a cura di Stefano Fontana
  • L'ANALISI

Sinodo: due quadri teologici in lotta

La lettura dell’Instrumentum laboris del sinodo sull’Amazzonia non lascia adito a molto dubbi sul tema: al sinodo si scontreranno due quadri teologici opposti. Dato che questo blog si occupa di Dottrina sociale della Chiesa, è interessato ad affermare che uno dei due quadri legittima la Dottrina sociale e l’altro invece la rende impossibile.

Il primo quadro dice che c’è un ordine naturale della cose. La creazione non è avvenuta a caso ma in virtù di una Intelligenza. Il creato ha un suo ordine interno. Il mondo è un mondo di “forme” e non di fatti materiali. Esso ha una struttura finalistica perché ogni cosa tende al proprio fine naturale. In campo morale è il fine che determina l’oggetto dell’azione e quindi anche la sua qualifica di buona o cattiva. Senza ordine oggettivo finalistico e senza che la ragione umana possa conoscerlo come ragione teoretica e guidare l’azione ad esso conforme come ragione pratica, non può esistere né morale naturale né teologia morale.

Ogni fine è però intermedio rispetto al fine ultimo che è Dio. Ciò vale anche per la società, la quale pure è stata creata da Dio nei suoi fondamenti e nelle sue leggi, ha dei fini naturali da raggiungere ma rimane nel contempo ordinata al fine ultimo soprannaturale da cui viene illuminata. La natura, infatti, ha di diritto una sua autonomia che la fede rispetta e purifica potenziandola, ma di fatto non riesce a perseguire i propri fini naturali senza la rivelazione e la grazia. Per questo la vita sociale e politica ha bisogno della morale ed anche della religione cattolica. Per questo la religione cattolica ha un ruolo pubblico essenziale e solo essa lo ha di diritto. La Dottrina sociale della Chiesa si colloca nel punto di incontro tra la Chiesa e il mondo così inteso. Il suo ruolo è quindi connesso con la missione della Chiesa e consiste nell’annunciare Cristo nelle realtà temporali, sia per ordinarle a se stesse, sia per ordinarle a Dio, senza il cui ordinamento non sarebbero nemmeno ordinate a se stesse. La secolarizzazione, se intesa come estromissione di Dio dalla sfera pubblica, rende inutile la Dottrina sociale della Chiesa, affidando sia la morale che la religione alla “scelta” privata e, quindi, al contrattualismo per equilibrare, almeno convenzionalmente, le molteplici scelte private che, in quanto tali, sono prive di fondamento e tra loro confliggenti.

Il secondo quadro dice che il rapporto tra natura e sopra-natura è un residuo della vecchia mentalità metafisica, fissista, naturalista e antistorica. In realtà Dio si comunica nella storia, gli uomini vivono nella storia, quanto si chiamava natura umana altro non è che la condizione storica ed esistenziale dell’uomo, la Chiesa stessa è completamente storica, la verità è quindi processuale e frutto di continua interpretazione e reinterpretazione, i dogmi sono evolutivi, la tradizione è dialettica ossia procede anche negando la sintesi precedente e innalzandola in una nuova sintesi più attuale, il dialogo da funzionale diventa essenziale, non può esistere una teologia vera che non sia attuale, l’effettualità rende una teologia vera, la secolarizzazione è cristiana in quanto accettazione che il mondo è capax Dei proprio nella sua profanità, è adulto e non deve più essere considerato come oggetto di una azione missionaria della Chiesa, ma come compagno di viaggio e luogo in cui Dio è già all’opera e da cui la Chiesa deve imparare, non avendo essa alcuna pretesa di una particolare investitura divina.

Mentre il primo dei due quadri è incentrato sui contenuti, questo secondo è incentrato sulla prassi. Assumendo l’idea di una completa storicità dell’uomo e della Chiesa, la situazione storica in cui si è inseriti precede qualsiasi contenuto e lo determina, quindi la propria collocazione nella vita, nella prassi, nella situazione precede i contenuti: sempre si dà un come che precede e condiziona il cosa. La teologia della liberazione diceva che prima si sceglie la prassi sociale che si vuole servire e poi si fa teologia. L’Instrumentum laboris del sinodo dell’Amazzonia dice che prima ci si pone in ascolto della cultura indigena e poi si fa teologia.

Nel secondo dei due quadri teologici, la Dottrina sociale della Chiesa non ha più senso e la Chiesa rischia di dire solo qualcosa di genericamente umano, accettando di partire dall’uomo anziché dal divino.