Suicidio assistito, le suore fanno causa allo Stato di New York
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Il 5 agosto entrerà in vigore una legge che obbliga anche le strutture religiose a favorire il suicidio. Quattro congregazioni di suore fanno causa allo Stato governato dai Dem. Con loro il vescovo Barres: «Non ci sottometteremo mai alla cultura della morte di New York».
Si può per legge obbligare qualcuno a partecipare a un atto contrario al proprio credo religioso e al diritto naturale? La risposta, secondo giustizia, è evidentemente no, ma nella pratica è quello che lo Stato di New York sta cercando di fare in relazione alla sua legge sul suicidio assistito. Si tratta di un testo firmato nel febbraio 2026 dalla governatrice Kathy Hochul, del Partito Democratico, e che entrerà in vigore il prossimo 5 agosto. Al netto delle deroghe, la nuova legge obbliga praticamente chiunque – comprese le strutture sanitarie gestite da congregazioni religiose – a partecipare in qualche modo alle procedure di suicidio assistito. Ma c’è chi non intende sottostare a questo diktat.
È così che quattro congregazioni di suore e monsignor John Barres, vescovo della diocesi di Rockville Centre (suffraganea di quella di New York), rappresentati da un team di avvocati del Becket Fund for Religious Liberty, hanno intentato una causa contro lo Stato di New York, che sarà ora oggetto dell’esame della competente corte distrettuale. Monsignor Barres e le quattro comunità religiose – le Suore carmelitane per gli anziani e gli infermi, le Piccole sorelle dei poveri, le Suore domenicane di Santa Rosa da Lima (o di Hawthorne), le Suore missionarie di San Benedetto – hanno spiegato che in ragione della loro fede cattolica non possono in alcun modo partecipare al suicidio assistito.
È di grande significato la ricostruzione storica che i ricorrenti – all’inizio delle 109 pagine del ricorso – fanno a sostegno della propria impossibilità a prendere parte a un atto intrinsecamente malvagio come il suicidio assistito. «Per secoli, i cattolici di New York hanno messo in pratica la loro fede prendendosi cura dei malati con dignità e rispetto, spesso a prescindere dalla loro capacità di pagare. Almeno dal 1849, quando Santa Elisabetta Anna Seton aprì il primo ospedale cattolico della città per assistere i newyorkesi in fin di vita durante l’epidemia di colera che colpì la città, tale assistenza è stata fornita attraverso istituzioni esplicitamente cattoliche guidate dalla fede religiosa al servizio del prossimo».
I ricorrenti, si legge nel testo della causa, «hanno messo in pratica l’insegnamento di vedere nei propri pazienti Gesù stesso», applicando questo principio: «Curare se possibile, e prendersi sempre cura». La fede cattolica, spiega ancora il ricorso, porta le suore ad accettare la morte come termine naturale della vita, perciò rifiutando tanto l’accanimento quanto l’abbandono terapeutico. Anziché premiare l’impegno di aiutare i più bisognosi, la causa sottolinea che lo Stato di New York sta mettendo le suore di fronte a un bivio: «O rinunciare alle proprie convinzioni religiose riguardo alla sacralità della vita, oppure andare incontro a multe e sanzioni ingenti».
La legge che entrerà in vigore il 5 agosto 2026 è intitolata, in perfetto stile da neolingua, Medical Aid in Dying Act (Legge sull’assistenza medica alla morte), che a sua volta si basa sui requisiti previsti da un’altra legge dello Stato di New York, la Palliative Care Information Act (Legge sull’informazione in materia di cure palliative), in vigore dal 2011, che obbliga i medici a dare informazioni non solo sulle cure palliative ma anche sulle opzioni di fine-vita disponibili per un paziente con una diagnosi di malattia terminale. Un fatto che conferma come i promotori dell’eutanasia – negli USA, come un po’ in tutto l’Occidente – stiano inquinando e infiltrando in varie forme il terreno stesso delle cure palliative e stiano costruendo, passo passo, un ordinamento che non si “limita” a permettere la morte procurata ma obbliga addirittura a parteciparvi. Del resto, il copione è in tutto simile a quello dell’aborto, con l’obiezione di coscienza costantemente sotto attacco.
Nello specifico dello Stato di New York, i ricorrenti lamentano che il combinato disposto delle due leggi sopra citate può obbligarli, pena sanzioni civili o penali, a una serie di situazioni contrarie alla loro coscienza, come ad esempio: fornire ai pazienti informazioni e consulenza riguardo al suicidio assistito; consentire ai propri dipendenti di partecipare alla valutazione dell’idoneità di un paziente a ricevere sostanze letali; indirizzare i pazienti verso operatori sanitari e strutture favorevoli ad aiutarli a suicidarsi; non poter intraprendere azioni disciplinari contro quei dipendenti che, violando i principi alla base dell’istituzione religiosa, dessero informazioni di questo tipo. E non è tutto, perché ci sono deroghe che non si applicano, tra i ricorrenti, alle Suore missionarie di San Benedetto e alla Casa di Riposo San Giuseppe, che in base al Maid Act devono consentire ai propri ospiti il suicidio all’interno delle loro strutture. Altra ricaduta possibile, anche qui variabile in base alle deroghe legate al rispettivo status giuridico, è quella di essere obbligati ad affermare il falso nei certificati di morte, cioè scrivendo che la morte sia sopraggiunta per la malattia e non per la sostanza letale assunta dal paziente.
La causa sottolinea che la nuova legge viola sotto cinque aspetti il Primo Emendamento della Costituzione, in particolare il libero esercizio della religione e la libertà d’espressione.
Insomma, ci sono le premesse per una lunga battaglia giudiziaria, nel solco di quelle che hanno contraddistinto questo primo scorcio del XXI secolo negli Stati Uniti, con singoli fedeli e intere congregazioni che hanno dovuto via via resistere (e ancora lo stanno facendo) a norme come il “mandato contraccettivo” approvato sotto Obama o ai vari “diritti” Lgbt. Di certo, i ricorrenti non hanno alcuna intenzione di mollare. «Non ci sottometteremo mai alla cultura della morte di New York», ha detto monsignor Barres, definendo il suicidio assistito «un grave fallimento morale» e aggiungendo: «Cristo, il Medico Divino, ci chiama ad accompagnare i malati e i morenti con compassione, non ad abbandonarli alla morte. Il tribunale dovrebbe proteggere questa missione millenaria». Parole chiare, di cui c’è un gran bisogno anche in Italia.
Elisabetta Seton, la santa di Wall Street
Il prossimo 14 settembre ricorre il 50° anniversario della canonizzazione di Elisabetta Seton, la prima persona nativa degli Stati Uniti a essere proclamata santa. Attratta dalla pietà di una coppia di amici italiani, si convertì al cattolicesimo. Fondò scuole e il primo ordine religioso statunitense.
