• IL SOSPETTO

Siria: i gas (forse) erano proprio dei ribelli

Un reportage pubblicato il 30 agosto da due noti giornalisti sostiene che la strage con il gas nervino sia stata causata dall'uso maldestro da parte dei ribelli di armi chimiche fornite dall'Arabia Saudita.

Siria, Israele coinvolto suo malgrado

gas

Nonostante in tutto il mondo la crisi siriana sia al centro dell’attenzione pochi media hanno diffuso una notizia che dovrebbe risultare invece di grande interesse soprattutto per dipanare la matassa intorno all’origine e all’impiego del gas nervino che il 21 agosto ha ucciso un numero imprecisato di persone nei sobborghi di Damasco. Con una serie di interviste alcuni ribelli siriani appartenenti a gruppi islamisti attivi nel settore di Ghouta hanno ammesso che sono stati loro i responsabili del massacro di civili che Washington e parte della comunità internazionale vorrebbe attribuire ad Assad.

Le armi chimiche sarebbero state fornite ai miliziani dal loro “sponsor”, l’Arabia Saudita attraverso i servizi d’intelligence guidati dal principe Bandar bin Sultan. La “fuga di gas” sarebbe da attribuire all’inesperienza dei miliziani a maneggiare armi chimiche che in ogni caso è probabile avessero ricevuto per creare un incidente a pochi chilometri dall’hotel che ospitava i tecnici dell’Onu esperti proprio in armi chimiche creando così un casus belli. Il reportage firmato da Dale Gavlak (che collabora da anni con l’agenzia Associated Press con corrispondenze da Amman) e Yahya Ababneh il 29 agosto non è certamente di quelli che passano inosservati.  Stranamente non apparso sul sito dell’AP ma sul giornale on line Mintpressnews. Per quale ragione? Le fonti non erano considerate affidabili o la notizia era “troppo esplosiva” per essere diffusa da una delle principali agenzie di stampa del mondo? Il report sul campo è stato effettuato da Yahya Ababneh che ha parlato con i ribelli e i famigliari delle vittime mentre Dale Gavlak ha raccolto la documentazione e fatto il lavoro di ricerca. Le diverse testimonianze parlano chiaro, i ribelli nascondono in moschee e case private le armi, anche quelle chimiche ma a causa dell’inesperienza avrebbero commesso un errore fatale liberando il sarin. Un errore subito dopo sfruttato a fini propagandistici realizzando i video con i quali viene accusato il regime.

«Loro (i miliziani qaedisti di al-Nusrah) non ci hanno detto che quelle erano armi chimiche né come usarle», lamenta una combattente che si fa chiamare K. «Non sapevamo che erano armi chimiche, non lo avremmo mai immaginato». Un noto leader dei ribelli, che preferisce farsi chiamare J, spiega che «i miliziani di Jabhat al-Nusra non cooperano con altri ribelli, se non nei combattimenti. Non condividono informazioni segrete e hanno semplicemente usato alcuni ribelli ordinando loro di trasportare e impiegare quel materiale. Eravamo molto curiosi circa queste armi ma purtroppo alcuni combattenti le hanno gestite in modo improprio facendole esplodere».

Certo tutte queste informazioni andrebbero verificate e potrebbe anche trattarsi di una operazione organizzata dai servizi segreti di Bashar Assad per scaricare sui qaedisti la responsabilità di quanto è successo. Strano però che questo resoconto dettagliato non abbi avuto molto spazio sui media mentre invece le supposte “prove” raccolte da Washington, pur essendo altrettanto aleatorie e non verificabili, hanno avuto ampia diffusione pur risultando poco convincenti. Almeno per la Russia come ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri di Mosca, Serghei Lavrov. «Quello che ci hanno mostrato in precedenza e più di recente i nostri partner americani, come pure quelli britannici e francesi, non ci convince assolutamente» ha detto il capo della diplomazia russa. «Ci hanno mostrato alcuni materiali che non contengono nulla di specifico, e che non ci convincono», ha ribadito Lavrov. «Non ci sono mappe geografiche, né nomi né alcuna prova che i campioni siano stati prelevati da professionisti», ha proseguito il ministro, «e neppure contenevano alcun commento sul fatto che molti esperti hanno messo in forte dubbio i video che girano su Internet».

Se il reportage realizzato a Ghouta che accusa qaedisti e Arabia Saudita corrispondesse alla realtà potrebbe anche fornire una spiegazione plausibile all’improvviso dietro-front di Barack Obama sul blitz contro Damasco.  Dopo la guerra in Iraq la Casa Bianca non può permettersi un altro passo falso sulle armi di distruzione di massa e Obama non può rischiare di farsi sgambettare dagli “alleati” sauditi.  In guerra tutto può essere ma le forze di Assad non hanno alcun motivo (né politico né militare) per impiegare armi chimiche contro in ribelli. Che questi ultimi avessero già utilizzato in passato armi chimiche (uccidendo numerosi soldati lealisti) lo avevo detto nel maggio scorso il giudice Carla Del Ponte che fa parte del team dell’Onu che si è occupato di questo problema. Il mese successivo era stato il premier britannico David Cameron a dire pubblicamente che i qaedisti in Siria cercano di dotarsi di armi chimiche.

Probabilmente hanno trovato un buon fornitore nei servizi segreti sauditi che non si pongono certo problemi morali. Come hanno rivelato fonti di stampa nell’incontro del 31 luglio scorso il principe bin Sultan offrì al presidente russo Vladimir Putin di siglare un accordo di cartello per controllare il mercato mondiale del petrolio e salvaguardare i contratti di gas di Mosca, in cambio della fine dell’appoggio russo al regime siriano di Bashar al-Assad. La notizia, smentita dal Cremlino ma fatta circolare da ambienti vicini al governo russo, è finita sulle pagine del quotidiano libanese As-Safir, vicino al movimento sciita Hezbollah, ostile ai sauditi e alleati di Damasco. Di fronte al “niet” di Putin il capo dell’intelligence saudita avrebbe anche promesso di salvaguardare la base navale russa in Siria, qualora il regime di Assad fosse stato rovesciato, ma avrebbe anche insinuato la possibilità di attacchi di terroristi ceceni alle Olimpiadi invernali di Sochi in mancanza di un accordo: «Posso garantirvi di proteggere le Olimpiadi invernali del prossimo anno – avrebbe detto Bandar – i gruppi ceceni che minacciano la sicurezza dei giochi sono controllati da noi». E doveva sembrare più un vanto che un mea culpa.