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Ritorno a Forza Italia: solo un'operazione di immagine?

Mentre nel Pd l'inossidabile nomenclatura ex comunista cerca di soffocare nella culla il "bimbo" Renzi, nel Pdl c'è stato il solenne annuncio di ritorno a Forza Italia. Molti guardano con nostalgia a quel partito, che per 15 anni ha incarnato il sogno di una rivoluzione liberale mai realizzata. 

bandiere Pdl e Forza Italia

Mentre nel Pd l’inossidabile nomenclatura ex comunista cerca di soffocare nella culla il “bimbo” Renzi per paura che possa scardinare i consolidati apparati di potere avvezzi al peggior centralismo democratico, nel Pdl c’è stato il solenne annuncio del ritorno a Forza Italia. Molti guardano con nostalgia a quel partito, (accantonato col famoso “’predellino”) che, per quasi 15 anni, ha incarnato il sogno di una rivoluzione liberale mai realizzata (riduzione delle tasse, taglio della spesa pubblica, riforma del lavoro e del welfare, snellimento della burocrazia, primato dell’individuo sullo Stato). Perché, alla vigilia delle elezioni politiche del 1994, le prime dopo il terremoto di Tangentopoli, nacque Forza Italia? Un’intera classe politica, soprattutto quella riconducibile al vecchio pentapartito, era stata decapitata dalle inchieste giudiziarie e si era creato un vuoto politico nell’area moderata di ispirazione liberale e cattolica. Non esisteva un’alternativa credibile alla sinistra massimalista se non quella rappresentata da un velleitario “polo di centro” nato sulle ceneri della defunta Democrazia Cristiana e con il supporto dei referendari di Mario Segni. Solo una grande iniziativa politica avrebbe potuto impedire la vittoria della sinistra e garantire alla maggioranza degli italiani, cioè al popolo moderato, un’adeguata rappresentanza politica. E così fu. Forza Italia, con alleanze diverse al sud e al nord, vinse quelle elezioni e da allora è diventata un riferimento per milioni di italiani.

Col tempo, però, ha perso progressivamente la sua carica attrattiva perché molti suoi elettori hanno sperimentato la concreta disillusione per le promesse di “rivoluzione liberale” non mantenute, per la mancanza di momenti di partecipazione riservati agli iscritti e ai simpatizzanti, per la spiccata attitudine a riciclare il peggio della cosiddetta Prima Repubblica. Il resto lo ha fatto certa magistratura militante con uno stucchevole accanimento nei confronti del leader di quel partito e di parte della sua classe dirigente. Molti dei fondatori e degli ideologi di Forza Italia si sono progressivamente allontanati o sono stati emarginati dalla gestione del partito. Di cultura liberale nemmeno l’ombra, di iniziative educative, formative, aggregative per allevare una nuova classe dirigente neanche un barlume. E l’ispirazione cattolica vissuta quasi con fastidio da parte di alcuni e come un’etichetta perbenista da parte di altri. Di qui anche il peggioramento dei rapporti tra forzisti e partiti (minoritari) di centro, che hanno iniziato a guardare con attenzione ad alleanze con la sinistra moderata.

La nascita del Pdl, che conveniva soprattutto ad Alleanza nazionale per nascondere il suo vistoso calo elettorale, ha finito per trasformare il centro-destra in un comitato d’affari organizzato per clan e le posizioni più laiciste hanno acquisito un peso crescente nelle scelte e nelle opinioni dei capi di quel partito. La classe dirigente del Pdl è stata selezionata con metodi non propriamente meritocratici e risulta composta in molti casi da gente non all’altezza. Solo l’inossidabile carisma di Berlusconi è riuscito ad impedire la dissoluzione di uno schieramento tenuto in piedi dalle lotte per il potere. La sondaggista Ghisleri quantifica lo “zoccolo duro” di elettori del Cavaliere intorno al 15-18%, comunque inferiore a quello di dieci o vent’anni fa. Milioni di elettori hanno abbandonato il Pdl alle ultime elezioni politiche. Tra di essi, molti cattolici, disorientati dalla deriva laicista dei suoi dirigenti e dagli scandali riguardanti l’ex presidente del Consiglio.

Basterà il ritorno di Forza Italia per frenare l’emorragia e l’implosione del centro-destra e per superare l’appannamento della sua immagine? Consentiteci di dubitare. In mancanza di una reale apertura all’elettorato d’area, di un reclutamento democratico dei quadri dirigenti, di un’elaborazione di contenuti programmatici forti, la figura di Berlusconi non basterà più per vincere le elezioni. Oggi gli elettori di centro-destra sono molto più esigenti rispetto al 1994. In Rete sviluppano uno spiccato spirito critico e pretendono gesti concreti di rinnovamento. C’è chi ipotizza che l’operazione “Forza Italia 2.0” (così è passata nelle semplificazioni giornalistiche) possa diventare la rampa di lancio della candidatura a leader di Marina Berlusconi. La presidente di Fininvest e Mondadori continua a smentire e appare molto lontana dall’immagine del politico tradizionale, ma proprio per questo, come sottolinea la Ghisleri, “potrebbe funzionare”.

Occorre che la riesumazione di Forza Italia non appaia come un ripiegamento nostalgico, un illusorio maquillage o come un’operazione di packaging dell’attuale Pdl. Dipenderà molto dal modello organizzativo che verrà adottato. Si parla di partito “leggero”, privo di segretario (che ruolo avrà Angelino Alfano?), capace di autofinanziarsi attraverso il crowd-funding. Gli attuali coordinatori regionali Pdl verrebbero sostituiti, stando ad alcune indiscrezioni, da coordinatori scelti tra manager e imprenditori o tra dirigenti operativi, capaci di dialogare con il territorio, i ceti produttivi, la gente comune. Ma basterà tutto ciò a creare nel centro-destra una formazione di liberali e conservatori, solida sui principi di fondo e non arrendevole rispetto ai ricorrenti tentativi laicisti sui temi etici?

*Docente di Diritto dell’informazione all’Università Cattolica di Milano