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ELEZIONI CONTROVERSE

Ruto presidente (contestato) del Kenya

Sull’elezione di William Ruto, annunciata dopo sei giorni dal voto, c’è l’ombra delle «questioni residue» che l’ambasciata Usa invita a superare. 4 membri su 7 della commissione elettorale hanno rifiutato di sottoscrivere l’esito, respinto apertamente dallo sconfitto Odinga.

Esteri 17_08_2022

William Ruto è il nuovo presidente del Kenya, eletto il 9 agosto con il 50,49% dei voti. Ruto ha battuto di stretta misura il suo avversario, Raila Odinga, che ha ottenuto il 48,85% dei voti. Quando la Independent Electoral and Boundaries Commission (IEBC, la commissione elettorale) ha dato l’annuncio nel pomeriggio del 15 agosto, dopo sei giorni di attesa durante i quali il paese ha seguito con crescente ansia e tensione l’andamento dei conteggi, subito hanno incominciato ad arrivare messaggi di congratulazioni. I primi a felicitarsi sono stati i leader di Etiopia, Zimbabwe, Somalia, Tanzania, Nigeria, Sudafrica e Rwanda. Poche ore dopo, con un comunicato, l’ambasciata Usa in Kenya si è congratulata per lo svolgimento pacifico del voto definendo il modo in cui si è arrivati all’elezione di Ruto «un’importante pietra miliare nel processo elettorale».

Sembra un complimento per delle elezioni “free and fair”, libere e regolari, un evento tuttora non comune in Africa. Tuttavia, il comunicato dell’ambasciata prosegue sollecitando tutti i partiti «a impegnarsi per risolvere pacificamente qualsiasi questione residua in merito al voto ricorrendo ai meccanismi legali esistenti per dirimere eventuali controversie» e «chiede ai leader politici di continuare a esortare i loro sostenitori a restare calmi e ad astenersi da azioni violente».

La «questione residua» da cui potrebbero nascere delle «controversie» è che, poco prima che Wafula Chebukati, il presidente della IEBC, annunciasse il nome del vincitore, ben quattro dei sette membri della commissione hanno dichiarato la loro intenzione di non sottoscrivere il risultato. «Non possiamo assumerci la responsabilità di avallare il risultato – ha spiegato la vicepresidente dell’IEBC Juliana Cherera – a causa della mancanza di trasparenza in questa ultima fase delle elezioni. Diffonderemo un comunicato esauriente e raccomandiamo ai kenyani di restare calmi. Nulla impedisce di portare la questione in tribunale. Lo Stato di diritto prevarrà». Il comunicato è stato diramato il 16 agosto. In sintesi, vi si afferma che i membri della IEBC non hanno potuto verificare tutti i risultati e quindi non sono in grado di proclamare chi abbia vinto. Tra l’altro, la somma delle percentuali di voto dei quattro candidati (oltre a Ruto e Odinga, Waihiga Mwaure e Wajakoya George, entrambi con meno dell’1% dei voti) è pari a 100,01.  

Raila Odinga ha aspettato un giorno a prendere la parola e deve aver dato ordine ai suoi sostenitori di non perdere la calma perché le manifestazioni di protesta scoppiate nel suo feudo, Kisumu, e in alcuni quartieri della capitale Nairobi, in particolare lo slum di Kibera anch’esso sua roccaforte, si sono fermate. Il 16 agosto, alle 13.00 ora locale, Odinga ha convocato una conferenza stampa. Rivolgendosi alla nazione, «milioni di kenyani sono andati a votare nel tentativo di scegliere i loro leader, ma ieri la nostra giovane democrazia ha subito una grave battuta d’arresto – ha detto – quella a cui abbiamo assistito ieri è stata una farsa e una spudorata violazione della costituzione e delle leggi del Kenya. I dati riportati da Wafula Chebukati sono nulli e devono essere annullati da un tribunale». «A scanso di equivoci, voglio ripeterlo – ha concluso – noi respingiamo del tutto e senza riserve i risultati presidenziali annunciati ieri».

Adesso Odinga ha sette giorni di tempo per presentare ricorso presso la Corte Suprema. Si aprono così diversi scenari, che il paese ha già sperimentato. La Corte Suprema può accogliere l’appello. Nel 2017 i risultati delle elezioni presidenziali, vinte da Uhuru Kenyatta, sono stati giudicati inaccettabili per gravi brogli e irregolarità accertati, le elezioni sono state annullate e il voto è stato ripetuto dopo due mesi. Che i ricorsi siano accolti o respinti, possono scoppiare disordini se dei leader politici decidono di fomentarli. Dopo le elezioni del 2007, di cui fu contestato il risultato che diede la vittoria a Mwai Kibaki, per mesi gli scontri etnici hanno devastato diverse province e il Paese ha rischiato la guerra civile.

Il bilancio è stato di oltre 1.200 morti, migliaia di feriti e 600.000 sfollati. All’epoca Ruto, un Kalenjin, e Odinga, un Luo, erano alleati contro Mwai Kibaki, sostenuto da Uhuru Kenyatta, entrambi Kikuyu. Alcuni dei peggiori episodi di violenza furono compiuti dall’etnia Kalenjin contro l’etnia Kikuyu. Sia Ruto che Kenyatta furono ritenuti tra i responsabili delle violenze organizzate e nel 2011 furono accusati di crimini contro l’umanità dal Tribunale penale internazionale. Il caso di Kenyatta fu archiviato nel 2015 per insufficienza di prove. Il governo del Kenya rifiutò di consegnare ai giudici la documentazione che sembra contenesse prove della colpevolezza di Kenyatta che nel frattempo, nel 2013, aveva vinto le elezioni e stava svolgendo il suo primo mandato presidenziale.

Contro Ruto c’erano testimonianze e documenti. Anche nel suo caso i documenti non sono mai arrivati ai giudici. Quanto ai testimoni, molti furono uccisi, scomparvero o ritrattarono. Alla fine, il tribunale stabilì che non c’erano prove sufficienti per continuare il processo, ma rifiutò di assolverlo. Di famiglia modesta, una infanzia passata a vendere galline in un banchetto al bordo di una strada, Ruto ormai è un uomo molto ricco, ma si presenta come il difensore dei poveri, di chi non arriva a fine mese, contro le potenti dinastie famigliari di cui Kenyatta e Odinga sono parte. Odinga ha tentato la carta dell’unità al di là delle classi e delle etnie e ha promesso lotta senza quartiere alla corruzione.

Né uno né l’altro sono stati del tutto convincenti. Alle elezioni del 2017 avevano votato l’80% degli aventi diritto. Adesso l’affluenza alle urne è stata del 65% e solo il 40% dei kenyani di età compresa tra 18 e 35 anni si sono registrati nelle liste elettorali.