• L'AVVERTIMENTO

Tagliare le tasse? Sì, ma l'Europa non farà sconti

A spegnere gli entusiasmi del governo italiano sulla riduzione delle tasse ha pensato ancora una volta la Commissione europea. Non pensi il governo italiano di ottenere altri sconti sulla flessibilità: l’Italia non potrà sforare il tetto del deficit e potrà finanziare il taglio delle tasse solo con risorse interne.

Il ministro dell'Economia Padoan

A spegnere gli entusiasmi del governo italiano ha pensato ancora una volta la Commissione europea. Sabato scorso il premier, durante l’assemblea nazionale Pd, aveva annunciato in modo roboante una “copernicana” riforma del Fisco, con cancellazione delle tasse sulla prima casa e di alcuni tributi sulle imprese. Le opposizioni avevano subito tuonato, denunciando la mancanza di coperture necessarie per quell’alleggerimento fiscale. Ieri da Bruxelles è arrivata l’ennesima doccia fredda: non pensi il governo italiano di ottenere altri sconti sulla flessibilità. Già nel 2014 l’Europa ha “scontato” sei miliardi di euro al Belpaese. Negli anni futuri l’Italia non potrà sforare il tetto del deficit e potrà finanziare il taglio delle tasse solo con risorse interne. L’Europa a trazione tedesca, quindi, non si schioda dal rigorismo e non intende incoraggiare gli sforzi nazionali tesi a stimolare i consumi riducendo le tasse e quindi lasciando più soldi in tasca ai cittadini.

Nel primo trimestre del 2015 il debito pubblico italiano è stato pari al 135,1% del Pil, vale a dire 2184 miliardi di euro, ben oltre il 60% previsto dai parametri europei. Dunque, non sussistono le condizioni per un altro strappo alle regole dell’Ue, dopo quello dell’anno scorso. Non ci saranno assist di incoraggiamento a Renzi per la manovra fiscale “epocale” da lui annunciata nei giorni scorsi e confermata anche dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Bruxelles, infatti, rimane guardinga nei confronti dell’Italia perché attende di vedere completato il ciclo di riforme messe in cantiere da Palazzo Chigi. Un esecutivo non legittimato da un voto popolare può pensare di strappare concessioni in sede europea solo se dimostra profondo spirito riformatore e riesce a dare seguito ai suoi solenni proclami. 

In ambito lavorativo (jobs act), nel settore dell’istruzione (buona scuola) e in quello dei sistemi elettorali (Italicum) i risultati si sono visti, mentre sulla riforma della Costituzione i tempi si stanno allungando e l’ipotesi di referendum confermativo del Nuovo Senato nel 2016 appare sempre più remota. Quella consultazione non potrà svolgersi prima del 2017 perché, per approvare l’abolizione del Senato elettivo e quindi del bicameralismo perfetto, ci vorrà più tempo del previsto. Ma l’ultima “bocciatura” europea per l’Italia arriva in una fase in cui si colgono segnali preoccupanti di regressione statalista nelle politiche governative. Il principio di sussidiarietà orizzontale (pubblico-privato) con conseguente valorizzazione delle realtà imprenditoriali private, in grado di offrire servizi pubblici secondo regole di interesse generale stabilite dal legislatore, sembra segnare il passo.

Nel nostro Paese aziende decotte sono state salvate con soldi pubblici senza auspicabili aperture al mercato e molti settori dell’economia continuano a rimanere saldamente nelle mani pubbliche. L’avvicendamento ai vertici di Cassa Depositi e Prestiti, fortemente voluto dal premier, conferma quanto sia tuttora prevaricante il ruolo di quel soggetto istituzionale, chiamato a entrare in tutte le partite più strategiche dei prossimi anni e quanto sia ancora marcata la tendenza dello Stato a ingerirsi nel funzionamento della macchina economica. E invece la strada dovrebbe essere opposta. Le privatizzazioni del patrimonio pubblico e l’apertura al mercato sono la strada obbligata per invertire la rotta, considerato il fatto che negli ultimi anni la spesa pubblica ha sempre saldamente superato il 50% del Prodotto interno lordo e che le tasse sono costantemente aumentate. Non solo, quindi, i tentativi di spending review sono sempre naufragati sugli scogli dei corporativismi e dei conservatorismi, ma anche la pressione fiscale, al di là degli annunci elettoralistici, non è mai diminuita, a prescindere dal colore politico dei governi. 

Illuminante in proposito è apparso il contenuto del rendiconto generale dello Stato per il 2014 elaborato dalla Corte dei Conti e presentato un mese fa, nel quale si denunciano i ritardi nei tagli alla spesa pubblica e si suggerisce di ridurre la quantità dei servizi pubblici gratuiti, che costano troppo e non appaiono più sostenibili per le casse dello Stato. «La ridotta natalità, il contemporaneo innalzamento dell’età media della popolazione e l’erosione dei livelli di occupazione», ha dichiarato il Presidente di coordinamento delle Sezioni riunite in sede di controllo, Enrica Laterza, «creano una combinazione sfavorevole, peraltro più accentuata che nella maggior parte degli altri Paesi occidentali, che non può essere affrontata con i mezzi tradizionali delle politiche di bilancio, mentre richiederebbe una revisione coraggiosa dei confini dell’intervento pubblico. É questo un punto di snodo che deve portare al centro dell’attenzione il fatto che un duraturo controllo della spesa pubblica può ormai difficilmente prescindere dalla questione del “perimetro” dell’intervento pubblico, con la necessità di riorganizzare alla radice le prestazioni e le modalità di fruizione dei servizi pubblici. 

Il recupero di efficienza degli apparati pubblici non può essere disgiunto da una maggiore partecipazione dei cittadini alla copertura dei costi di alcuni servizi, che richiederà, in primo luogo, una contestuale, rigorosa, articolazione tariffaria, che realizzi il precetto costituzionale (art. 53) della concorrenza alle spese pubbliche in ragione della diversa capacità contributiva. Si impone, in altri termini, una riorganizzazione dei servizi di welfare sulla base di una «riscrittura del patto sociale che lega i cittadini all’azione di governo».

Il messaggio è chiaro: uno Stato che dichiara di voler puntare sulla crescita e sulla riduzione del deficit non può continuare a sopportare i costi di un welfare ancora troppo esteso e deve ripensarsi, attraverso una massiccia dose di privatizzazioni e un disegno di progressiva corresponsabilizzazione dei cittadini nei processi di razionalizzazione dei servizi.