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CONTINENTE NERO

Sahel, le dittature pro-russe sono inefficaci contro gli jihadisti

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Burkina Faso, Mali e Niger, nei tre paesi in cui si sono insediate giunte militari che hanno chiamato in soccorso i russi, il terrorismo imperversa peggio di prima. I militari controllano al massimo le loro capitali. E i contractors russi si sono dimostrati inefficaci contro gli jihadisti. 

Esteri 30_08_2025
Contractors russi nel Sahel (La Presse)

L’Indice globale del terrorismo 2025, pubblicato dall’Institute for Economics & Peace, conferma ai primi posti, per gravità di impatto, classificato molto elevato, tre stati africani: il Burkina Faso al primo posto, il Mali al quarto e il Niger al quinto. Sono tutti e tre governati da giunte militari che, dopo aver preso il potere – il Mali nel 2020, il Burkina Faso nel 2022, il Niger nel 2023 – hanno accusato Nazioni Unite ed Europa di non aver aiutato abbastanza i loro paesi a combattere il terrorismo islamico e hanno deciso di fare da sé, ma confidando sull’aiuto della Russia in forniture militari, addestramento e mercenari. Per aiutarsi a vicenda nella lotta ai gruppi jihadisti e contro qualsiasi altro nemico esterno, nel 2023 hanno formato la Alleanza degli Stati del Sahel (AES, Alliance des Etats du Sahel).

Popolazioni esauste avevano festeggiato i colpi di Stato nella convinzione che i militari avrebbero fatto meglio dei governi civili, soprattutto per quanto riguarda il contrasto al jihad. Confidavano che fossero meno corrotti e più esperti. Invece, senza l’argine delle missioni europee, delle basi americane e, in Mali, dei caschi blu della missione Onu Minusma, la situazione è precipitata. Le tre giunte militari al potere si sono limitate più che altro a cercare di proteggere le città capitali dei rispettivi paesi lasciando che il terrorismo imperversasse nelle aree rurali. Il risultato è che i jihadisti hanno esteso il loro raggio d’azione, si sono assicurati il controllo di territori più vasti, hanno moltiplicato gli attacchi e gli attentati sia contro i civili che contro i militari. Di mese in mese le perdite in vite umane e i danni materiali si sono moltiplicati. Rispetto al 2001, nei tre paesi si era registrato un aumento delle vittime di oltre il 190%. In Burkina Faso è più che triplicato.

Il sostegno militare russo si è rivelato inadeguato, e anzi infruttuoso. In Mali, soprattutto, il rapporto con i mercenari russi – l’Africa Corps che ha sostituito i Wagner – si è incrinato. Nel corso degli anni i mercenari sono stati accusati più volte da diverse associazioni, tra cui Human Rights Watch, di infierire sui civili. Adesso sono i soldati maliani e la giunta militare ad accusarli. Non di violazioni dei diritti umani, ma di aver operato spesso senza autorizzazione, senza rispettare la catena di comando, «utilizzando – precisa un rapporto pubblicato il 27 agosto dal gruppo di ricerca The Sentry – equipaggiamento militare e persino eseguendo operazioni di sicurezza senza permesso o preavviso». Il risultato è stato in diverse occasioni la perdita di equipaggiamento, automezzi e vite. Inoltre i militari maliani si sono più volte trovati «inaspettatamente senza equipaggiamento per combattere». Per questo, stando al rapporto «i soldati maliani nutrono risentimento nei confronti dei mercenari russi che ricevono un ‘trattamento preferenziale’, fino a usufruire di trasporti per cure mediche altrimenti limitati a causa della scarsità di carburante». Come se non bastasse, ed è questo che più conta, la reputazione di temibili combattenti che accompagnava i mercenari è stata intaccata da una serie di battute d’arresto militari. I jihadisti hanno infatti inflitto sconfitte pesanti ai Wagner prima e poi all’Africa Corps.

Accusare i mercenari del peggioramento della situazione può essere un modo da parte della giunta militare maliana di salvare la propria immagine agli occhi della popolazione, in una fase resa ancora più critica dal colpo di stato tentato all’inizio del mese da una parte dell’esercito. Per lo stesso motivo il presidente Assimi Goita in persona nei giorni scorsi ha negato categoricamente di che i mercenari russi abbiano ottenuto delle concessioni minerarie come pagamento dei loro servizi.

In Burkina Faso il presidente Ibrahim Traore da parte sua elenca inesistenti successi economici e militari e cerca di presentarsi come un nuovo Sankara, l’eroe della guerra di indipendenza del paese, mentre sempre nuove ondate di profughi lasciano il paese sotto la minaccia dei jihadisti. La giunta militare ha appena espulso il massimo rappresentante delle Nazioni Unite nel paese, Carol Flore-Smereczniak, dichiarata persona non grata per aver contribuito alla stesura di un rapporto che copre un periodo di due anni, da quando cioè Traore è diventato presidente in seguito al secondo colpo di stato messo a segno dall’esercito alla fine del 2022. Il rapporto riguarda i bambini e presenta più di 2mila casi registrati di arruolamento di minori, di minori uccisi, vittime di violenze sessuali e abusi: commessi in parte dai jihadisti, ma anche da soldati governativi e dalle forze di difesa civili che affiancano l’esercito.

Quanto al Niger, due anni fa il presidente Abdourahamane Tchiani e la sua giunta avevano promesso la rinascita del paese, liberato dallo sfruttamento e dall’asservimento all’Occidente. Invece, la costituzione è stata sospesa e le libertà ridotte. Insieme alla crescente minaccia jihadista, è aumentato il numero dei poveri. «Se prima del colpo di Stato le persone a rischio fame erano stimate in più di due milioni ai quali andavano aggiunti 450mila bambini di età inferiore ai 5 anni affetti da malnutrizione acuta, oggi quei numeri andrebbero ricalcolati al rialzo. Il problema — ha spiegato di recente il missionario Mauro Armanino, in Niger dal 2011 – è di sopravvivenza». Ci prova lui a trovare spiegazioni assolutorie. La colpa è dell’Occidente, dice, che «ha puntato tutto sull’assistenzialismo chiudendo gli occhi su ciò che stava avvenendo. Stiamo pagando anni di ambiguità, stiamo raccogliendo i frutti di una giustizia che ha usato due pesi e due misure. Forte con i deboli e debole con i forti».