• APPUNTI DI STORIA

Romano, padre della patria trasformista e dimenticato

Il Regno delle Due Sicilie, il più grande e fiorente della penisola, si squaglia al sole come il sangue di San Gennaro e in men che non si dica viene inglobato in quello piemontese. ll ruolo decisivo nella conquista di Napoli lo svolge un quasi sconosciuto ministro borbonico, Liborio Romano, massone. 

Liborio Romano

Lo Statuto del Regno di Sardegna, promulgato da Carlo Alberto di Savoia (1798-1849) il 4 marzo 1848, all’articolo 62 così recitava: «La lingua italiana è la lingua ufficiale delle Camere. E’ però facoltativo servirsi del francese». Il fatto è che tutti i Padri della Patria usavano il francese, e pure negli atti ufficiali. Cavour, pur essendo un buon oratore, con l’italiano era impacciato e, quando doveva usarlo, traduceva mentalmente dal francese. Vittorio Emanuele II, di scarsi studi, «usava abitualmente il dialetto (piemontese, ndr) anche nelle riunioni con i suoi ministri».

In francese è la lettera scritta da Cavour a Costantino Nigra l’1 agosto 1860. Nella quale si avverte: «Un battello a vapore carico di armi raggiungerà Napoli; tali armi saranno a disposizione di Romano». Quest’ultimo è il ministro degli interni di Francesco II di Borbone, re di Napoli. La lettera continua parlando dell’ammiraglio Persano (in seguito sconfitto a Lissa dagli austriaci): «Persano si recherà a Napoli col pretesto di porsi a disposizione della principessa di Siracusa, la quale ha richiesto la protezione del re».

Il re di cui si è richiesta la protezione è quello di Sardegna. Ancora: «Liborio, (il generale) Nunziante e Persano stabiliranno quello che bisogna fare affinché abbia luogo un movimento, al quale parteciperebbero il popolo, l’esercito e la marina». Cavour lo chiama confidenzialmente Liborio, si noti (o forse non sapeva qual fosse, tra Liborio e Romano, il cognome, mah). E adesso il piano: «Se il movimento riesce, si costituisce un governo provvisorio con a capo Liborio che invoca immediatamente la protezione della Sardegna. Il re accetta il protettorato e subito manda una divisione, che mantiene l’ordine e arresta Garibaldi».

Ma Garibaldi, com’è noto, precede tutti e, d’accordo con «Liborio», fa il suo ingresso in Napoli in treno il 7 settembre 1860. Nessuna insurrezione di «popolo» (cioè, guappi, camorristi e gente sul loro libro paga), e il resto lo conosciamo dalla storia. Ce la racconta meglio, ‘sta storia, Nico Perrone, già docente universitario di storia moderna, nel libro Arrestate Garibaldi. L’ordine impossibile di Cavour (Salerno, pp. 100, €. 8,90). «La presa della città più grande, più popolosa, economicamente solida, difesa da un esercito numeroso e bene armato, con una flotta da guerra dotata di mezzi potenti, una marina mercantile attiva sui mari di tutto il mondo, avviene un po’ diversamente da quello che da un secolo e mezzo si legge sui sussidiari scolastici, e perfino sui libri di storia importanti».

Il Regno delle Due Sicilie, il più grande e fiorente della penisola, «si squaglia» al sole come il sangue di San Gennaro e in men che non si dica viene inglobato in quello piemontese (che però si chiama di Sardegna e parla francese). «Il ruolo decisivo nella conquista di Napoli lo svolge un quasi sconosciuto ministro borbonico». Il ministro di cui si parla è Liborio Romano (1793, 1867) «ed è massone». Va dato atto a costui di avere evitato spargimenti di sangue nello scegliere tra Cavour e Garibaldi. «Ma egli conta anche su alcuni liberali fidati e perfino sul capo della camorra, Salvatore De Crescenzo».

Forse per questo a Liborio Romano non sono dedicati monumenti e piazze e viali, bensì la damnatio memoriae quale traditore del Sud. Se ci si pensa, è strano; in fondo, è un Padre dell’Italia anche lui. Evidentemente Cavour se l’era legata al dito. Strano destino, per l’uomo che consegnò Napoli a Garibaldi senza colpo ferire: i nordisti se ne vergognano, i sudisti pure. Sempre il Perrone gli ha dedicato un libro dal titolo significativo: L’inventore del trasformismo. Oggi, in un Parlamento in cui si siede «senza vincolo di mandato» e dove lo sport più diffuso è prendere voti da una parte e spenderli da un’altra (giornalisticamente non si parla più di «trasformismo» ma di «cambio di casacca»), almeno un busto -di bronzo- lo meriterebbe.