• IL PROGETTO DI ADINOLFI AL PALO

Ripartire dal Movimento del Circo Massimo

Percentuali da prefisso telefonico per il partito Il Popolo della famiglia fondato da Adinolfi. Un risultato scontato per un progetto ambizioso che puntava a intestarsi la guida del popolo del Family Day. Popolo che ora diventa l'unico “tesoro” da cui ripartire. Guardando alle esperienze europee dove la piazza è riuscita ad incidere sul potere senza smanie da protagonismo. Perché la politica non è solo partiti e voti da conquistare. 

Il popolo del Family Day

Si proponeva ambiziosamente di essere la novità politica del 2016 per un elettorato, quello cattolico, sbandato e in crisi di identità oltre che di rappresentanza, ma il Popolo della Famiglia di Mario Adinolfi non è andato oltre lo 0,6%.

Appena 7.791 voti dati al candidato sindaco di Roma. E quella era la partita più interessante perché la macchina della neo compagine nata attorno al quotidiano La Croce nella Capitale schierava il suo leader. Nelle altre città non è andata meglio: 6018 voti pari al 1,1% a Milano con Nicolò Mardegan, 1447 a Napoli con Luigi Mercogliano e 2032 (0,53%) sono stati i voti a Torino per Vitantonio Colucci. A Bologna i 2076 voti (1,19%) per Mirko De Carli sono un paletto di testimonianza in una terra ostica, ma in generale i numeri espressi dal Pdf con i suoi candidati sindaci nelle altre città (Salerno, Rimini, Novara. Cagliari e Assisi) oscillano tra le poche centinaia e i mille.

Poco o tanto? Come accade secondo le migliori consuetudini politiche anche in questo caso i freddi numeri sono interpretabili secondo le esigenze del momento. E Adinolfi, che pure ha potuto godere di un respiro mediatico più che dignitoso, tra diverse comparsate in televisione e in radio e qualche polemica utile ad alzare lo share che lo ha reso attivo su Facebook, non si è sottratto al rito.

Ieri si è detto soddisfatto perché tutte le grandi esperienze politiche, come i 5 stelle e la Lega Nord sono partite così, in sordina, «derise e attaccate secondo un copione consueto». Ovviamente non è quello dello scrutinio il momento per fare analisi e semmai autocritiche. Infatti il direttore della Croce ha subito rilanciato con un’assemblea del suo movimento in vista delle elezioni politiche.

Probabilmente e visto sotto certe angolature potrà anche essere un successo, ad esempio se si considera il fatto che appena 8 settimane fa le liste Pdf non c’erano. Ma i numeri parlano chiaro e dicono che per chi aveva l’ambizione di rappresentare il popolo del Family Day dopo le due oceaniche manifestazioni di Piazza San Giovanni e del Circo Massimo quello zero virgola imporrebbe a tutti una riflessione.

Tanto più che, secondo i bene informati le ambizioni di Adinolfi & co puntavano almeno a 20mila elettori a Roma. Dunque molto pochi, sicuramente molti meno di quelli che si aspettavano. 

Quando dopo l’approvazione della legge Cirinnà, Adinolfi fece la sua fuga staccando il gruppo e lanciando il Popolo della famiglia, in tanti gli espressero il dubbio che un partito monotematico su temi centrali, come quelli appunto della famiglia e della vita, fosse destinato a risultato da prefisso telefonico.

Anche questo giornale lo ha fatto notare, ma la reazione di Adinolfi è stata scomposta e sguaiata, nella pretesa che soltanto lui avesse il potere di ergersi a paladino dei temi che stanno a cuore ai cattolici, come ad esempio i principi non negoziabili. E chi non era d’accordo, nel merito o nel metodo, ha ricevuto l’appellativo di cameriere di chissà quale potere o si è visto piombare addosso l'accusa di chi vuole dividere, perifrasi che torna sempre utile quando non si sa come reagire alle critiche. 

Anche l’essersi intestato una battaglia politica senza condividerla con il Comitato Difendiamo i nostri figli ha in un certo senso raffreddato l’enorme potenziale politico, ma non partitico, del popolo del Circo Massimo. Perché il risultato del Popolo della Famiglia da domenica sera sarà sempre inteso come il fallimento dei movimenti pro family o pro life nell’agone politico condannandoli alla loro irrilevanza. E di questo, se si ha davvero a cuore il tema dei principi non negoziabili, bisognerà pur tenere conto. 

Che fare ora? A poco serve recriminare sul “ve l’avevamo detto”, ancor meno, probabilmente, intestardirsi su una formula, quella partitica, che, dopo l’esperienza del partito No aborto di Giuliano Ferrara, consegna agli archivi storici l’ennesimo fallimento e un’umiliazione ingiustificata per un popolo generoso che è il motore del Paese, ma è dimenticato dal potere. 

Onore a chi si è impegnato. A chi ha speso tempo e energie per un progetto animato da un alto valore ideale. In buona fede, senza fondi, senza l'appoggio delle gerarchie. In queste settimane la voglia di provarci da parte di tanti militanti è stata sincera e positiva segno di una vitalità che non va trascurata. Ma la passione da sola non basta. Bisogna diventare decisivi nelle grandi coalizioni, esercitando quell'azione di lobby che ai cattolici è sempre mancata. Contando. Più che contandosi. La tecnica di guerriglia radicale insegna. 

Una strada potrebbe essere quella di ripartire dalla piazza del Circo Massimo, senza avere ambizioni partitiche per non sciupare un movimento che difficilmente si potrà inquadrare, per esperienze in un'unica formazione. Perché è quello il tesoro certificato dalle due manifestazioni che hanno visto protagonista il Comitato genitori e figli e tutte le altre realtà associative.

Le esperienze in Europa non mancano. E a quelle bisognerebbe guardare perché in alcuni casi con un movimento di popolo davvero disinteressato si è riusciti a pesare politicamente. Molto più di un partito, che per definizione rappresenta appunto solo una parte. La traversata nel deserto dei cattolici, dopo essere stati usati dal centro sinistra e abbandonati dal centro destra è ancora lunga. 

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