• L’INTERVISTA

«Si torni a Messa, il Concordato lo permette»

«Il Concordato permette alla CEI di decidere e di dire al Governo: “Proponiamo questa data per la ripresa, accettatela”». Angèle Bilégué, teologa ed esperta di rapporti Stato-Chiesa, afferma in un’intervista alla Nuova BQ che è tempo di tornare alla vita sacramentale. In Camerun, suo Paese d’origine, le Messe proseguono: «Se chiudiamo le chiese, permettiamo al male di entrare ancor di più nelle nostre vite».

La sospensione delle Messe è una privazione dura da sopportare per i laici. A maggior ragione lo è per i consacrati e i religiosi. Sono numerosi gli istituti religiosi a Roma, in Italia e nel mondo, che devono vivere questo sacrificio. Vi sono anche consacrati che vivono da soli. È il caso di sorella Angèle Bilégué, di origine camerunense, filosofa, teologa e iniziatrice di Talita Kum, cammino di fede e catechesi, indirizzato a giovani e giovani adulti, che da circa quattro anni sta riscuotendo un buon seguito a Roma e nel Centro-Sud.

Sorella Angèle, che ha svolto ricerca sull’insegnamento della religione cattolica e sui rapporti Stato-Chiesa, sta compiendo a sua volta un percorso per l’incardinamento nella Diocesi di Roma, nell’Ordo Virginum. Sulla sospensione delle Messe, la sorella africana ha espresso il suo pensiero alla Nuova Bussola Quotidiana: “Io credo che, al più presto, se il governo non decide, sarà la Chiesa a decidere. I vescovi italiani hanno portato il grido del popolo. Non è una disobbedienza verso nessuno. La gente ha realmente bisogno di tornare alla vita sacramentale. Anche i preti, quando celebrano Messa, sentono la mancanza del popolo e soffrono per questo”.

Sorella Angèle, da quanto non riceve la Comunione?
Dai primi di marzo, come molti. Attualmente vivo in uno studentato con altri giovani che però, recentemente, sono tornati a casa propria, a causa del Covid. Qui a Roma sono molte le comunità di suore, dalle carmelitane alle clarisse, che non possono andare a Messa. Alcune hanno ancora le Ostie consacrate in cappella ma credo che ormai siano finite.

Da esperta dei rapporti Stato-Chiesa, come vede la situazione attuale?
Non è vero che la Chiesa ha smesso di celebrare le Messe con il popolo e ha fatto chiudere le chiese, perché lo Stato lo ha imposto. Lo hanno fatto in segno di collaborazione per il bene del popolo e per la salute fisica dei fedeli. Avrebbero potuto continuare a celebrare ma si sono adattati per prudenza. In questo momento, in cui la situazione è meno grave, però, sarebbe ora di riprendere la vita sacramentale.

In base al Concordato, fino a che punto la Chiesa è libera di organizzarsi?
Nel caso specifico attuale, non c’è stato un vero accordo tra Chiesa e Stato. Quando il Comitato scientifico del Governo ha disposto la sospensione delle celebrazioni religiose, non ha chiamato la CEI per illustrare la situazione. Quindi, al momento della conferenza stampa del presidente Conte di domenica scorsa, i cattolici hanno preso atto che la richiesta di riprendere le Messe con il popolo non è stata accettata. Il Concordato permette alla CEI di decidere e di dire al Governo: “Proponiamo questa data per la ripresa, accettatela”. Ai sensi del Concordato, lo Stato e la Chiesa collaborano, ma ognuno è autonomo nel suo ambito. Ogni confessione religiosa è a sé.

Il Governo parla di “rischi troppo elevati” almeno fino al 25 maggio…
Chi l’ha detto che le chiese sono potenziali focolai e che, con le Messe, si trasmetterà il virus? Durante le conferenze stampa delle 18, la Protezione Civile e il Comitato scientifico hanno più volte ripetuto che si rischiava un’esplosione di contagi al Sud, soprattutto per via del ritorno degli studenti fuori sede. Alla fine non è mai successo e, al Sud, pressoché ovunque, la situazione è rimasta migliore che al Nord. Non si rendono conto che le loro ipotesi possono anche fallire? Ho sentito un vescovo dire che, in questa storia, colui che non viene mai menzionato è proprio Dio. Stai a vedere che, se Dio non interveniva, poteva andare anche peggio? Io credo che sia il momento giusto per riprendere la vita sacramentale. Faccio pastorale per i giovani e per i giovani adulti e, tra loro, vedo molta gente psicologicamente provata: in un attimo si sono ritrovati agli “arresti domiciliari”, senza sapere cosa fare. Anche negli istituti religiosi questa situazione è dura da vivere. Uscire, andare a Messa, incontrare qualcuno, pur con tutte le distanze e le precauzioni possibili, è qualcosa che può soltanto far bene.

Cosa pensa dei preti che si sono visti irrompere le forze dell’ordine durante le celebrazioni?
Sono cose assurde. Oltretutto, mi viene in mente quella Via Crucis che è stata interrotta lo scorso Venerdì Santo [a San Marco in Lamis, ndr]: erano in 200 e tutti ben distanziati, dopo due settimane non mi risulta che nessuno dei presenti si sia ammalato. Tra l’altro mi sembra un controsenso che la Rai, ogni mattina, apra la programmazione proprio con la Messa del Papa, mentre il governo non permette ancora la Messa nelle parrocchie.

Proprio il Papa ha detto martedì che è giusto essere prudenti e obbedire agli attuali divieti, affinché la pandemia non torni a peggiorare…
Non credo che il Papa volesse andare contro la CEI. Ha solo richiamato alla prudenza, come un padre ha assunto una posizione equilibrata. Eppure ho sentito commenti di persone che vedevano in quelle parole una critica alla CEI. Non è così, dobbiamo aiutare la gente a capire bene le cose. È giusto che si torni alle Messe con la dovuta prudenza, prendendo tutte le precauzioni.

Nel suo Paese, il Camerun, come si sta affrontando la pandemia?
Il Camerun è il terzo Paese africano più colpito dal Covid-19: lunedì scorso, i contagiati erano 1705, con 58 morti e più di 800 guariti. Lì la quarantena è un problema, le famiglie sono numerosissime e le case molto piccole. I bar chiudono alle 18, i mercati alle 16. Non ci sono autobus, solo taxi che hanno dimezzato il numero di passeggeri. I prezzi sono parecchio saliti. Insomma, si soffre molto.

La Chiesa camerunense come si è comportata?
I vescovi hanno disposto di proseguire con le Messe, con tutti gli accorgimenti del caso. Alla Messa possono partecipare fino a 25 persone: la polizia controlla gli ingressi, assieme a qualche volontario. Dentro possono sedere fino a tre persone per banco. La domenica, dove si celebravano tre Messe, ora se ne celebrano cinque o sei. In questo modo, hanno permesso alla vita sacramentale di continuare. Nonostante il Camerun fosse il Paese africano più a rischio, le Messe non sono state sospese. Gli africani la pensano così: il virus è già un male di suo, se chiudiamo le chiese, permettiamo al male di entrare ancor di più nelle nostre vite.