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Se crollano le coop con tutto il Pd

La nuova inchiesta sulle coop rischia di coinvolgere l'ex segretario del Pd Massimo D'Alema, capofila dell'opposizione interna a Renzi. Dopo Lupi, anche un altro avversario del premier finisce nel tritacarne giudiziario. Che sia solo una coincidenza? Ammesso che lo sia, c'è un rischio anche per lo stesso Renzi.

Massimo D'Alema

Nei giorni scorsi, uno dei vicesegretari del Partito Democratico, Debora Serracchiani, ha dichiarato che il problema della corruzione delle coop rosse non è un problema per il Pd ma è un problema per il Paese.

Chissà perché non fu detta in passato la stessa cosa a proposito di altri scandali, frettolosamente confinati negli angusti confini di una certa area politica, quando invece ad emergere era un malaffare bipartisan assai diffuso. Ma è evidente che l'inchiesta condotta da Woodcock, con tutto ciò che le sta attorno, svela una rete ramificata di relazioni perverse tra la politica e il mondo degli affari che fa capo alle cooperative rosse.

Il supermanager della Cpl Concordia, Francesco Simone, provato dal carcere e deluso dai vertici di quella coop, che l'hanno scaricato l'anno scorso, sta svelando agli inquirenti i retroscena e gli intrecci relativi ai rapporti tra il sistema delle cooperative rosse e il mondo della politica. Finora ha confermato ai magistrati il sistema corruttivo. Non più mazzette, ma contratti di consulenza e quote in società create ad hoc per ricompensare dei favori sugli appalti. Alla luce di quanto sta accadendo e di quanto si sta scoprendo, tornano prepotentemente d'attualità le pesanti accuse mosse anni fa al sistema delle cooperative rosse nel libro "Falce e carrello" dal patron della Esselunga, Bernardo Caprotti.

Nel mirino di chi indaga sembra ci sia soprattutto Massimo D'Alema. Le malelingue fanno notare che la procura di Firenze ha "pizzicato" Maurizio Lupi, ministro in forte contrasto con Renzi, costringendolo a dimettersi per quelle fastidiose intercettazioni e ora la procura di Napoli sembra accanirsi sull'ex segretario del partito ed ex presidente del Consiglio, anch'egli ultimamente assai critico nei confronti del premier per il suo modo di governare e di garantire la democrazia interna al partito. Chi tocca i fili muore? Può darsi, ma ovviamente sono solo coincidenze e non ci sono prove del fatto che il potere giudiziario finisca per togliere all'ex sindaco di Firenze le castagne dal fuoco, eliminando dalla scena, o quanto meno azzoppando, i suoi avversari più temibili.

La verità è che il sistema delle coop rosse è stato in passato lambito da indagini, ma ne è sempre uscito abbastanza indenne. Qualcosa sembra essersi rotto. Lo ha capito il premier, che si affretta a prendere le distanze anche questa volta dalle inchieste che hanno colpito tanti esponenti di spicco del Pd. “Le cooperative erano forse il fiore all'occhiello di qualche progenitore del Pd, non nostro - ha dichiarato nei giorni scorsi in un'intervista - Noi abbiamo un sistema molto semplice: avendo abolito il finanziamento pubblico ai partiti, ci finanziamo con le cene e con le feste dell'Unità. Non siamo più la cinghia di trasmissione di nessuno. Ma detto questo non voglio che sia fatta di tutta l'erba un fascio”.

Ma le inchieste sono solo agli inizi e non è escluso che dalle intercettazioni e dagli interrogatori non emergano indizi anche riguardanti uomini in qualche modo riconducibili all'orbita di Palazzo Chigi. Il che accentuerebbe la tendenza a un crollo di fiducia nei sondaggi per l'attuale premier. Lui cerca di scansarsi per evitare di morirci politicamente, ma al momento ha troppi fronti aperti.

Oltre a questo incerto e imprevedibile fronte giudiziario, che comunque si ripercuote complessivamente sulla tenuta del partito, anche sul piano elettorale, ha da gestire la delicata partita della legge elettorale. Lui vuole far approvare in via definitiva l'Italicum entro fine aprile, per evitare di farsi ingabbiare dalla minoranza dem in un nuovo dibattito su possibili modifiche, che comporterebbe forti rischi di tenuta al Senato, dopo la rottura del Patto del Nazareno. Cambiare il testo ora, alla Camera, significherebbe sottoporsi a un nuovo passaggio a Palazzo Madama, dove i numeri sono risicati e la legge rischia di impantanarsi.

Il ricorso al voto di fiducia appare al momento assai probabile, ma a quale prezzo? La minoranza interna al Pd incasserà in questo modo una sconfitta, ma potrebbe vendicarsi al Senato in occasione del delicato passaggio per l'approvazione della riforma del Senato. Lì, al premier, potrebbero mancare i numeri e a quel punto il rischio caos sarebbe dietro l'angolo. Renzi, avendo incassato il successo della nuova legge elettorale, potrebbe forzare la mano e tentare la via del voto anticipato, ma, quand'anche ci riuscisse, dovrebbe presentarsi alle urne con due leggi elettorali diverse: l'Italicum per la Camera e il porcellum depurato dalla sentenza della Corte Costituzionale per il Senato. E non è detto che ottenga la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Ecco perché sa bene che deve concedere qualcosa sia alla minoranza interna che al centrodestra.

Parallelamente alla battaglia interna al suo partito, Renzi deve anche regolare i rapporti con gli alleati Ncd (ormai Area Popolare, dopo la fusione con l'Udc) e Scelta civica. La partita per la nomina del nuovo ministro degli affari regionali appare tutt'altro che chiusa e non è detto che non ci siano sorprese. I centristi puntano a far cuocere a fuoco lento il premier e intanto cercano una problematica quadra al loro interno. Probabilmente la poltrona resterà vacante fino alle elezioni regionali di fine maggio.

La strategia di Palazzo Chigi è ben chiara: puntare su annunci di ripresa economica e sulla lotta alla corruzione (anche strumentalizzando mediaticamente figure come quella di Cantone) per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dagli scandali come quello delle coop, che potrebbe al momento agevolare il premier indebolendo i suoi avversari interni ma che alla fine potrebbe rivelarsi una potente minaccia per la sua tenuta personale e per la sopravvivenza dell'intera classe politica della sinistra. La mancanza di una vera alternativa di centrodestra rappresenta al momento per l'ex sindaco di Firenze l'unico vero motivo di tranquillità.