• L'INTERVISTA

Se non si difende la dottrina, non si imponga disciplina

Il National Catholic Register intervista il teologo Bux: "Siamo in piena crisi di fede causata dall'apostasia. Il Papa dovrebbe fare una professione di fede e correggere quelle parole e quei gesti ambigui ed erronei che sono interpretati in maniera non cattolica".

Don Nicola Bux

Il National Catholic Register pubblica un’interessante intervista di Eward Pentin a don Nicola Bux, noto teologo italiano, scrittore (l’ultima sua opera è “Con i sacramenti non si scherza”) docente di teologia e consultore alla Congregazione per le cause dei Santi e per la Dottrina della Fede.

In essa si afferma che per risolvere la crisi in corso nella Chiesa relativa all’insegnamento e all’autorità del papa, il modo migliore sarebbe una dichiarazione di fede del Pontefice per correggere le sue parole e gesti “ambigui ed erronei” che sono stati interpretati in maniera non cattolica. Secondo Bux la Chiesa è “in una piena crisi di fede”, e le tempeste che la attraversano sono causate dall’apostasia, “l’abbandono della fede cattolica”.

Solo pochi giorni orsono è stata resa pubblica la lettera in cui il cardinale Caffarra, a nome anche di altri tre porporati, chiedeva (il 25 aprile) udienza al Pontefice per parlare dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia e delle sue interpretazioni opposte. La lettera non ha mai ricevuto risposta. Mons. Bux commenta che “per molti cattolici è incredibile che il Papa chieda ai vescovi di dialogare con chi la pensa in maniera differente (per esempio i cristiani non cattolici) ma non voglia lui per primo affrontare i cardinali che sono i suoi consiglieri principali”. “Se il Papa non difende la dottrina non può imporre la disciplina”.

Monsignor Bux, quali sono le implicazioni dell’anarchia dottrinale che la gente vede sta accadendo per la Chiesa, per le anime dei fedeli e dei preti?

La prima conseguenza dell’anarchia dottrinale per la Chiesa è la divisione, causata dall’apostasia, che è l’abbandono del pensiero cattolico, così come è stato definito da San Vincenzo di Lerins: quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditur. Ciò che è stato sempre, ovunque, da tutti creduto. Sant’Ireneo di Lione, che chiama Gesù Cristo ‘il Maestro di unità’, ha indicato agli eretici che tutti professano le stesse cose, ma non tutti danno loro lo stesso significato. Questo è il ruolo del Magistero, fondato sulla verità di Cristo: riportare tutti all’unità cattolica.

San Paolo esortava i cristiani a essere in accordo e a parlare con voce unanime. Che cosa direbbe oggi? Quando cardinali tacciono o accusano i loro confratelli; quando vescovi che hanno pensato, parlato e scritto – scripta manent, le parole restano – in modo cattolico, ma poi dicono il contrario, per una qualunque ragione; quando preti contestano la tradizione liturgica della Chiesa, allora si instaura l’apostasia, il distacco dal pensiero cattolico. Paolo VI aveva previsto che ‘questo pensiero non-cattolico dentro il cattolicesimo diventerà domani la (forza) più potente. Ma non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Un piccolo gregge deve restare, non importa quando piccolo’: (Conversazione con J. Guitton 9.IX.1977).

Quali conseguenze, poi, ha l’anarchia dottrinale per le anime dei fedeli e degli ecclesiastici?

L’Apostolo ci esorta a essere fedeli alla dottrina sicura, solida e pura: quella fondata su Gesù Cristo e non sulle opinioni mondane (Tito 1:7; 2:1-). Perseverare nell’insegnamento e nell’obbedienza alla dottrina conduce le animi alla salvezza eterna. La Chiesa non può cambiare la fede e allo stesso tempo chiedere ai credenti di restare fedeli ad essa. È essa stessa invece intimamente obbligata a essere orientata verso la Parola di Dio e verso la Tradizione.

Quindi la Chiesa ricorda il giudizio del Signore: E Gesù disse: Io son venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano, e quelli che vedono diventino ciechi’ (Giovanni, 9:39). Non dimenticate che quando uno è applaudito dal mondo, significa che gli appartiene. In effetti il mondo ama ciò che è suo e odia ciò che non gli appartiene (Giovanni, 15:19). Che la Chiesa cattolica possa sempre ricordare che essa è formata solo di quelli che si sono convertiti a Cristo sotto la guida dello Spirito Santo; tutti gli esseri umani sono ordinati ad essa (Lumen Gentium 13), ma non sono parte di essa fino a quando non si convertono.

Come può essere risolto questo problema?

Il punto è: quale idea ha il papa del ministero Petrino, così come è descritto in Lumen Gentium 18 e codificato dalla legge canonica? Di fronte alla confusione e all’apostasia, il Papa dovrebbe fare una distinzione – come Benedetto XVI fece – fra ciò che pensa e dice come studioso privato e quello che deve dire come Papa della Chiesa cattolica. Per essere chiari: il Papa può esprimere le sue idee come uno studioso privato su argomenti di discussione che non sono definiti dalla Chiesa, ma non può fare affermazioni eretiche, nemmeno privatamente. Altrimenti ciò sarebbe egualmente eretico:

Credo che il papa sappia che ogni credente – chi conosce le regole della fede o il dogma, che fornisce a ciascuno il criterio per sapere quella che è la fede della Chiesa, quello che ciascuno deve credere e ciò che ciascuno deve ascoltare – può vedere se sta parlando e agendo in un modo cattolico, o è andato contro il sensus fidei della Chiesa. Anche un solo credente può chiedergliene conto. Così chiunque pensi che presentare dubbi (Dubia) al papa non sia un segno di obbedienza, non ha capito, 50 anni dopo il Vaticano II, la relazione fra il papa e l’intera Chiesa. Obbedienza al Papa dipende solamente dal fatto che lui è legato dalla dottrina cattolica, alla fede che deve continuamente professare davanti alla Chiesa.

Siamo in una piena crisi di fede! Quindi, per fermare le divisioni in corso, il Papa, come Paolo VI nel 1967, di fronte a teorie erronee che circolavano poco dopo la conclusione del Concilio, dovrebbe fare una dichiarazione o professione di fede, affermando ciò che è cattolico e correggere quelle parole e quei gesti ambigui ed erronei – i suoi e quelli dei vescovi – che sono interpretati in maniera non cattolica.

Altrimenti sarebbe grottesco che mentre si cerca l’unità con i cristiani non cattolici e persino intese con i non cristiani, l’apostasia e la divisione siano alimentate all’interno della Chiesa cattolica. “Per molti cattolici è incredibile che il Papa chieda ai vescovi di dialogare con chi la pensa in maniera differente (per esempio i cristiani non cattolici) ma non voglia lui per primo affrontare i cardinali che sono i suoi consiglieri principali. Se il Papa non difende la dottrina non può imporre la disciplina. Come disse Giovanni Paolo II, anche il Papa ha sempre bisogno di conversione, per essere in gradi di rafforzare i suoi fratelli, secondo le parole di Cristo: ‘Et tu autem conversus, confirma fratres tuos’.