• LA DOMANDA

Si può amare la patria oggi?

L’amor di patria, come insegna anche san Tommaso, attiene al diritto naturale e si fonda sulla riconoscenza nei confronti di chi ci ha allevato ed educato. Ma nel Paese attuale, in cui le istituzioni alimentano l’odio tra i cittadini, si può rispettare questo dovere naturale? La risposta sovviene se paragoniamo la patria alla Chiesa. E ricordiamo che è fatta di persone: noi.

La locuzione «amor di patria» ha un suono antico, da libro Cuore. È ancora attuale o davvero riguarda solo i vecchi libri risorgimentali?

San Tommaso scrive: «[...] dopo che a Dio, l’uomo è debitore ai genitori e alla patria. E quindi come spetta alla religione prestare culto a Dio, così subito dopo spetta alla pietà prestare ossequi ai genitori e alla patria» (S. Th. II-II, q. 101, a. 1, respondeo). Si intravede, in questa quaestio, uno dei concetti più profondi e dimenticati dell’Aquinate, quello di ordo in caritate: non bisogna amare tutti indistintamente, c’è un ordine nell’amore. Bisogna quindi amare Dio sopra ogni cosa, poi sé stessi, poi il prossimo; e tra il prossimo, prima i genitori (e i consanguinei) e la patria. L’amor di patria è, quindi, di diritto naturale, fondato sulla riconoscenza nei confronti di chi ci ha allevato ed educato.

Ora, la domanda che sorge spontanea è: nella situazione attuale, quella che stiamo vivendo… si può amare la patria? Si può rispettare questo dovere naturale? Dico: guardiamoci intorno. Il Paese è diviso, le istituzioni alimentano l’odio tra i cittadini e questi ultimi accettano e alimentano questo sentimento fratricida: basta sfogliare i giornali per leggere di medici e infermieri che rifiutano di curare questi o quelli, altri che dichiarano di voler torturare quelli che la pensano in un certo modo, appena gli capiteranno sotto le grinfie. C’è chi pratica la delazione, chi denuncia il ristoratore che lo ha appena servito perché non è troppo ligio nel controllare i «pass»; chi occupa indebitamente posti a sedere per danneggiare i membri del gruppo opposto.

Tutto questo alimentato dalle autorità, che si guardano bene dal rispolverare la falsa retorica dei «discorsi d’odio», che porterebbero inevitabilmente alla violenza agita e perciò da punire preventivamente. Per le strade: paura. Ma anche vacuità, superficialità, slogan ripetuti a pappagallo. Siamo un Paese che non sa più leggere, ma ha più telefoni cellulari che abitanti; governati da uno Stato che confonde la cittadinanza con il suo certificato. Ormai il Paese è una terra di nessuno, alla mercé di qualsiasi predone straniero; il concetto di bene comune è scomparso dall’agenda politica da decenni. La bandiera, simbolo della patria, è diventata un mero strumento di governo, uno straccio rosso (bianco e verde) da agitare davanti al muso della bestia perché reagisca ai comandi.

Mentre negli Stati Uniti la bandiera a stelle e strisce sventola dovunque, in Italia (e in Germania) il vessillo nazionale è stato a lungo riprovato come segno di nazionalismo, di nostalgia di un passato nel quale la propria nazione contava qualcosa, nel mondo. La sua vista era approvata (o tollerata) soltanto in occasione delle partite della nazionale di calcio, dei circenses. Tuttavia, appena partita l’operazione-Covid, la bandiera nazionale è stata distribuita da riviste e quotidiani, con l’implicito ordine di esporla ai balconi sui quali si usciva a cantare l’inno nazionale. Come non provare disgusto per questo patriottismo a comando? Ripeto: si può amare questa patria? Si può amare una patria che, in occasione di una epidemia, vieta o sconsiglia dapprima i tamponi, poi le autopsie, poi le cure; poi di uscire di casa, di incontrarsi, di muoversi liberamente sul territorio nazionale; infine, di lavorare e sostentare sé stessi e la propria famiglia. Quale riconoscenza dobbiamo a questa patria? [https://youtu.be/gfHpWwWu-qY]

La risposta sovviene se paragoniamo la patria alla Chiesa, alla quale siamo legati dallo stesso amore di riconoscenza; ed è una risposta duplice. La Chiesa non è quella che vediamo, non solo quella. La Chiesa è quella militante (nessuna ironia), quella purgante e quella trionfante. La Chiesa, detta altrimenti, è composta da miliardi di persone, la maggior parte delle quali non sono più in questa valle di lacrime. Allo stesso modo, quando si parla di patria non si intende soltanto la patria attualmente visibile: la nostra patria va da Socrate e dai trecento delle Termopili, agli insorgenti e agli irriducibili di El Alamein, passando per i crociati e Lepanto; dal canto gregoriano a Dante e Caravaggio; dal Colosseo al Duomo di Milano.

Così scriveva Guareschi, prigioniero in un lager tedesco in qualità di internato militare italiano: «Io sono ancora il democratico d’allora. Senza più cimici e pidocchi e pulci; senza più topi che mi camminano sulla faccia, senza più fame, anzi, senza appetito addirittura, e con tanto tabacco, ma sono ancora il democratico di allora, e sul nostro Lager non direi una parola che non fosse approvata da quelli del Lager. Da quelli vivi e da quelli morti. Perché bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera democrazia».

Secondariamente, la Chiesa non è un edificio o una struttura gerarchica: la Chiesa è fatta di pietre vive, di persone. Così la patria: la patria siamo noi. È il disabile che i genitori accompagnano tutti i giorni a fare la passeggiata, nonostante la pandemia; è l’anziano solo che i parenti non visitano da più di un anno «per proteggerlo»; è chi si ostina a parlare con persone che lo deridono da quasi due anni. Questa è la patria. Lo sanno bene i polacchi, che nell’inno nazionale hanno scritte queste parole: «La Polonia non morirà fin che noi vivremo». È così anche per l’Italia.

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