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Sud Sudan, salvo dall'islam, non dal tribalismo

Il Sud del Sudan, cristiano, ha subito uno dei peggiori genocidi di fine '900 ad opera del governo islamico di Khartoum. Nel 2011, dichiarata l'indipendenza, pareva che l'incubo fosse finito. Ma la guerra è scoppiata di nuovo.

Sudan del Sud

È guerra civile in Sud Sudan, scoppiata all’improvviso, ma annunciata da mesi se non da anni, e per altri milioni di cristiani si prepara dunque un Natale all’insegna dell’angoscia e della violenza, barricati in casa o rifugiati nelle chiese e nelle sedi delle Nazioni Unite. I morti si contano già a centinaia, gli sfollati a decine di migliaia.

Nel luglio del 2011, votando per la secessione dal Sudan, i cristiani dell’attuale Sud Sudan si erano infine sottratti al giogo spietato della leadership arabo-islamica al governo, che per mezzo secolo li aveva oppressi e perseguitati, fino allo sterminio (oltre tre milioni di morti su una popolazione attuale di circa otto milioni). Ma referendum, elezioni, l’adozione di istituzioni formalmente democratiche non li hanno salvati dall’eredità culturale e politica che condividono con il resto del continente – il tribalismo – e dalla piaga – la corruzione – che in Africa imperversa sprecando immense risorse naturali e umane.

Quel che adesso sta succedendo si è temuto e anzi previsto fin dall’inizio, non appena è stato evidente che l’etnia Dinka, guidata da Salva Kiir Mayardit, avrebbe approfittato del fatto che il suo movimento armato, l’Spla, era stato il principale avversario del governo centrale durante la lunga guerra civile, e nel 2005 aveva trattato con Khartoum i termini dell’Accordo globale di pace, per assicurarsi il controllo delle istituzioni politiche. L’Spla, divenuto partito con la sigla Splm, ha assunto la leadership dopo l’Accordo globale confermando la propria supremazia in occasione delle elezioni generali del 2010, quando ancora la regione era semi-autonoma, aggiudicandosi il 90% dei voti e la presidenza, assegnata a Salva Kiir.

Che i Dinka accettassero di spartire cariche amministrative e politiche con le altre componenti etniche e sociali del paese a quel punto era una condizione necessaria di stabilità, pace e sviluppo economico. Ma così non è stato.

Monsignor Cesare Mazzolari, dal 1990 vescovo della città di Rumbek, figura autorevole e rispettata per la determinazione a rimanere accanto ai suoi fedeli anche nei momenti più difficili, aveva espresso più volte la sua preoccupazione per il futuro del nuovo stato: “se le altre etnie saranno escluse o mal rappresentate, non staranno a guardare”; e, invece, gli stessi clan Dinka – spiegava – si stavano disputando ferocemente le cariche amministrative e politiche.

L’etnia meno disposta a “stare a guardare” è quella Nuer, seconda per importanza nel paese. Alcuni ministeri e la carica di vicepresidente assegnata al suo leader, Riek Machar, non sono bastati ad appagarne le aspettative. Le tensioni tra Dinka e Nuer sono andate crescendo fino al punto di rottura raggiunto la scorsa estate quando Machar ha annunciato di volersi candidare alle prossime elezioni presidenziali, in agenda nel 2015. Il presidente Salva Kiir ha reagito togliendogli subito la carica di vicepresidente e da allora la situazione è rapidamente degenerata, trasformandosi il 15 dicembre in conflitto armato, con i militari divisi e gli eserciti di alcuni movimenti ribelli schierati con gli uni o gli altri, a seconda dell’appartenenza etnica.

Monsignor Mazzolari, in un’intervista rilasciata pochi mesi prima della morte improvvisa avvenuta il 16 luglio 2011, sette giorni dopo la nascita del Sud Sudan, si era inoltre detto certo che i  militari trasformati in leader politici mancassero delle doti di responsabilità e competenza di cui il Sud Sudan aveva bisogno. Anche in questo aveva ragione. Il paese ha acquisito tre quarti dei giacimenti di petrolio che facevano la fortuna del Sudan indiviso e i nuovi leader non hanno saputo resistere alla tentazione di mettere le mani sui proventi. Malgoverno e corruzione consumano risorse preziose che dovrebbero essere utilizzate nella realizzazione delle infrastrutture e dei servizi di cui il Sud Sudan è quasi del tutto sprovvisto. Un anno dopo l’indipendenza lo stesso presidente Salva Kiir parlava di “livelli di corruzione mai visti”, denunciando tra l’altro la scomparsa di un terzo dei proventi petroliferi – quattro miliardi di dollari – durante i sei anni trascorsi tra la firma dell’Accordo globale nel 2005 e l’indipendenza.

“Entrambe le parti (Sudan e Sud Sudan) – spiegava ancora Monsignor Mazzolari – in caso di secessione subiranno una prima fase di crisi economica. Ma la gente del Sud preferisce pagare il prezzo della povertà piuttosto che quello della libertà”.

Adesso il prezzo potrebbe diventare ancora più alto. Il presidente Kiir chiama Machar “profeta di sventura” e lo accusa di aver ideato un golpe con la complicità  di reparti dell’esercito Nuer. Machar definisce Kiir un “presidente illegittimo e bugiardo” che viola impunemente la costituzione perseguendo i propri interessi e quelli dei Dinka. Fermare le violenze ora che lo scontro ai vertici politici si sta trasformando in scontro etnico generale, presto fuori controllo, è quanto hanno chiesto i vescovi il 18 dicembre in un messaggio trasmesso dai mass media: “esortiamo i civili a restare calmi e a rimanere in posti sicuri. Quest’anno il Natale si preannuncia diverso da come ci aspettavamo”.