Studenti violenti, anche la scuola ha le sue responsabilità
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Di fronte al fenomeno della violenza degli studenti giusto richiamare alle responsabiltà della famiglia, ma anche la scuola non deve sottrarsi ad un mea culpa: è diventata cassa di risonanza delle parole d’ordine che, nella nostra società, sono esse stesse alla radice della violenza che si sta manifestando.
Ultimi giorni di scuola, classe prima della sezione professionale dell’Istituto Statale di Istruzione Superiore Galileo Galilei di Mirandola, in provincia di Modena, la lezione è appena iniziata: uno studente si avvicina alla cattedra e punta una pistola a pallini alla tempia del suo professore dicendogli “dammi le sigarette o ti sparo”. La pistola ha il tappo rosso, il professore capisce immediatamente che si tratta di un giocattolo e che lo studente ha solo “voglia di scherzare”, e anche per questo non si scompone; sequestra la pistola, che il ragazzo aveva preso dallo zaino di un compagno, lo sanziona con una nota disciplinare e lo accompagna in vicepresidenza. Sempre nello stesso Istituto, pochi giorni prima, durante uno dei due intervalli, s’era tenuto un incontro abusivo di pugilato con tanto di guantoni e di tifo…
Evidentemente non parliamo di vicende gravi come quella dell’aggressione violenta di gruppo di studenti ai danni di due insegnanti avvenuta il 21 maggio scorso, tuttavia la radice è la medesima, e si tratta di episodi sempre più frequenti. Insomma, una vera propria emergenza sociale.
Il quotidiano “Libero” ne ha voluto parlare con il Ministro Valditara. A giudizio del titolare del Ministero del Merito (ex istruzione), la responsabilità di questa deriva violenta dei giovani è innanzitutto delle famiglie, che – afferma - hanno “un ruolo decisivo. A loro parziale discolpa, riconosce che “anche questa istituzione è stata volutamente delegittimata”, tuttavia “nessuna istituzione potrà mai sostituirla completamente. I ragazzi hanno bisogno di adulti presenti, capaci di dare affetto ma anche di trasmettere regole, responsabilità e senso del limite”. Quelle stesse famiglie che, invece, da una parte non sanno più educare i giovani e dall’altra sono le prime ad avere perso quel rispetto verso i docenti che una volta erano considerati tra i massimi rappresentanti dello Stato: mai e poi mai i genitori avrebbero messo in discussione voti e provvedimenti disciplinari, considerandoli “maestri” dell’istruzione e della educazione. Mai e poi mai uno studente avrebbe scherzato puntando una pistola giocattolo alla tempia di un insegnante…
E’ una evidenza drammatica e fonte di enorme fatica per chi opera dentro la scuola: tanti genitori oggi difendono i loro figli sempre, senza se e senza ma, anche quando sarebbe necessario e opportuno appoggiare e convalidare le decisioni degli insegnanti, anziché assumere atteggiamenti di protezione e legittimazione.
Il Ministro lo dice apertamente: “Troppi genitori oggi si comportano come sindacalisti dei propri figli. Li difendono a prescindere, contestano gli insegnanti, impugnano i voti, negano l’evidenza”, alimentando nei giovani una vera e propria forma di sospetto verso qualsiasi autorità e producendo un “cortocircuito educativo gravissimo“.
E’ in questo contesto, in cui le regole non hanno più alcun valore e le giovani generazioni crescono senza mai ricevere un “no” all’interno delle mura domestiche che – sempre secondo Valditara – “a fronte di un “no” ricevuto a scuola per la prima volta, si arriva alla violenza che vediamo oggi“
Interessanti e importanti sono anche le considerazioni relativamente all’uso/abuso dei social e alla loro devastante influenza culturale, nonché al problema della “mancata integrazione” degli “italiani di seconda generazione”, spesso e volentieri protagonisti di questi episodi di violenza; per queste, si rimanda alla lettura integrale dell’intervista.
Accanto alle pur giuste e opportune valutazioni del Ministro, occorre però sottolineare anche le responsabilità della scuola stessa, in questa preoccupante e apparentemente inarrestabile deriva. La scuola è ormai, infatti, la principale cassa di risonanza delle parole d’ordine che, nella nostra società, sono esse stesse alla radice della violenza che si sta manifestando.
Progetti di ogni tipo – spesso vuoti contenitori solo di slogan ideologici - stanno togliendo sempre più spazio all’insegnamento e ai valori della nostra tradizione culturale; la smania della innovazione digitale rischia di disumanizzare sempre di più le relazioni, sia quelle fra alunni e docenti sia quelle fra gli studenti e le stesse materie di studio; l’inclusione di ogni tipo e ad ogni costo sta logorando il rispetto delle regole e il principio di realtà, esaltando ogni pretesa dell’individuo (vedi, ad esempio, la “carriera Alias”); la mancanza di proposte profonde di senso per la vita, al di là di un vuoto carrierismo e di un vago scientismo come soluzione di tutti i problemi, avvilisce e svuota i giovani dall’interno.
Certo, la situazione è complessa e di non immediata soluzione, ma il Ministero non può tirarsi fuori dal gioco delle responsabilità. E al di là delle condivisibili opinioni di Valditara, se si vuole mettere un freno alla violenza occorrerà anche ripensare al volto e al compito della scuola, che non può certo restare quella di oggi.

