• RIFORME

Sinistra: relativista sui valori, totalitaria sul lavoro

Camusso, segretaria della Cgil, lancia la sua sfida al governo Renzi sul lavoro: tutti assunti a tempo indeterminato. La sinistra massimalista non vuole essere da meno. Ma non erano loro i promotori della piena libertà e flessibilità personali?

Susanna Camusso

Stupisce l’atteggiamento di certa sinistra ideologica, dominante nel mondo sindacale ma con alfieri di primo piano anche nelle istituzioni politiche. Il governo Renzi ha apportato alcune modifiche al decreto lavoro e la Cgil si è subito scatenata contro l’esecutivo, denunciando la violazione dei diritti dei lavoratori. Anche Bonanni (Cisl), per non lasciare campo libero alla segretaria della Cgil, ha gettato benzina sul fuoco, parlando di atteggiamento sbagliato del governo e di mancanza di rispetto nei confronti dei criteri democratici di rappresentatività dei lavoratori.

Ma in che modo sarebbero stati violati i diritti dei lavoratori? Semplicemente perché un’azienda che dovesse assumere più del 20% di dipendenti con contratti a termine, anziché essere obbligata ad assumerli a tempo indeterminato, potrebbe cavarsela con una multa. Quindi un’azienda con 100 dipendenti, 70 dei quali assunti a tempo indeterminato e trenta con contratti a termine, nella logica bolscevica e statalista della Camusso e di parte della sinistra massimalista dovrebbe essere costretta ad assumere anche gli altri trenta a tempo indeterminato. Nella versione del decreto, peggiorata alla Camera proprio a causa delle pressioni della triplice sindacale, compariva l’obbligo, per le aziende, di assumere al massimo il 20% di dipendenti con contratti a termine, senza poter sforare quel tetto, pena l’automatica trasformazione in contratti a tempo indeterminato dei contratti a tempo determinato eccedenti il 20% degli organici.

Ora il tetto del 20% rimane, ma le aziende che non lo rispettano e che non riescono, per ragioni di bilancio, ad assumere tutti i lavoratori con contratti a tempo indeterminato, pagheranno solo una sanzione pecuniaria. E questo, secondo certa sinistra, sarebbe una violazione dei diritti dei lavoratori.

Ma non c’è solo la Camusso a difendere questo punto di vista, che fa ricadere interamente sull’imprenditore il rischio d’impresa scoraggiando inevitabilmente le assunzioni. Perfino la Presidente della Camera, Laura Boldrini ha dichiarato guerra alla precarizzazione dei rapporti di lavoro e ha difeso il salario minimo garantito, proposta che addirittura la vede allineata ai grillini, che pure tanto la criticano per il suo atteggiamento spesso fazioso nella conduzione dell’aula di Montecitorio.

La precarietà viene dunque vista come una punizione ingiusta per i lavoratori, che avrebbero diritto a certezze contrattuali, nel pubblico come nel privato, a prescindere da meriti, livello di impegno, capacità di aggiornamento, utilità nei processi produttivi. L’imprenditore dovrebbe assumere tutti i lavoratori a tempo indeterminato, pur non avendo lui certezze sulla sostenibilità perenne di un modello di organizzazione del lavoro che risente inevitabilmente di tante variabili di mercato.

In Italia questa ossessione del posto fisso e questa cultura dell’omologazione in materia di lavoro si sono fatte strada, paradossalmente, proprio in quegli ambienti di sinistra che predicano relativismo e precarietà nei rapporti matrimoniali e nella fissazione di principi solidi in materia di famiglia. Secondo questa visione statalista, la persona dovrebbe essere tutelata a vita sul posto di lavoro e con lei il datore di lavoro dovrebbe assumere impegni a tempo indeterminato, ma poi, nel resto dell’esistenza, l’essere umano dovrebbe coltivare la sua totale libertà nei rapporti, senza contrarre vincoli indissolubili o assumere impegni a lunga scadenza. La flessibilità nelle scelte individuali, anche in materia di unioni civili o di tutela della vita, si trasforma, come per incanto, in una categoria demoniaca se applicata ai rapporti di lavoro. Quella che nel campo etico viene vissuta come una liberante flessibilità, nel mondo occupazionale si converte in disumanizzante precarietà.

È davvero una visione aberrante, che Renzi dice di voler combattere, anche perché, secondo lui, i sindacati applicherebbero tale schema in maniera corporativa, preoccupandosi di chi il lavoro ce l’ha già e disinteressandosi di chi ancora non ce l’ha. Sarebbe davvero auspicabile che la sinistra ideologica compisse finalmente un percorso di revisione culturale per agganciarsi al treno della sinistra riformista europea, che da tempo ha mutato indirizzo in materia di lavoro. Per ridurre la disoccupazione e rilanciare la crescita, l’unica strada è la riduzione del costo del lavoro per le imprese, affinchè riacquistino competitività e possano trovare convenienza ad assumere. Tutto il resto è sterile pantano ideologico.