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LA STORIA DI LISA

Rischia il distacco del ventilatore. Ma si risveglia dal coma

Stati Uniti, ottobre 2020. Il giorno prima che la famiglia decida se acconsentire al distacco del ventilatore, Lisa Martin, 49 anni e madre di quattro figli, si risveglia dal coma. A fine dicembre esce dall’ospedale sulle sue gambe. Oggi i suoi miglioramenti proseguono e lei e la sua famiglia ringraziano Dio. Dalla fede alla necessità di garantire le cure di base, una storia che insegna tanto.

Vita e bioetica 29_01_2021

Dal coma ci si può risvegliare, e la ventilazione assistita è un aiuto fondamentale per salvare una vita umana. Qualora ce ne fosse bisogno, la conferma arriva dagli Stati Uniti, Georgia.

La storia è quella di Lisa Martin, 49 anni, madre di quattro figli, che il 27 settembre 2020 era stata condotta al pronto soccorso del Memorial Satilla Health, nella cittadina di Waycross, per complicazioni legate al Covid-19. «Il suo sorprendente viaggio include 59 giorni con un ventilatore, 40 giorni in coma indotto e il sopravvivere a un ictus del lobo frontale», si legge in un post su Facebook pubblicato il 31 dicembre dall’ospedale. Appena ventitré giorni dopo l’arrivo nel nosocomio di Waycross le condizioni della quarantanovenne erano state giudicate irrimediabili. Il 20 ottobre, infatti, constatando lo stato comatoso della donna e i suoi occhi fissi, il personale del Memorial Satilla Health (MSH) aveva chiamato la famiglia Martin per consentirle di dare l’ultimo saluto a Lisa. I familiari decisero di aspettare altri «11 giorni» (dunque fino alla fine di quel mese), si legge ancora nel post, «prima di decidere se rimuoverla dal ventilatore che stava respirando per lei. Ma Dio aveva altri piani».

All’undicesimo giorno Lisa ha “sfondato” la barriera dei sedativi «e ha iniziato a seguire Jeff [il marito, ndr] con gli occhi e ha mosso la mano». A seguito di ciò, le cure della donna, una consulente didattica, sono proseguite in altri due ospedali. Il 14 dicembre è tornata all’MHS per l’ultima fase della riabilitazione prima del ritorno a casa, avvenuto pochi giorni dopo. Nel video che accompagna il già citato post alla vigilia dell’anno nuovo, si vede Lisa uscire dall’ospedale sulle sue gambe, con l’ausilio di un girello, mentre gli impiegati della struttura la applaudono e lei li saluta, sorridente, dicendo «grazie». Un video che commuove.

Rispondendo a una giornalista di People, che sempre il 31 dicembre ha riferito la sua storia, Lisa non ha nascosto il suo stato d’animo: «Sono scioccata, ma tra tutti i sentimenti travolgenti sento che questa è sicuramente una cosa di Dio». La donna, i cui figli sono tutti maggiorenni (Madison, 27 anni, Harper Lee, 25, Natalie, 22, e Jack, 19), ha poi dato un indizio del perché legge così questa esperienza: «Ero arrivata a un punto in cui sentivo che nessuno si prendeva cura di me. Non avevo molti amici, i miei figli sono tutti cresciuti e indipendenti e mio marito lavora tutto il tempo. Ero sola, ma questa esperienza mi ha mostrato quanto sono veramente amata».

Parole che ricordano come la malattia, e quindi la sofferenza, possa diventare la rugiada che risana spiritualmente la persona, l’occasione per ridare vita a delle relazioni umane che per un motivo o per l’altro si sono indebolite, e offrire un esempio ad altri che si trovano di fronte a una grande prova. «La nostra famiglia non aveva idea di quale direzione stesse prendendo il viaggio-Covid di mia madre», ha detto Madison a People. «La nostra famiglia ha sempre avuto una forte fede, ma passare attraverso questo ha cambiato le nostre vite in meglio», ha aggiunto la figlia più grande di Lisa. «È stata una pena per mia madre prendere il Covid, quasi morire e ora combattere per tornare ad avere una vita normale? Certamente! Ma se Dio ha voluto usare mia madre come un esempio su come mantenere la fede durante le lotte, i tempi bui e le difficoltà, allora ringrazio Dio per aver usato mia madre». Queste lotte si traducono anche nel riscoprire la gratuità e l’importanza delle apparentemente piccole cose, come riuscire a parlare e mangiare da soli o come aggiunge Madison: «Mamma afferma fieramente che è capace di allacciarsi le scarpe!». Simile gratitudine l’ha espressa anche il marito di Lisa, Jeff, con un passato da predicatore e un presente come venditore di macchine

Sulla propria pagina Facebook, Lisa ha dato un aggiornamento della sua situazione il 12 gennaio, informando di diventare «sempre più forte» ogni giorno che passa e di aver ripreso a fare diverse attività essenziali da sola, come lavarsi e vestirsi. «La mia più grande battaglia è la capacità di respirare, insieme alla resistenza respiratoria. Grazie al mio Salvatore, al mio maritino e alla mia famiglia per avermi aiutato a superare il Covid-19».

A Lisa sono stati dedicati diversi titoli sui giornali americani come “miracle patient”. Al di là del fatto che in questo caso si possa rinvenire o meno una spiegazione soprannaturale, non bisogna perdere di vista la questione alla base, cioè l’operato dell’uomo. Diciamo questo per ricordare che è vero che Dio può risolvere ogni situazione (e bisogna ringraziarlo sempre), ma non si può “tentarlo”, assumendo cioè la falsa prospettiva che l’Onnipotente debba intervenire ogni qualvolta l’uomo può provvedere - ma sceglie di non farlo - secondo l’ordine naturale.

Troppo frettolosamente, nella società odierna, si decide di interrompere un sostegno vitale per le persone in coma o con stati di coscienza ridotti, a volte perché sono i medici ad esercitare pressioni sulle famiglie, altre (com’è anche capitato) perché sono alcuni familiari a chiederlo. Ciò avviene nonostante i risvegli dal coma non siano rari e, fatto ancora più importante, nonostante la legge morale imponga di assicurare alimentazione, idratazione e ventilazione, almeno finché raggiungono il loro fine. L’effetto della cultura e delle norme anti-vita, che agiscono sottilmente anche in chi è animato da buone intenzioni (e non solo in chi è fautore attivo del sistema), è proprio quello di aver accorciato l’esistenza terrena a innumerevoli persone. Da ultimo lo abbiamo visto con il caso di RS, privato perfino del nome.

La “scadenza” degli 11 giorni non si è risolta, grazie a Dio, nella morte di Lisa per mancanza di ossigeno, e oggi i suoi cari possono ancora godere della sua presenza e festeggiarla. Ma serve una generale e decisa svolta pro vita - che richiede necessariamente la riscoperta della relazione di cura, dell’accettazione del sacrificio e della sofferenza (che redime) - perché queste situazioni non siano l’eccezione bensì la regola. Accennavamo ai festeggiamenti: domani per Lisa sarà il 50° compleanno.