• LA PROPOSTA

Sant’Ireneo di Lione presto dottore della Chiesa?

La Conferenza episcopale degli Usa, su richiesta del cardinal Barbarin, ha dato il suo supporto alla proclamazione di sant’Ireneo a dottore della Chiesa. La sua dottrina è una luce sull’importanza della Tradizione e successione apostolica. Fu lui a parlare di Maria come nuova Eva e «avvocata», mostrando - come disse Benedetto XVI - «l’interna coerenza di tutta la fede».

«… nel nome di Cristo è sottinteso colui che ha unto, colui che è stato unto e l’unzione stessa di cui è stato unto: colui che ha unto è il Padre, colui che è stato unto è il Figlio, ed è stato unto nello Spirito che è l’unzione» (Ireneo di Lione, Contro le eresie, 3, 18, 3)

Il 12 novembre la Conferenza episcopale statunitense ha espresso il suo “sì” unanime alla proclamazione di sant’Ireneo di Lione (c. 120/130 - c. 202) a dottore della Chiesa. Il supporto a questo antico Padre, originario di Smirne, fa seguito all’iniziativa dell’arcivescovo di Lione, il cardinale Philippe Barbarin, la cui diocesi dedicherà il 2020 alla memoria di sant’Ireneo, nella speranza che in quei mesi possa arrivare la desiderata proclamazione da parte del Papa.

Dichiarare sant’Ireneo dottore della Chiesa, del resto, sarebbe la naturale conseguenza dell’assoluto valore che è già stato riconosciuto alla sua dottrina, presentata nei cinque libri Contro le eresie (Adversus haereses) e nell’Esposizione della dottrina apostolica. Basti dire che Ireneo è uno degli scrittori ecclesiastici più citati nel Catechismo e il secondo più citato, dopo sant’Agostino (uno dei primi quattro dottori della Chiesa, oggi in tutto 36), nei documenti del Concilio Vaticano II. Come ha detto ad Our Sunday Visitor il vescovo Kevin Rhoades, presidente del Comitato sulla dottrina della Conferenza episcopale statunitense, «una tale dichiarazione appare particolarmente importante oggi, date le sfide che affrontiamo, tra cui il riemergere di idee gnostiche, le divisioni nella Chiesa e la crescente disaffiliazione dalla Chiesa». Rappresenterebbe un antidoto alla crisi di fede, all'indifferentismo religioso e alla protestantizzazione della Chiesa.

La sua figura è in stretto legame con la Chiesa delle origini, perché Ireneo fu discepolo di san Policarpo di Smirne, martire e a sua volta discepolo di san Giovanni Evangelista, l’ultimo dei Dodici a lasciare questa terra. Così, già maturo, rivolgendosi a un vecchio amico (Florino) divenuto eretico, poteva esortarlo a tornare sulla retta via richiamandogli la comune conoscenza di Policarpo, ossia come il maestro «riferiva le sue relazioni con Giovanni e con gli altri che avevano visto il Signore, come ricordava le loro parole e quali erano le cose che aveva udito da loro sul Signore, sui suoi miracoli e sul suo insegnamento, e come Policarpo avesse ricevuto tutto questo dai testimoni oculari della vita del Signore e lo riferisse in conformità con le Scritture».

A proposito di Scritture, già sant’Ireneo ci restituisce l’elenco dei Vangeli esattamente come è arrivato a noi, dal primo - quello di Matteo, che inizialmente «pubblicò tra gli Ebrei, nella loro lingua» (l’edizione greca è successiva) - al quarto, di Giovanni.

La sua opera è fondamentale perché illumina sull’importanza della Tradizione e della successione apostolica nel custodire il deposito della fede. Scriveva infatti: «La tradizione degli Apostoli, manifesta in tutto quanto il mondo, si mostra in ogni Chiesa a tutti coloro che vogliono vedere la verità e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli Apostoli nelle Chiese e i loro successori fino a noi». In particolare Ireneo, vescovo di Lione dal 177, aveva stilato un elenco dei primi successori di Pietro e ricordava, similmente a sant’Ignazio di Antiochia prima di lui, la necessità della comunione di tutte le Chiese particolari con la Chiesa «fondata a Roma dai gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo»: «È sempre stato necessario che ogni Chiesa, cioè i fedeli di ogni luogo, si volgesse alla Chiesa romana in forza del suo sacro primato».

