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REGNO UNITO

Starmer si dimette, il fallimento del multiculturalismo inglese

Keir Starmer è il primo premier laburista che si dimette prima della fine del suo mandato. Ed è il sesto premier, in sette anni, che perde il posto nel Regno Unito. La crisi va oltre quella del suo partito Laburista. È una crisi del multiculturalismo.

Attualità 23_06_2026
Keir Starmer, discorso delle dimissioni (AP)

Il Regno Unito sta battendo diversi record, con le dimissioni di Keir Starmer dalla guida del Partito Laburista e la sua prossima uscita di scena come premier. Starmer lo ha annunciato ieri, lunedì 22 giugno. Rimarrà in carica come premier fino all’elezione del prossimo leader del partito, dunque, se non ci sono imprevisti, fin verso la metà di luglio.

Starmer aveva vinto le elezioni del 2024 con la seconda più ampia maggioranza dal secondo dopoguerra, con 411 deputati alla Camera dei Comuni contro 121 conservatori e 72 liberaldemocratici. Una maggioranza a prova di bomba, insomma, che non è bastata a fargli superare il secondo anno di governo. Si tratta, e anche questo è un record, del primo premier laburista che rassegna le dimissioni nel corso del suo primo mandato. Ed è (terzo record nella storia del dopoguerra britannico) il sesto governo in sette anni. Stiamo dunque assistendo al peggior periodo di instabilità politica.

Il motivo immediato delle dimissioni di Starmer è la ribellione del suo partito, alla comparsa di una prima alternativa appetibile. Il premier in carica era determinato a portare a termine il mandato, nonostante la bruciante sconfitta subita nelle elezioni amministrative di maggio, stravinte dal partito Reform, la nuova creatura del conservatore Nigel Farage (il padre ideologico della Brexit). Se già a maggio le pressioni per le dimissioni erano forti, con dimissioni di ministri e rivolta della metà dei parlamentari della maggioranza, almeno Starmer aveva modo di dire “dopo di me il diluvio”, non essendoci alcuna figura forte di riferimento della sua opposizione interna, in grado di subentrargli. Oggi l’alternativa c’è: il sindaco della Greater Manchester (l’area metropolitana di Manchester, la seconda città d’Inghilterra dopo Londra), Andy Burnham.

Non più eletto in parlamento dal 2017, due volte sconfitto nelle elezioni interne per la leadership del Partito Laburista, Burnham, almeno fino a pochi mesi fa, pareva essere il meno indicato fra i papabili successori di Starmer. Tutto è cambiato dopo le disastrose elezioni di maggio, con un Partito Laburista che ha la metà dei consensi di quelli che aveva raccolto nel 2024. E Burnham, nelle elezioni supplettive del 18 giugno, nel collegio di Makerfield (Manchester) ha battuto con un ampio margine di vantaggio Robert Kenyon di Reform, con il 54,8% dei voti contro 34,5%. Dunque è diventato lui l’uomo “capace di sconfiggere Reform”. Nei giorni successivi alla sua vittoria, il consenso per Starmer si è ulteriormente eroso, si è allargata la ribellione dei suoi ministri e anche quella dei parlamentari. Finché lo stesso premier non ha deciso, da solo, di togliersi di mezzo. Con un discorso molto mesto: «La domanda che il mio partito si pone ora è se io sia la persona più adatta a guidarci verso le prossime elezioni generali. Ho ascoltato la risposta del mio gruppo parlamentare a questa domanda e la accetto di buon grado».

Burnham non è solo il sindaco di una grande area metropolitana, ma è anche portatore di un nuovo “modello” di governo, che almeno a Manchester pare stia dando buoni risultati economici. È prima di tutto un decentratore: vuole attribuire agli enti locali e alle nazioni che compongono il Regno Unito molti più poteri di quanti ne abbiano ottenuti sinora con la Devolution. Poi è un sostenitore della mano pubblica: non disdegna di ri-nazionalizzare quanto la Thatcher e i suoi successori avevano privatizzato. Ma non necessariamente gli enti pubblici devono essere amministrati dal governo nazionale, considerando il suo localismo verrebbero affidati ai governi locali. La sua impostazione, “un socialismo favorevole alle imprese”, come lo chiama lui stesso, prevede comunque un aumento di tasse e di spesa pubblica. Alcuni aspetti più radicali del programma, come quello di accordare un “risarcimento” ai lavoratori che si sono visti allungare l’età pensionabile, sono stati probabilmente accantonati del tutto. Ma la sua politica prevederà, inevitabilmente, l’indicizzazione delle pensioni (adeguandole all’inflazione) e un aumento della spesa sociale e sanitaria. Con conseguente aumento delle tasse: la coperta è corta e Burnham promette di mantenere comunque una politica di pareggio di bilancio.

