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il caso

Scalata Mps a Mediobanca, gli errori della politica

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Una nuova indagine della Procura di Milano sulla scalata di Monte dei Paschi a Mediobanca riporta al centro del dibattito pubblico il rapporto, spesso ambiguo, tra potere finanziario, controlli istituzionali e interferenze politiche.

Editoriali 29_11_2025

La nuova indagine della Procura di Milano sulla scalata di Monte dei Paschi a Mediobanca riporta al centro del dibattito pubblico il rapporto, spesso ambiguo, tra potere finanziario, controlli istituzionali e interferenze politiche. Secondo l’ipotesi accusatoria, ancora tutta da verificare nelle sedi giudiziarie, la maxi-operazione da 13,5 miliardi che ha portato Mps a rilevare quasi interamente il capitale di Piazzetta Cuccia sarebbe stata preparata a tavolino attraverso un presunto accordo segreto tra Francesco Gaetano Caltagirone, il presidente di Delfin Francesco Milleri e l’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio, i quali avrebbero agito in maniera coordinata sia nell’acquisto della quota Mps ceduta dal Tesoro a fine 2024 sia nella successiva Offerta pubblica di acquisto e scambio che ha quasi azzerato gli azionisti indipendenti di Mediobanca.

L’ipotesi degli inquirenti è che i tre avrebbero formato un’intesa non dichiarata, operando congiuntamente sugli stessi strumenti finanziari senza darne comunicazione ai soggetti preposti ai controlli: Consob per la trasparenza dei mercati, Bce per la vigilanza bancaria, Ivass per il settore assicurativo. Una condotta che, sempre secondo le contestazioni, avrebbe avuto l’effetto di occultare la formazione di un “patto di fatto” tale da imporre il lancio di un’Opa quando la soglia congiunta del 25% in Mediobanca è stata raggiunta.

Contestualmente la Procura milanese procede per ipotesi di aggiotaggio, cioè manipolazione del mercato, e per ostacolo agli organi di vigilanza, perché movimenti paralleli e coordinati di quella portata potrebbero aver inciso sulla dinamica dei prezzi e sulla trasparenza dell’operazione.

A rendere ancora più significativa la vicenda non è solo la complessità dell’intreccio societario – che coinvolge uno dei più potenti costruttori e finanziari d’Italia, il capo della galassia Delfin e il banchiere che ha portato a compimento il rilancio di Mps dopo anni di crisi e oltre 20 miliardi di ricapitalizzazioni pubbliche – ma anche il ruolo del governo, che dopo aver venduto la propria quota in Mps ha sostenuto politicamente l’operazione come se si trattasse di un necessario riequilibrio del sistema finanziario nazionale.

Ancora una volta la politica, invece di preservare l’autonomia dei mercati, sembra essersi spinta oltre il proprio perimetro fisiologico, orientando dinamiche che dovrebbero restare nelle mani degli investitori e sotto il controllo trasparente delle autorità indipendenti. Non sarebbe del resto la prima volta: già più di vent’anni fa il governo guidato da Massimo D’Alema fu accusato di aver trasformato Palazzo Chigi in una sorta di “merchant bank di Stato”, intervenendo direttamente in partite finanziarie di interesse nazionale ma con conseguenze spesso opache per la concorrenza e per la tutela del risparmio.

Oggi la storia sembra ripresentarsi, con la stessa tensione irrisolta tra l’ambizione di costruire “campioni nazionali” e l’esigenza, costituzionalmente tutelata, di salvaguardare la libertà di mercato e l’integrità dei controlli.

È legittimo che un governo abbia una visione strategica, ma è altrettanto vero che, quando il potere politico appare troppo schierato in una scalata societaria, rischia di legittimare comportamenti che finiscono per comprimere la trasparenza, alimentare la sfiducia degli investitori e indebolire proprio quegli istituti che vorrebbe rafforzare. Qualunque sarà l’esito delle indagini – che devono procedere nel pieno rispetto della presunzione di innocenza – questa vicenda mostra quanto sia pericoloso dimenticare che il mercato finanziario funziona solo se è libero, ordinato e controllato da autorità realmente indipendenti, non immerso nelle logiche di potere delle cordate né piegato alle strategie contingenti dei governi.

Il bene dei risparmiatori, la concorrenza e la stabilità del sistema dovrebbero rimanere punti imprescindibili: ogni volta che questi principi vengono messi in secondo piano, sia per l’azione di soggetti privati sia per eccessi di protagonismo politico, il rischio è di tornare in un passato in cui le operazioni decisive non si decidevano nelle assemblee degli azionisti ma nei “salotti” e nei “palazzi”, con conseguenze che il Paese ha già pagato a caro prezzo.