• PARTITO DELLE TOGHE

Solo i magistrati possono fermare Renzi

L'opposizione interna a Renzi (i dem del Pd) e le opposizioni di destra sono sempre più inconsistenti. Il governo sembra intoccabile. Ma... c'è la magistratura. Il premier ha messo le mani su due riforme, responsabilità civile e intercettazioni. E puntualmente le inchieste si moltiplicano.

Matteo Renzi

Il braccio di ferro tra i deputati renziani e la minoranza dem sull’Italicum la dice lunga sui rapporti di forza interni al Pd e sulla determinazione con cui gli uomini del premier intendono mettere in cassaforte nel più breve tempo possibile la nuova legge elettorale. Diventerà quella la pistola puntata alla tempia di tutti i dissidenti, al fine di far passare tutti i provvedimenti più cari a Renzi, con la perenne minaccia di uno scioglimento anticipato delle Camere.

Con l’Italicum, cioè con i capilista bloccati e le preferenze limitate, il premier, nonché segretario del partito, potrà plasmare a sua immagine e somiglianza le liste per le prossime elezioni politiche e, grazie al premio alla lista e non alla coalizione, potrà conquistare agevolmente la maggioranza dei seggi alla Camera, frantumando le minoranze grazie alla soglia di sbarramento al 3%. Unica incognita riguarda la permanenza in vita del Senato elettivo, ove la situazione precipitasse e il Presidente della Repubblica fosse costretto a interrompere anticipatamente la legislatura senza che sia stata portata a compimento la riforma costituzionale sul bicameralismo. A quel punto ci troveremmo di fronte a una situazione paradossale: Camera dei deputati rinnovata con l’Italicum e quindi blindata dai renziani; Senato della Repubblica rieletto con il Consultellum, quindi con un sistema rigorosamente proporzionale, che renderebbe non autosufficiente la pattuglia Pd a Palazzo Madama. Ci sarebbe la paralisi.

Ma l’ipotesi più probabile è che l’attuale governo, con il vento in poppa e con enormi praterie davanti a sé, anche in ragione dell’inconsistenza degli oppositori, veleggerà senza problemi finchè lo vorrà. Le minoranze dem si muovono peraltro in ordine sparso e non si mostrano compatte nel contrastare i disegni del premier. E al Senato, magari con il soccorso di ex forzisti come Bondi e Repetti o dei verdiniani, la riforma costituzionale riuscirà ad ottenere i voti necessari. A quel punto gli uomini di Renzi non avranno più ostacoli e potranno controllare sia il potere legislativo che quello esecutivo.

Nonostante questo stato di grazia, più di qualche nube si addensa sul futuro del potere renziano, in ragione di due elementi. Sul versante economico la boccata d’ossigeno indotta dalla congiuntura internazionale favorevole non deve far perdere di vista l’enorme debito pubblico e l’esigenza di rilanciare l’occupazione. Senza riforme strutturali l’Italia resterà in balia delle tempeste finanziarie che prima o poi si abbatteranno sui mercati e diventerà nuovamente vulnerabile e attaccabile dagli speculatori.

Tuttavia, se i nemici politici di Renzi (di destra e di sinistra) sembrano avere le armi spuntate e appaiono terrorizzati dalla paura di andare a casa nell’ipotesi di elezioni anticipate, a rappresentare una minaccia concreta per l’ex sindaco di Firenze sono i magistrati. La tregua armata che sembra aver stipulato con loro potrebbe rompersi presto, sia se Palazzo Chigi confermerà il suo intendimento di procedere sulla strada della responsabilità civile delle toghe, sia se Renzi persevererà nel portare avanti il ddl sulle intercettazioni. Quest’ultimo rischia di essere visto dai giudici come una misura punitiva nei loro confronti, poiché sottrae loro in alcune situazioni un’arma di indagine a volte insostituibile. 

E qualche avvisaglia di una tensione tra potere esecutivo e potere giudiziario già si percepisce. Senza fare troppa dietrologia, non si può tuttavia non notare che molti esponenti del Pd sono finiti nel mirino di alcune inchieste. L’ultima in ordine di tempo è la candidata alla Presidenza della Regione Liguria, Paita, assessore regionale alle infrastrutture e alla protezione civile, che è indagata per la mancata allerta durante l’alluvione di Genova del 6 ottobre scorso. Una tegola imprevista sull’erede dell’era Burlando, che già pregustava una schiacciante vittoria su Toti (candidato del centrodestra) e che ora dovrà fare i conti con questa macchia destinata a incidere sul suo consenso elettorale il 31 maggio prossimo.

Altro fronte giudiziario aperto per il Pd è quello campano, non solo perché il candidato De Luca, se eletto, non potrebbe insediarsi alla guida della Regione in forza della legge Severino, ma anche perché in molte elezioni comunali il partito di maggioranza relativa presenta candidati inquisiti. In diverse zone d’Italia c’è il rischio del commissariamento del Pd, e anche le inchieste sulle Coop rosse, che sembrano addormentarsi per il momento, potrebbero risvegliarsi in qualunque momento e travolgere un pezzo di classe dirigente renziana. Sono infatti moltissimi gli ex bersaniani che hanno cambiato casacca e, fiutando il vento, sono passati con il segretario nonché premier, ma alcuni di loro hanno certamente scheletri nell’armadio. E appare evidente che Renzi, dopo aver cavalcato senza tentennamenti la battaglia anti-corruzione, anche servendosi dell’autorevolezza di Cantone, non può neppure lontanamente correre il rischio di farsi risucchiare nel vortice del malaffare, che avrebbe effetti nefasti sulla sua immagine. Renzi dovrà quindi prendere le distanze in maniera netta, decisa e inequivocabile da tutti i candidati inquisiti e da quelli in odore di inchiesta, anche eventualmente sostituendoli. Ma riuscirà a non sporcarsi le mani se certe indagini dovessero andare avanti e coinvolgere esponenti del suo entourage? E’ un’incognità, tanto più perché viviamo in uno Stato in cui la magistratura da decenni esercita compiti di supplenza politica, operando una vera e propria selezione della classe dirigente. E prima o poi a farne le spese potrebbe essere proprio l’attuale inquilino di Palazzo Chigi.