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DEF

Se buttiamo l'occasione della ripresa economica

Il Documento Economia e Finanza presentato dal governo Renzi dimostra una strategia economica fatta di piccoli passi e priva di ambizioni. Tutto quello a cui si aspira è una piccola ripresa, giusto per ridare fiato a un paese che ha perso un quinto della sua capacità produttiva. Eppure la congiuntura internazionale è positiva come mai in passato.

Economia 13_04_2015
Expo 2015, il cantiere del padiglione italiano

“Non ci saranno nuove tasse”, con questo rassicurante annuncio Matteo Renzi ha sintetizzato gli obiettivi del Def, il Documento di economia e finanza in cui si delinea la strategia del Governo per tenere sotto controllo i conti pubblici nei prossimi anni. “Ci mancherebbe altro!” potremmo aggiungere per commentare una strategia che proprio rassicurante non è. Tutto si gioca infatti attorno ad aggiustamenti limitati, parziali e del tutto temporanei. Una crescita dello 0,7% prevista per quest’anno e dell’1,4 % per l’anno prossimo non appare infatti in grado di dare una reale scossa positiva all’economia e soprattutto all’occupazione e neppure di far rispettare gli obiettivi di finanza pubblica che l’Italia ha sottoscritto con l’Europa.

Dal 2008 ad oggi l’Italia ha perso dieci punti di Prodotto interno lordo, ha visto ridursi di oltre il 20% la propria capacità produttiva, ha continuato a far crescere il proprio debito pubblico. Ora la pressione fiscale “ufficiale” è al 43% del Pil, la spesa pubblica è a quota 57%: in queste condizioni gli spazi per nuovi investimenti, essenziali per mantenere occupazione e competitività, restano estremamente fragili.

Nello stesso Def il Governo ha ancora un volta ridotto la quota di privatizzazioni, non ha previsto alcuna misura straordinaria per tagliare le spese, non ha messo in cantiere misure strutturali ad eccezione di quel jobs act, quella riforma del mercato del lavoro che, pur con molti lati positivi, non potrà certo dare risultati straordinari.

Manca in fondo un vero progetto di politica economica, mancano quelle riforme strutturali che possano incidere sui veri eccessi della spesa pubblica. La stessa “spendig review”, la politica di risparmi, è stato fortemente ridimensionata ed è rimasta una dichiarazione di buona volontà affidata ai responsabili dei singoli ministeri: quasi come mettere le volpi a guardia del pollaio perché hanno esperienza nei furti di galline.

La speranza del Governo è che l’Europa possa concedere un’altra dilazione di uno o due anni per raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio. Se questo avvenisse, e peraltro non è per nulla scontato che avvenga, il deficit potrebbe salire lasciando un margine di ulteriore spesa per quasi due miliardi. Qualcuno ha parlato di “tesoretto” da spendere, una definizione che era stata utilizzata in circostanze analoghe dai Governi Silvio Berlusconi e di Romano Prodi e che, va ricordato, non ha portato loro molta fortuna. Anche perché parlare di soldi da spendere quando si hanno oltre duemila miliardi di euro di debiti appare quanto meno illusorio e comunque fuorviante.

Negli ultimi anni, anzi potremmo dire, decenni, di tagli di tasse non ce ne sono stati anche perché nessun Governo ha voluto tagliare la spesa pubblica non tanto con interventi di risparmio, sempre aleatori, ma modificando le leggi di spesa.

E così il continuo aumento delle tasse sulla casa ha soffocato il settore dell’edilizia, in cui si muove positivamente solo la costruzione delle sedi faraoniche delle Regioni, dalla Lombardia alla Calabria. E l’aumento delle imposte sulle rendite finanziarie delle fondazioni ha colpito quegli interventi dei welfare sussidiario che andrebbero invece difesi e valorizzati in un momento in cui le risorse pubbliche sono inevitabilmente più scarse. 

La politica tuttavia si basa spesso sulle illusioni, sulle promesse impossibili, sulle affermazioni non dimostrate (e non dimostrabili). E’ una politica che accomuna sia la maggioranza, sia l’opposizione. Con quest’ultima che confida sulla scarsa memoria dei cittadini perché chiede le stesse cose, come il taglio alle tasse, che non ha fatto negli anni in cui è stata al Governo.

Il rammarico più forte per la mancanza di veri e coraggiosi progetti di riforma è tuttavia dato anche dal fatto che l’Italia si trova in una condizione di scenario particolarmente favorevole, così come si era trovata all’inizio degli anni Duemila dopo l’avvio della moneta unica europea. I tassi di interesse sono quasi a zero, e questa è una manna per un Paese con il terzo debito pubblico del mondo; l’euro si è fortemente svalutato, e questo aiuta un Paese la cui industria è fortemente orientata alle esportazioni; il prezzo del petrolio resta molto basso, e questo non può che essere positivo per un Paese che dipende dall’estero per il 90% dei consumi energetici.

E’ una congiunzione di fattori positivi che potrebbe non durare a lungo. Il dramma è che invece di essere un’occasione per cambiare le regole per la spesa pubblica rischia di diventare un alibi per non abbandonare vecchi metodi ed eterni rinvii.