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Sbatti il no vax in intensiva: schiaffo a pietà e a giornalismo

Non è giornalismo estorcere col consenso delle direzioni sanitarie interviste di pentimento a chi non è vaccinato e lotta con un filo di voce in terapia intensiva. E' sciacallaggio che sfrutta e prostituisce il dolore delle persone nel momento più drammatico della loro vita. Pietà, umanità, rispetto: dove siete? Il silenzio dell'Ordine dei medici e dei giornalisti. 

Una volta si chiamava tv del dolore, oggi viene spacciata per giornalismo d’inchiesta, ma in realtà non è altro che sciacallaggio mediatico. Portare una telecamera dentro una terapia intensiva ed estorcere delle dichiarazioni a chi è aggrappato a un respiratore per un soffio di ossigeno, con l’intento di strappare un pentimento da mostrare in tv, non è giornalismo: è strozzinaggio televisivo ed è curioso che l’Ordine dei giornalisti, così solerte nella censura, non colga l’umiliazione della persona che si cela dietro queste operazioni.

Bergamo. Una troupe di Sky entra nella terapia intensiva dell’ospedale. Il dottore mostra un letto vuoto: è il letto di un paziente appena deceduto per covid. Non era vaccinato e questo è l’elemento decisivo per la notizia. Accanto c’è la moglie, che è appesa al respiratore. Il medico e la giornalista sono a pochi metri da lei, lui la indica come si indicano i macachi in gabbia allo zoo: «Si tratta di marito e moglie non vaccinati, dicevano che volevano aspettare. Ora se volete andiamo da lei».

L’inquadratura si stringe su un corpo avvolto in coperte dal quale emerge solo una mascherina. «Perché avete deciso di non vaccinarvi»? chiede la cronista.

Lei reagisce con un filo di voce: «L’avremmo fatto più avanti».

È un’intervista o un interrogatorio? A questo livello di umanità siamo arrivati? Ai malati in lotta contro la morte non si chiede neanche più come stanno, non si offre nemmeno una parola di conforto? Si regala al pubblico solo l’unica domanda possibile, quella punitiva, per umiliare e per educare i resistenti: “Farete la sua fine se non vi vaccinate”.

Così, il dolore, la sofferenza, che sono sempre personali e intimi, vengono esposti al pubblico ludibrio e al giudizio dei telespettatori. Euripide sarebbe trasecolato nel vedere la tragedia buttata in proscenio come il sacco dell’immondizia di un corpo immerso nel mistero decisivo della sua esistenza che in quel momento viene prostituito nel senso di violato e usato per altri scopi.   

La signora, anziana, è evidentemente in uno stato di prostrazione: non è chiaro il motivo per cui non si è vaccinata, dice che “voleva aspettare”, ma non sembra di essere di fronte a una pericolosa no vax che blocca i porti, probabilmente si tratta di una persona che non si è vaccinata per motivi che hanno a che vedere con i servizi sociali e le solitudini urbane piuttosto che con la lettura delle pagine eversive dei no vax su Telegram.

Ma dato che il diavolo fa le pentole e non i coperchi, lei un filo di voce ce l’ha, e lo tira fuori per dire che «poi è successo che un vaccinato in doppia dose mi ha attaccato il virus». A quel punto, un giornalista avrebbe dovuto chiedere che cosa è successo dopo, se, ad esempio, la donna e il marito sono stati assistiti fin dalla comparsa dei primi sintomi, come e da chi. Ma questo non interessa. Interessa chiedere perché «non aveva paura del covid?» e «perché aveva più paura del vaccino?». Le risposte della donna sono poco lucide, però resta in sospeso quel «vaccinato in doppia dose» che, come un untore, ha contagiato la donna, in una guerra civile cinica di contagiati e contagianti. Gli stessi vaccinati che per mesi e mesi si è ripetuto che non avrebbero mai potuto trasmettere il virus.

Le telecamere si spostano su Lucio. Ha 61 anni, è tracheotomizzato e il dottore gli parla mentre un’infermiera gli fa la barba: «L’importante è riconoscerlo (di aver sbagliato sembra essere il senso della frase ndr)». «Era meglio riconoscerlo», insiste. E poi: «Non si è vaccinato perché aveva paura o perché non credeva ai vaccini o perché pensava di non prendere la malattia? Mi dica la verità tra queste tre cose». E ancora: «Aveva paura del vaccino? Che fosse peggio della malattia?». Lui annuisce, non riesce ad emettere un solo filo di voce, per giunta ha un rasoio alla gola che gli scivola via la schiuma da barba. Probabilmente sta pensando che potrebbe morire. Che cosa gli è più utile in quel momento? Offrirsi come testimonial obbligato della campagna vaccinale o pregare che il medico sia pietoso, faccia il suo lavoro e che Dio, che in questi letti d’ospedale è sempre presente, abbia misericordia di lui, di noi, di tutti?

Ma il medico Torquemada non sente ragioni: «E di quanto è peggio la malattia rispetto al vaccino? Cento volte?». Lui annuisce ancora, cede, non oppone alcuna resistenza, probabilmente è così inerme che in quel momento potrebbe anche intestare la casa ad una coppia di truffatori seriali. Il medico si sente soddisfatto di quel corpo muto così attonito, così eloquente: «Va bene, auguri, ci dia una mano quando incontra la gente perché noi siamo stanchi di fare questo mestiere». Ma quale mestiere intendeva? Il mestiere di torchiare i pazienti o quello di curarli con premura senza chiedergli il colore della pelle, le opinioni politiche, lo stato sociale e il tesserino sanitario? 

Il tour prosegue con la visita a Giuliana. Lei è la prima della classe, quella che la professoressa indica alla lavagna come esempio. È finita in terapia intensiva da vaccinata e tra poco andrà in reparto, quindi - dice il medico -, non sta male come gli altri. E quindi perché è lì? «Perché aveva fatto la seconda dose a maggio e aspettava la terza, ma è caduta in quella finestra in cui il vaccino non funzionava più». Nessuno coglie la contraddizione della situazione.

Anche lei parla e consiglia a tutti di vaccinarsi perché se non avesse fatto il vaccino oggi starebbe peggio. Intanto però ha preso il covid perché il vaccino, che doveva essere sicuro per un anno, che non doveva dare luogo a booster né terze dosi, ha bucato e per stessa ammissione del medico non funzionava più, dimostrando così che il vaccino non può essere affatto la panacea di tutti i mali.

Ma questo non importa: quello che importa è fin dove si sta spingendo questa divisione sociale che arriva a creare fratture mai viste in una corsia d’ospedali: di qua i salvati, i malati degni di pietà, quelli che hanno il plauso dei medici che si prendono cura di loro, di là sommersi, i malati che invece meritano solo il disprezzo e la riprovazione dell’equipe medica e del pubblico a casa.

E ciò che davvero sconcerta è che a operare questa selezione sia un medico, ossia un professionista che dovrebbe essere la neutralità fatta a persona. Ciò che ferisce è questo: vedere un medico così emotivamente coinvolto nella discriminazione del suo reparto. Puoi essere un luminare della scienza e gestire un reparto efficientemente finché vuoi, puoi fare pubblicazoni, ricevere riconoscimenti e titoli accademici a iosa, ma questo non ti dà il diritto di usare i pazienti che ti sono affidati per scopi che non sono medici, ma smaccatamente politici, mediatici e ideologici. 

C’è qualcuno dalle parti dell’Ordine dei Medici e dei Giornalisti?  

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