• EDITORIALE

Scuola, chi crede ancora nello sviluppo integrale?

La prima causa della crisi scolastica sta nel venire meno del vero scopo della scuola. E nel frattempo in tre anni hanno chiuso ben 580 scuole paritarie, il 4,3% del totale, un segnale d'allarme per tutto il sistema scolastico. Ma ci sono anche delle realtà che hanno imparato a sopravvivere alla scuola.
"SCUOLA: ROMPERE IL MURO FRA AULA E VITA"di Giovanni Cominelli.

Scuola

Mentre si consuma il rito di avvio del nuovo anno scolastico, caratterizzato dalle consuete proteste di insegnanti, dirigenti e personale ATA, prosegue lo sgretolamento della scuola italiana nel “gioco” del tutti contro tutti, confermato in questi giorni anche dai dati presentati dall’ultima ricerca OCSE sull’istruzione nei vari paesi.

Occorrerebbe correre ai ripari, superando le logiche di natura occupazionale, sindacale, economica e burocratica che, snaturandolo, mantengono saldamente il dominio del settore. Bisogna amaramente registrare però, che del vero scopo della scuola non importa quasi più a nessuno. Lo sviluppo integrale della persona, nelle sue dimensioni umana e culturale, cui la Legge sulla Buona Scuola aveva incredibilmente prestato attenzione (almeno a parole), è rimasto nell’ombra. 

E’ questa la prima è più grave causa della crisi della scuola italiana e della conflittualità che la caratterizza. Non se ne uscirà fintanto che non si rimetterà a tema la ragione vera per cui la scuola esiste e non si comincerà a operare in questa direzione.

In tale contesto così arruffato e avvilente, in cui il Ministero dell’Istruzione continua caparbiamente a snocciolare proclami di fantomatici progressi, quasi che le parole potessero sovvertire la realtà, un altro dato drammatico viene ad aggiungersi alla catena dei fallimenti, sebbene pochi se ne siano accorti e a non molti probabilmente interessi: in tre anni hanno chiuso 580 scuole paritarie e gli alunni che le frequentano sono diminuiti di oltre 100mila unità. 

Come ha rilevato Tuttoscuola.it, meno alunni nelle scuole paritarie sono probabilmente la causa ma anche l’effetto della crisi che nel triennio 2012-13/2015-16 ha colpito anche le scuole. Le difficoltà economiche nella gestione delle scuole hanno determinato un aumento dei costi e quindi delle rette, con la conseguenza che molte famiglie hanno rinunciato a frequentarle. Ma è anche altrettanto vero che molte famiglie, a causa della crisi economica, hanno preferito la scuola statale per la sua complessiva gratuità.

Nel triennio considerato hanno chiuso ben 580 scuole paritarie, il 4,3% delle 13.487 funzionanti nel 2012-13: dopo il primo anno sono state chiuse 222 scuole, 127 il secondo anno e 231 il terzo. Occorre notare, tuttavia, che delle 580 chiuse nel triennio, 432 sono scuole dell’infanzia (ben 200 nelle regioni del Sud); probabilmente si tratta di piccole scuole poco strutturate, che per prime hanno risentito del peso notevole dei costi di gestione, accompagnato dal preoccupante calo demografico che ne ha ridotto la potenziale utenza.

La Campania è la regione che ha fatto registrare la chiusura del maggior numero di scuole paritarie (120 in meno), seguita dalla Sicilia (116). L’Abruzzo è la regione che nel triennio considerato ha visto chiudere ben 32 scuole secondarie superiori, pari ad oltre il 53% delle 60 funzionanti tre anni prima.

Non sappiamo se il trend negativo sia destinato a durare anche per i prossimi anni. Come in ogni crisi, da una parte restano sul terreno numerose vittime che, per la loro strutturale fragilità, non sono state in grado di reagire; dall’altra, ne escono rafforzate tutte quelle realtà che hanno avuto la capacità di mettersi in discussione, rinnovarsi e trovare nuove strade. 

E’ possibile constatare, infatti, come diverse scuole paritarie abbiano fatto fronte alle difficoltà con una oculata razionalizzazione dei costi e mettendosi in rete, manifestando una non comune capacità imprenditoriale. Alcune scuole superiori paritarie della Lombardia, territorialmente vicine,  hanno deciso di accorparsi superando la logica individualista che spesso va per la maggiore, presentandosi unite e più forti sul territorio, col vantaggio inoltre di realizzare importanti economie di scala. Altre, approfittando delle opportunità concesse dalla Legge di Stabilità 2016, hanno introdotto forme innovative di Welfare aziendale (il welfare aziendale costituisce un insieme di benefit e prestazioni finalizzato a superare la componente meramente monetaria della retribuzione al fine di sostenere il reddito dei dipendenti e migliorarne la vita privata e lavorativa), mettendo a disposizione dei dipendenti, su base volontaria, una somma da spendere in servizi di Welfare, quali le spese per l’istruzione dei figli, le spese mediche (tramite iscrizione ad un fondo sanitario integrativo) e previdenza integrativa, ma anche palestre, mutui, sport, cultura e tempo libero. Altre ancora si stanno specializzando nella progettualità europea, nel fundraising e nel crowdfunding (piattaforme di finanziamento collettivo aperta a tutti, dove proporre progetti culturali, sociali e ambientali, lanciare prodotti innovativi e startup), per reperire fondi da destinare alle famiglie che diversamente non avrebbero la possibilità di pagare la retta. 

Si tratta, è evidente, ancora di esempi piccoli e quantitativamente limitati, tuttavia importanti per indicare delle strade percorribili da tutte le scuole italiane. Strade che però necessitano di quella che è una (probabilmente “la”) soluzione ai problemi di cui si è detto in apertura dell’articolo: l’autonomia. Come avviene già da tempo nella maggior parte dei paesi avanzati. 

Quello che diverse scuole paritarie – pur svantaggiate dalla non-parità economica - hanno potuto fare, ha nel desiderio di bene dell’alunno il suo orizzonte ideale e nell’autonomia il suo asse portante e la sua possibilità di attuazione. Da questo punto di vista, le scuole paritarie rappresentano la punta avanzata di quello che l’intero sistema di istruzione potrebbe essere.

Finché alla scuola statale italiana non sarà attribuita quella reale e piena autonomia di cui ha bisogno per vivere e per allinearsi agli standard degli altri paesi avanzati, e il centralismo continuerà a soffocare ogni possibilità di crescita, di iniziativa e di autentica assunzione di responsabilità da parte di tutti gli attori in gioco, continuerà la crisi del nostro sistema di istruzione. 

Le buone prassi da imitare non mancano, sia in Italia che all’estero; basta volerlo.

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