Sant’Agostino e la croce, il segno della vita cristiana
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Il vescovo di Ippona parla della croce quale ancora di salvezza, che «descrive tutto l’agire cristiano: compiere in Cristo opere buone, a Lui aderire con perseveranza, sperare le cose celesti, non profanare i sacramenti».
Come l’uomo vivente è la gloria di Dio, così la croce di Cristo è la gloria dell’uomo. «Scorgiamo la meta da raggiungere, tuttavia c’è di mezzo il mare di questo secolo. Nessuno può attraversarlo se non è portato dalla croce di Cristo. E chi non riesce a vedere da lontano la meta del suo cammino non abbandoni la croce e la croce lo porterà». Nel Commento al Vangelo di Giovanni, sant’Agostino descrive così la croce quale ancora di salvezza, legno al quale aggrapparsi nelle tempeste della vita. E in effetti l’arca di Noè che custodisce il germe dell’umanità nuova durante il diluvio universale prefigura proprio la Chiesa strappata dai flutti del peccato per mezzo del legno della croce di Cristo.
Per il vescovo di Ippona «il segno della croce descrive tutto l’agire cristiano: compiere in Cristo opere buone, a Lui aderire con perseveranza, sperare le cose celesti, non profanare i sacramenti». Tale agire è metaforicamente significato dalle quattro “dimensioni” della croce. Infatti, nella larghezza è figurata la gioia di chi compie opere buone, nella lunghezza la perseveranza nel bene, nell’altezza l’aspettativa fiduciosa di coloro che sperano nelle realtà celesti, ovvero l’attesa del premio divino, e nella profondità il mistero della grazia divina insito nella croce stessa. L’amore di Dio si estende dunque a tutti i popoli e a ogni tempo, cui alludono rispettivamente l’asse orizzontale e quello verticale del patibolo. «Quando il mondo poteva essere crocifisso per te se non fosse stato crocifisso per te Colui per mezzo del quale è stato creato il mondo? Dove l’umiltà ivi la maestà, dove la debolezza ivi la potenza, dove la morte ivi la vita». Infatti, «la trappola del diavolo fu la croce del Signore; l’esca per prenderlo fu la morte del Signore», spiega sant’Agostino, che in un altro discorso aggiunge: «Contarono le ossa mentre lui era sospeso. Figura ripugnante quella del crocifisso! Ma dalla sua bruttezza venne fuori una splendida bellezza. Quale? Quella della risurrezione», perché «era là ogni nostra speranza di vita». In questo modo, prosegue il Dottore della grazia, «Cristo fece anche di più di quanto essi, insultandolo, pretendevano. È più strepitoso infatti risorgere da un sepolcro che scendere da una croce».
«Egli dunque prese sopra di sé la morte e la inchiodò alla croce, e così i mortali vengono liberati dalla morte». A tale mistero salvifico allude tra gli altri l’episodio del serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto, che prelude «alla morte del Signore in croce, raffigurata nel serpente, perché la morte proveniva dal serpente. Il morso del serpente è letale, la morte del Signore è vitale. Si volge lo sguardo al serpente per immunizzarsi contro il serpente. Si volge cioè lo sguardo alla morte per debellare la morte. Ma alla morte di chi si volge lo sguardo? Alla morte della Vita, se così si può dire. Nella morte di Cristo morì la morte perché la vita, morta in Lui, uccise la morte e la pienezza della vita inghiottì la morte. La morte fu assorbita nel corpo di Cristo», commenta acutamente sant’Agostino, mentre evidenzia nel contempo che se «il segno prefigurativo procurava la vita temporale (la salute fisica degli israeliti, ndr), la realtà prefigurata (la morte di Cristo, ndr) procura la vita eterna». Allo stesso modo il bronzo allude alla «durevolezza della fede nella croce di Cristo», per la quale «Egli, maledetto, vinse la maledizione, Lui che con la morte vinse la morte, col serpente il serpente. Ad essere maledetti perciò furono la morte, il peccato e il serpente, sui quali Cristo riportò il trionfo in croce».
Dunque, Gesù «ha preso su di sé il tuo male e ti darà il suo bene? Ma certo che te lo darà! Ci ha promesso la sua vita, anzi ha fatto una cosa ancora più inaudita: come anticipo ci ha elargito la sua morte per invitarci a partecipare della sua vita. Una vita dove nessuno muore, una vita veramente beata, la cena eterna, la comunione con Lui». «Cerchi una scala per vedere come giungere a Dio? Cerca il legno dell’umiltà e senz’altro ci arriverai». Perciò, «se il vanto è nella croce di Cristo non vergogniamoci dell’umiltà dell’Altissimo». Prendere su di sé la propria croce comporta anche «sopportare tutto ciò che è molesto». Eppure, «il cristiano dovrebbe pendere di continuo da questa croce, per l’intero arco di questa vita terrena, che si passa in mezzo a tentazioni. Le carni sono le concupiscenze della carne, i chiodi sono i comandamenti della giustizia; con questi chiodi il timore di Dio trafigge le concupiscenze della carne, quel timore che ci crocifigge rendendoci ostia a lui gradita», secondo quanto sottolinea il vescovo d’Ippona in un’altra mirabile omelia.
Alla luce di tali considerazioni, ogni fedele è chiamato, «gloriandosi della croce di Cristo, non a piacere per motivi umani; né a temere le persecuzioni dell’uomo carnale, avendole affrontate per primo Colui che si lasciò crocifiggere per dare l’esempio a quanti avrebbero calcato le sue orme». In questo modo, nel solco del chicco di grano caduto in terra, l’uomo vecchio crocifisso con Cristo cede il passo all’uomo nuovo rivestito della sua grazia e risplendente della sua gloria.

