi di euro di imposte che sfuggono al fisco. Le armi che il fisco ha messo in campo per combattere l'evasione fiscale sono state sempre più ampie ed incisive: si è passati dal redditometro allo spesometro, dagli studi di settore alla possibilità di controllare i conti bancari. Non si è mai messa in atto una strategia che avrebbe sicuramente risultati migliori: quella di ridurre le imposte rendendo nello stesso tempo più facile pagarle. Pagare tutti per pagare meno è lo slogan che il premier Letta ha rilanciato nei giorni scorsi. Ma tutti coloro che le tasse le pagano già, e tutte, chiederebbero invece di pagare meno. E forse pagherebbero se non tutti, almeno qualcuno di più.