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Sri Lanka, soldi sauditi dietro la radicalizzazione islamica

Nel corso delle indagini sugli attentati di Pasqua nello Sri Lanka (sei chiese colpite il 21 aprile, 259 morti), spunta la pista saudita. Un fiume di denaro destinato a moschee e centri islamici, sin dai primi anni '90, è alla base della radicalizzazione della popolazione musulmana locale. 

Ragazze musulmane velate, nello Sri Lanka

Il 21 aprile, sei esplosioni simultanee hanno colpito tre chiese e altrettanti hotel nella capitale dello Sri Lanka, Colombo; lo stesso giorno, gli attentatori hanno attaccato anche un complesso residenziale a Dematagoda e una pensione a Dehiwala, nei sobborghi della capitale.  Il bilancio delle vittime è stato di almeno 259 morti – dei quali 45 stranieri – e di oltre 500 feriti.

Secondo le autorità locali, i responsabili dell’attentato sarebbero simpatizzanti della Thowheeth Jama’ath nazionale, un gruppo terroristico jihadista locale, probabilmente affiliata all’Isis. Il legame con l’organizzazione troverebbe conferme nella rivendicazione ufficiale dell’attentato da parte di Amaq, l’agenzia di stampa dell’organizzazione terroristica di Al-Baghdadi. Il ministro della Difesa dello Sri Lanka, Ruwan Wijewardene, ha definito la strage “una vendetta per l’attacco contro i musulmani a Christchurch”. Ma quanto è accaduto in Nuova Zelanda sembra aver fornito solo il pretesto per un’azione violenta, preparata da tempo, che si ricollega a una nuova strategia adottata dall’Isis: quella cioè di rinascere in Asia meridionale, dopo aver perso il suo califfato in Siria e Iraq.

Ma c’è di più: il governo srilankese starebbe ora seguendo la pista di possibili finanziamenti provenienti dall’Arabia Saudita. Le autorità starebbero monitorando i flussi di denaro provenienti da famiglie saudite di spicco e destinati a moschee presenti nel Paese asiatico. “Da oggi, nessuno sarà più in grado di fare ‘semplici’ donazioni”, ha dichiarato Kabir Hashim, politico srilankese, garantendo che il Department of Muslim Religious and Cultural Affairs si incaricherà di sovrintendere le donazioni. Ridurre l’influenza saudita nel Paese è diventata una priorità, soprattutto dopo che alcuni politici e monaci buddisti hanno messo sotto accusa la diffusione dell’interpretazione wahabita dell’islam, quale causa principale dell’aumento della militanza islamista nel Paese, culminata nella strage di Pasqua. Le proteste contro la diffusione del wahabismo si sono concentrate su un individuo in particolare: Muhammad Hizbullah, politico, imprenditore, governatore della Provincia Orientale dello Sri Lanka – fino a giugno, quando è stato costretto a dimettersi a causa della linea dura adottata dai monaci buddisti.

Stando alle accuse, i legami di Hizbullah con Riad avrebbero contribuito alla diffusione dell’attivismo islamista nella cittadina di Kattankudy, città natale del politico. Qui, la famiglia di Hizbullah avrebbe contribuito alla costruzione di moschee e di un’università privata – il Batticaloa Campus, non ancora completato –, entrambi finanziati dai sauditi. I due progetti farebbero capo alla Hira Foundation, una no profit di proprietà di Hizbullah e del figlio Hiras. Il rendiconto finanziario della Fondazione mostra un’utile di circa 31mila dollari tra il 2014 e il 2018, ma Hizbullah ha riferito al Parlamento che l’Hira avrebbe ricevuto 2 milioni di dollari da donatori stranieri: finanziamenti che proverrebbero dai Juffalis, un’importante famiglia saudita.

La Foundation Charity dello sceicco Ali Abdullah Al-Juffali – che ha come scopo dichiarato quello di sostenere gli orfani e le attività che promuovono la tolleranza religiosa – avrebbe trasferito circa 24,5 milioni di dollari al Batticaloa Campus tra il 2016 e il 2017. Per ora, le indagini in corso non hanno dimostrato alcun flusso di denaro dai sauditi agli attentatori, tuttavia è un dato di fatto che la Hira Foundation metta in contatto diretto le moschee con i donatori. Alcuni monaci buddisti hanno inoltre accusato Hizbullah di avere legami diretti con la strage di Pasqua, tuttavia l’ex politico avrebbe respinto ogni accusa.

Qualunque sia stato il suo ruolo nella strage di Pasqua, il quadro di fondo non cambia. Il wahabismo si è diffuso nella Provincia Orientale dello Sri Lanka già a partire dallo scorso decennio, in seguito alla guerra civile che ha visto contrapporsi il governo dello Sri Lanka e l’organizzazione Tigri per la liberazione della patria Tamil (Ltte). In quel periodo, mentre molti ricercatori musulmani ricevevano borse di studio per studiare in Arabia Saudita, gli agricoltori impoveriti dalla guerra fuggivano alla volta del Medio Oriente, da cui poi sarebbero rientrati con idee più rigide sull’interpretazione dell’islam. Negli stessi anni, le moschee finanziate dai sauditi si sono moltiplicate. Le donne hanno lasciato i loro sari per gli abaya – i tradizionali vestiti islamici –. I sufi srilankesi – la cui interpretazione dell’islam viene considerata eretica dalla dottrina wahabita – hanno iniziato ad essere perseguitati.

Proprio secondo i sufi di Kattankudy, l’avvento del wahabismo in Sri Lanka risalirebbe al 1990, quando è stato inaugurato il Center for Islamic Guidance finanziato dai sauditi – i cui nomi sarebbero incisi in una placca all’interno del centro -, che comprende una moschea, una scuola e una biblioteca. Il responsabile del centro, Mohamed Aliyar, è stato arrestato nel mese di maggio, con l’accusa di aver finanziato Zahran Hashim, la mente della strage di Pasqua. Troppi i dubbi, insomma, sulla regia degli attacchi del 21 aprile scorso, segnati da incredibile barbarie. “In Sri Lanka abbiamo bisogno di assicurare la fiducia della nostra gente” – ha detto il cardinale Albert Malcom Ranjith, arcivescovo di Colombo, in occasione della presentazione del Rapporto annuale di “Aiuto alla Chiesa che Soffre” – Ma questa fiducia si guadagna sapendo la verità”.