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Myanmar

Rohingya, i rifugiati di cui nessuno parla

Vivono ammassati nel complesso di campi profughi di Cox’s Bazar, in Bangladesh, in condizioni estreme di disagio, ansiosi di tornare in patria e scoraggiati a farlo dai loro leader e dalle ong

Migrazioni 06_01_2021

Il 2020 è finito all’insegna della speranza per i primi rifugiati Rohingya finalmente trasferiti nell’isola di Bashar Char, al largo del Bangladesh. I Rohingya sono un gruppo etnico di fede  prevalentemente islamica sunnita che vive nel Myanmar. “Uno dei popoli più discriminati”, secondo una recente affermazione del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres,  sono meno di due milioni e godono in patria di uno status giuridico incerto nonostante si siano trasferiti nel paese a partire dal XV secolo. I rapporti con la maggioranza buddista sono stati sempre tesi e nel 2017 l’inasprirsi degli scontri tra un gruppo armato antigovernativo e l’esercito e la repressione scatenata da quest’ultimo hanno indotto più di 700.000 Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh dove già vivevano altri 300.000 profughi. Come loro, sono stati ospitati  in condizioni di estremo sovraffollamento nel complesso di campi profughi di Cox’s Bazar. Pur con l’assistenza dell’Unhcr e di altri organismi internazionali, la loro situazione è difficilissima anche a causa di un altissimo livello di criminalità e della mancanza di opportunità di lavoro. Dopo che il programma varato nell’autunno del 2018 per il loro rimpatrio è fallito, il governo del Bangladesh ha deciso attrezzare l’isola di Bashar Char e di trasferirvi almeno 100.000 rifugiati. Ma le Nazioni Unite si sono opposte per mesi sostenendo che l’isola è inospitale. Solo da poche settimane è quindi iniziato il ricollocamento su base volontaria delle prime famiglie, nonostante la disapprovazione dell’Onu. Sta di fatto che già 3.446 persone hanno lasciato Cox’s Bazar per Bashar Char e sembra, dai primi contatti con i mass media, che siano tutti contenti della nuova sistemazione, meno congestionata, più sicura e dotata di strutture abitative e servizi nuovi o ben ristrutturati. Invece le organizzazioni non governative che assistono i rifugiati di Cox’s Bazar insistono che il trasferimento è stato forzato e che le condizioni abitative sull’isola sono inadeguate. Sono le stesse ong che da tre anni scoraggiano il ritorno a casa dei rifugiati, già di per sé diffidenti e incerti, li inducono a non credere alle promesse e agli impegni assunti dal governo birmano, contribuendo al fallimento del piano di rimpatrio. Nell’agosto del 2019, intervistato da AsiaNews, monsignor Alexander Pyone Cho, vescovo di Pyay, diocesi che si trova nello stato birmano di Rakhine, ha spiegato che i rifugiati molto probabilmente temono di non trovare in patria condizioni di sicurezza: “i dissidi tra buddisti e musulmani sono una realtà storica e possono verificarsi ancora in futuro. Allo stesso tempo, vi è chi sottolinea come la crisi umanitaria garantisca lauti profitti a quanti hanno interesse che essi restino in Bangladesh”. Anche il ministro degli Esteri del Bangladesh, Abul Kalam Abdul Momen, aveva confermato che Bangladesh e Myanmar erano pronti a iniziare il rimpatrio in tutta sicurezza. Anche lui accusava i leader Rohingya e le ong che operano nei campi di “scoraggiare il rimpatrio dei profughi” per motivi di interesse.