• BLACK LIVES MATTER

Se la lotta al "privilegio bianco" diventa una guerra al cristianesimo

Negli Stati Uniti spopola il movimento Black Lives Matter. Ma ancor prima che sorgesse, si diffondeva lentamente, nei decenni, una nuova moda razziale: corsi per addomesticare la propria “whiteness”, che in questo caso non possiamo tradurre come “candore”, ma proprio “bianchitudine”, attitudine razziale all’essere bianchi. Che cosa si intende per “bianchitudine” e quali sono le sue caratteristiche? Le caratteristiche principali dell’esser bianco sono identificate nelle norme e nella visione del mondo del cristianesimo. Per questo la lotta contro il pregiudizio razziale si traduce, anche nei fatti, in una guerra al cristianesimo, dimenticando che è universale e non razziale.

IL LAVORO MINORILE IN AFRICA di Anna Bono

"Il silenzio dei bianchi è violenza"

Negli Stati Uniti spopola il movimento Black Lives Matter. Ma ancor prima che sorgesse, si diffondeva lentamente, nei decenni, una nuova moda razziale: corsi per addomesticare la propria “whiteness”, che in questo caso non possiamo tradurre come “candore”, ma proprio “bianchitudine”, attitudine razziale all’essere bianchi. Esattamente come i razzisti della prima metà del Novecento parlavano di “negritudine” (tutte le caratteristiche culturali e comportamentali associate alla persona di colore), oggi si parla infatti, senza pudore, di “bianchitudine”, una condizione ritenuta privilegiata, a prescindere dalla fortuna personale dell’uomo bianco e colpevole di razzismo, collettivamente, a prescindere dalle colpe o dai meriti della persona bianca.

I corsi per affrontare e contrastare la “bianchitudine”, sono tenuti da enti privati (quasi tutti diretti da bianchi, curiosamente) ingaggiati da enti pubblici, a livello locale e nazionale. Un esempio locale è il comune di Seattle, che ha avviato corsi per affrontare la “whiteness” dei suoi dipendenti bianchi e un altro esempio nazionale è un corso analogo che si tiene nel Dipartimento del Tesoro. Christopher Rufo, direttore del Discovery Institute’s Center on Wealth, Poverty, & Morality, think tank di orientamento conservatore, grazie a sue fonti interne, ha pubblicato un po’ del materiale didattico di questi veri e propri corsi di rieducazione. Ciò che lascia veramente a bocca aperta è il contenuto esplicitamente razzista di lezioni in cui si parla di “razze”, con caratteristiche comportamentali e morali giudicate collettivamente.

Si legge, ad esempio: “praticamente tutti i bianchi contribuiscono al razzismo” e si esortano i dipendenti bianchi ad “accettare i loro pregiudizi inconsci, l’esistenza del privilegio bianco e della fragilità bianca”. Il concetto di “fragilità bianca”, che va per la maggiore in questi tempi di Black Lives Matter, è particolarmente significativo. Nel prestigioso museo Smithsonian della Cultura e storia afro-americana, una sezione è dedicata alla “bianchitudine” e leggiamo questa definizione di “fragilità bianca”: “Se ti identifichi come bianco, ammettendo la tua identità razziale bianca e i tuoi privilegi, hai compiuto un passo importante per aiutare a porre fine al razzismo. Affrontare la tua bianchitudine è difficile e può portare ad avere sensi di colpa, tristezza, confusione, reattività e paura”, che possono essere, a loro volta, alla base di atti di razzismo.

Ma resta il fatto che si ribalta il tradizionale modo di combattere il razzismo. Se infatti tutto lo sforzo di Martin Luther King e dei suoi discendenti era quello di dimenticare il colore della pelle e guardare alla persona, in questo anti-razzismo contemporaneo la razza diventa nuovamente la protagonista, la persona esiste solo in quanto appartenente alla sua categoria razziale. In uno dei corsi riportati da Rufo, ad esempio, la frase “non dovremmo guardare al colore della pelle” (“We should be more color-blind”) è considerata essa stessa “razzista”.

Che cosa si intende per “bianchitudine” e quali sono le sue caratteristiche? A giudicare dalle infografiche del museo Smithsonian (vedi immagine), le caratteristiche principali dell’esser bianco sono quelle del cristianesimo. La religione cristiana e la tradizione giudaico-cristiana  (“Il cristianesimo è la norma” “Ciò che è al di fuori della tradizione giudaico-cristiana è considerano straniero” “nessuna tolleranza per chi devia dal concetto monoteista”) sono relativizzate, in quanto considerate come caratteristiche della “cultura bianca”. Quindi non si è cristiani perché fedeli a Cristo, ma lo si è in quanto bianchi, stando a questa visione del mondo. Ma fra le altre caratteristiche razziali che apparterrebbero all’uomo bianco, “interiorizzate” inconsapevolmente troviamo cose come: rispettare la persona e la sua indipendenza, la famiglia nucleare (madre, padre e figli), “enfasi sul metodo scientifico”, l’etica del lavoro (il lavoro duro quale chiave del successo), “seguire rigide tabelle di marcia” per rispettare i tempi, pianificare per il futuro, vedere il domani come migliore dell’oggi, celebrare le feste in base al calendario cristiano oltre che a quello nazionale, fondare la giustizia sul rispetto della proprietà, avere una mentalità competitiva, tramandare la tradizione per iscritto, evitare il conflitto, essere gentili. Si tratta di caratteristiche di quella che abbiamo sempre chiamato “vita civile”, a prescindere dal colore della pelle.

Ma soprattutto sono tutte norme morali e modi di vivere direttamente discendenti dal cristianesimo, oltre che dall’eredità della filosofia greca e del diritto romano in cui il cristianesimo è cresciuto. Al di fuori del mondo cristiano, ad esempio, manca il concetto del tempo, oppure il passato è preferibile al presente e al futuro e la perfezione si ottiene con la ripetizione o il ritorno a canoni precedenti. Il rispetto della persona, che viene definito come “rugged individualism” è la stessa concezione che ha permesso la liberazione degli schiavi. L’etica del lavoro esiste solo nella tradizione cristiana, “ora et labora”, unica religione che santifica l’operosità. Persino la competizione è una derivazione diretta del cristianesimo, in quanto alternativa alla sopraffazione e comporta necessariamente il rispetto del prossimo.

Questo è il vero problema: si lotta contro la “bianchitudine”, ma di fatto è una guerra contro i valori, universali, del cristianesimo. E non è un caso che il movimento Black Lives Matter prenda così tanto di mira le chiese e l’iconografia cristiana. Se il cristianesimo inizia ad essere considerato “roba da bianchi”, si seppelliscono millenni di evangelizzazione ad opera degli apostoli e dei missionari, che hanno portato il verbo del Vangelo ai quattro angoli della terra, a popoli di tutte le etnie. Ma soprattutto, se si butta via tutto il lascito culturale, morale e sociale del cristianesimo, in quanto “frutto della supremazia bianca”, allora cosa resterà? Quale sarà l’alternativa? Una società in cui si perde il valore del tempo e del lavoro, si preferisce la poligamia alla famiglia naturale, l’animismo prevale sulla razionalità e il pensiero scientifico, il ritorno al passato (e non più l’anelito al futuro e all’infinito) diventa la perfezione a cui tendere, la persona non è più valutata in base a quel che è, ma al suo posto nella società, al monoteismo si preferisce il politeismo. Una società di tal fatta è un nuovo paganesimo, di cui per altro abbiamo già tante manifestazioni anche senza pensare a scenari distopici del futuro.