Se è abbastanza facile capire perché Burnham sarà il più probabile successore di Starmer, è molto più difficile comprendere le cause del disastro politico provocato in appena due anni dall’attuale premier. Non ha perso una guerra, non ha causato una crisi economica, non è rimasto vittima di eventi epocali come il Covid o la Brexit, eventi già passati e ormai relativamente digeriti. Starmer è rimasto vittima della stessa malattia politica che ha causato la fine anticipata di tanti suoi predecessori conservatori: Cameron, May, Johnson, Truss, Sunak. Nessuno di loro, tranne Sunak, è stato bocciato direttamente dall’elettorato in elezioni generali. Sono stati vittime del loro stesso partito, silurati per paura che la loro leadership non fosse all’altezza delle elezioni successive, dopo il crollo dei consensi misurato da sondaggi ed elezioni amministrative. Troppo comodo affermare (come gran parte dei commentatori dell’Ue) che questa estrema volatilità sia causata dalla Brexit. La Brexit semmai è un grande sintomo, non la causa dell’instabilità. La causa è la mancanza di coerenza di vedute fra l’elettorato e la classe politica eletta. I governi che si sono succeduti da Cameron in avanti, conservatori o laburisti che fossero, non hanno saputo interpretare la volontà dei loro elettori. La volontà della maggioranza, almeno dal 2016 in poi, è abbastanza evidente: è in corso una rivolta contro la globalizzazione, soprattutto contro i suoi aspetti più drammatici, dunque l’immigrazione illegale e lo scontro con culture che non si integrano nel tessuto sociale britannico. Una rivolta a cui la sinistra risponde con una reazione altrettanto rivoluzionaria, speculare e contraria: un multiculturalismo estremo che condanna l’Occidente e lo stesso passato britannico come causa dei mali sociali.

Sicuramente la mancata integrazione è un fattore importante. Sotto Starmer è emersa la dimensione incredibile delle violenze sessuali subite dalle ragazze del proletariato urbano inglese (il ceto normalmente rappresentato dai Laburisti) ad opera di bande di stupratori e sfruttatori immigrati, in maggioranza musulmani pakistani: fino a 250mila vittime, il tutto insabbiato da una polizia che temeva l’accusa di razzismo. La ciliegina sulla torta è stato il caso dell’uccisione dello studente Henry Nowak, in cui, sempre per la stessa paura, la polizia si è quasi resa complice dell’omicida, un indiano sikh, non credendo alla vittima e ammanettandolo nonostante fosse morente. Sotto Starmer, dai primi mesi, è scoppiata la violenza etnica, fra il proletariato urbano e il ceto medio britannici (tutti elettori potenziali del Laburismo) e gli immigrati, a seguito di atroci atti di violenza, da ultimo la tentata decapitazione di un irlandese a Belfast. E la risposta del premier è stata: non protestare (pugno di ferro contro i contestatori dell'immigrazione) e non parlarne neppure. Anzi, punire duramente chiunque ne parlasse, anche da privato cittadino: un singolo post sui social network, anche un semplice retweet di video degli scontri etnici, può comportare una visita a domicilio della polizia e un processo. Con Starmer, le leggi sul “linguaggio di odio” hanno raggiunto livelli orwelliani. Ciò ha sicuramente contribuito a renderlo inviso agli elettori moderati e indecisi, ma anche allo stesso elettorato di riferimento dei Laburisti.

Visto da sinistra, Starmer ha scontentato invece gli elettori dei ceti più istruiti ed elitari, soprattutto nelle città universitarie, promuovendo comunque una politica sull’immigrazione dura, considerata in continuità con quella conservatrice. Ha scontentato il crescente voto islamico appoggiando sostanzialmente Israele e ha pagato caro questo appoggio con la migrazione di voti verso i Verdi, i quali hanno accolto molti candidati islamici. Ha scontentato la sinistra ancora una volta mantenendo buoni rapporti anche con Donald Trump, che ha ricambiato con una serie di umiliazioni pubbliche (lo stesso tipo di umiliazioni che Giorgia Meloni ha appena assaggiato) e nuovi dazi contro il Regno Unito.

In generale, come constata anche l’analisi del Guardian, punto di riferimento della stampa di sinistra, Starmer non ha saputo comunicare. Non ha creato una sua “narrazione”, non ha saputo indicare gli obiettivi da raggiungere con il suo governo. Ha sprecato una super-maggioranza. Ora vediamo se il successore sarà in grado di preservarla.