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Stampare moneta uccide l'imprenditoria

L’espansione monetaria falsa la competitività imprenditoriale perché dà un potere enorme alle aziende che hanno accesso facilitato alla moneta. Ecco perché tendono a sparire gli imprenditori e invece si moltiplicano le aziende in mano alla finanza.

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Il processo di espansione monetaria procede a ritmi serrati da più di un secolo e negli ultimi anni ha accelerato a ritmi impressionanti. Dopo aver analizzato gli effetti sulla comunità vediamone gli effetti sul settore produttivo.

Un fattore rilevante è la scomparsa dello spirito imprenditoriale, di colui che mette i propri risparmi a disposizione della propria azienda e l’azienda a disposizione della società per produrre beni utili alla collettività. In un contesto nel quale la disponibilità economica del mondo finanziario è di due ordini di grandezza superiore a quella dei singoli investitori, nessun imprenditore, con i propri risparmi, è in grado di costruire aziende capaci di competere con quelle che hanno accesso facilitato e privilegiato alla moneta appena stampata. Un imprenditore con un Euro risparmiato è in grado di investire quel solo Euro, una banca con un Euro in riserva è in grado di prestare 100 Euro a coloro che accedono a tali fondi. La competitività è falsata e le aziende grandi diventano sempre più grandi mentre quelle piccole sono destinate a fallire. E nel tessuto produttivo scompaiono le aziende di proprietà dei singoli mentre crescono e prosperano le società di proprietà di fondi, di banche o comunque in mano alla finanza. Sparisce l’imprenditore e cresce il ruolo dei manager che gestiscono i patrimoni altrui con una logica sempre di breve periodo perché legata alla durata del proprio mandato e non alla perpetuità del proprio patrimonio.

In contemporanea vediamo una progressiva finanziarizzazione dell’economia. Il processo inflazionistico non è infatti istantaneo ma progressivo ed ha più o meno lunghi tempi di assestamento che agevolano chi per primo entra in possesso della moneta appena stampata. Si parla di risparmio forzato imposto a chi subisce il processo mentre chi ha immediato accesso a quei fondi può arricchirsi oltremisura e spendere quasi senza limiti. Il mondo della finanza diventa “padrone del mondo” così come gli Stati, i quali godono sempre di un accesso privilegiato alle fonti di finanziamento. Assistiamo allo svilupparsi sempre più diffuso del capitalismo clientelare dove le relazioni con chi governa la moneta sono indispensabili per la crescita e la competitività, più dell’efficienza e della bravura. In parallelo il welfare può fare promesse ingenti per quanto siano sempre promesse da mercante perché elargiscono solo nella misura in cui tolgono a qualcun altro che non si accorge del processo in atto.

Infine, ma l’argomento richiederebbe approfondimenti che è impossibile declinare in questa sede, l’inflazione è la causa dei cicli economici e dei periodici fallimenti che affliggono la nostra società. Chi accede per primo alla moneta appena stampata è in grado di fare investimenti e avviare attività che senza tali fondi non sarebbe in grado di gestire. Genera quindi una temporanea euforia nel mercato, un incremento repentino di stipendi e fatturato per l’indotto di queste attività appena avviate. Ma dopo che il processo inflazionistico si è compiuto ci si rende conto della diseconomicità di tali attività che improvvisamente si trovano a non poter più procedere in maniera profittevole, e crisi e disoccupazione affliggono periodicamente la società.

Quindi la stampa di moneta e l’inflazione sono sempre sbagliate? Tendenzialmente sì, quanto meno non è bene che siano strutturali.

La velocità di reperimento fondi può giustificare la stampa di moneta solo in casi straordinari dove la rapidità di un intervento socialmente indispensabile è incompatibile con la raccolta fiscale tradizionale. Pensiamo al caso di guerre o, per stare sull’attualità, di epidemie. Ma in ogni caso la stampa di moneta può risolvere problemi urgenti e limitati nel tempo come il sostentamento di un sistema sanitario che deve essere velocemente potenziato per far fronte all’emergenza. Pensare di stampare moneta per salvare l’economia nel suo complesso da una crisi più profonda e che abbraccia tutta la società civile è un grave errore, sia per gli effetti collaterali che abbiamo elencato, sia perché non è in grado di risolvere la situazione ma solo di rimandare il problema alle generazioni successive causando crisi ancora peggiori.

Concludiamo con alcune note etiche da teologi che ci hanno preceduto. Quando il pensiero cattolico, impersonato all’epoca dai teologi e confessori della Tarda-Scolastica, si è trovato ad affrontare un contesto sociale ed economico “capitalistico”, ovvero un contesto nel quale il risparmio e l’investimento ormai svolgevano un ruolo fondamentale per lo sviluppo delle attività produttive, hanno approfondito il tema dell’usura senza negarne il giudizio di condanna. Essi riconoscevano la presenza di titoli estrinseci in grado di giustificare l’applicazione dell’interesse. I titoli erano il Lucrum Cessans e il Damnum Emergens: ovvero se prestare denaro imponeva un sacrificio legato all’impossibilità di usare quella somma per altri fini produttivi; non il prestito in sé, ma tale rinuncia, poteva meritare e consentire il pagamento di un “premio”, di un surplus oltre il capitale prestato.

Applicando questi criteri, Bernard Dempsey S.J (1903-1960), storico, teologo ed economista, negli anni ‘40 del XX secolo ha definito la società in cui viviamo di “Usura Istituzionale”. Il sistema economico nel quale viviamo, il modello bancario impostato è un sistema nel quale i prestiti e i mutui non prevedono alcun Damnum Emergens perché sono basati su moneta creata per l’occasione che non impone sacrifici a chi la presta. Di conseguenza sono per definizione prestiti usurai. Da qui il concetto di usura istituzionale che permea in profondità l’apparato economico nel quale operiamo e che distrugge la capacità delle persone di collaborare proficuamente per il Bene Comune.

2. Fine

 

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