Già da questi cenni, si capisce perché Benedetto XVI abbia detto in una catechesi che Ireneo può essere considerato «il primo grande teologo della Chiesa, che ha creato la teologia sistematica; egli stesso parla del sistema della teologia, cioè dell’interna coerenza di tutta la fede». Il cuore della fede è presente nel Credo apostolico, suddivisibile idealmente in tre parti (relative al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo), che per sant’Ireneo sono «i tre capitoli del nostro sigillo [battesimale]». Cosa significhi comunione nella vera fede e quanto la Chiesa, già nel II secolo, fosse cattolica (cioè universale) lo esprimono bene queste altre sue parole: «Le lingue del mondo sono diverse, ma la potenza della Tradizione è unica e la stessa: le Chiese fondate nelle Germanie non hanno ricevuto né trasmettono una fede diversa, né quelle fondate nelle Spagne o tra i Celti o nelle regioni orientali o in Egitto o in Libia o nel centro del mondo».

Benedetto XVI ha definito a ragione Ireneo «il campione della lotta contro le eresie». Il II secolo vide il proliferare degli errori della gnosi, una falsa dottrina, rapidamente frammentatasi in tante correnti e tante contraddittorie ‘verità’ quanti erano i suoi leader, che rigettavano l’insegnamento della Chiesa proponendosi come i depositari di una conoscenza elitaria e fondamentalmente esoterica, riservata agli ‘iniziati’. A questi errori, come ha spiegato Ratzinger riassumendone il pensiero, Ireneo ribatteva che la Tradizione, quindi la trasmissione della verità, è «pubblica», «unica» e «pneumatica», cioè guidata dallo Spirito Santo (dal greco pneuma, «spirito»).

Sulle orme di san Paolo, nella teologia di sant’Ireneo occupa un posto centrale la riflessione sul mistero della ricapitolazione di tutte le cose, operata da Nostro Signore con la Sua vita, morte e risurrezione, grazie a cui «ci ha procurato la salvezza, così che noi recuperassimo in Gesù Cristo ciò che avevamo perduto in Adamo, cioè di essere ad immagine e somiglianza di Dio». Ed è per restituire all’uomo la sua vocazione originaria e la possibilità di realizzare il suo fine ultimo, contemplare Dio, che «appunto Cristo è passato attraverso tutte le età della vita».

Grande merito di sant’Ireneo è poi l’aver per la prima volta esposto organicamente la dottrina sul ruolo di Maria come nuova Eva, nella sua mirabile collaborazione all’opera del divin Figlio, nuovo Adamo. La Madonna «con la sua obbedienza divenne causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano», scrive il santo, ripreso dalla Lumen Gentium, la costituzione conciliare sulla Chiesa. Infatti, «il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l’obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria l’ha sciolto con la sua fede». E fu sempre sant’Ireneo a definire Maria «avvocata» di Eva, attribuendole un titolo che poi sarebbe divenuto caro a tutti i fedeli e richiamato nella stessa Lumen Gentium, assieme a quelli di «… ausiliatrice, soccorritrice, mediatrice».

Non per nulla, in breve, la dottrina mariana di sant’Ireneo è ritenuta un’importante base teologica per la definizione di un dogma su Maria come Corredentrice, dogma che la Madonna in persona ha chiesto esplicitamente nelle apparizioni di Amsterdam (1945-1959), riconosciute dalla Chiesa, promettendo un’abbondanza di grazie celesti e profetizzando che esso sarebbe stato l’ultimo e il più grande. Ma anche molto combattuto. Certo è che la Divina Provvidenza è all’opera.