• GIUSTIZIA

Riina fa il boss dal carcere. Alla faccia del "41bis"

Benché detenuto sotto il regime carcerario "duro" previsto dall'articolo 41bis, il boss Totò Riina si incontra con uno dei capi della Sacra Corona Unita. E pensare che c'è chi vorrebbe ammorbidire o addirittura abrogare il 41bis.

Riina

A che cosa serve il regime del 41bis, l’articolo dell’ordinamento penitenziario che prevede norme restrittive nella detenzione? È la prima domanda da fare quando si viene a sapere che il capo riconosciuto della mafia ha la possibilità di colloquiare con uno dei capi della Sacra Corona Unita, durante l’ora cosiddetta di “socializzazione” nel carcere di Opera. A meno che non si ritenga “normale” che mandatari e autori diretti di una serie interminabile di efferati atti criminali, abbiano la possibilità – concessa dallo Stato – d’interloquire tra di loro, per programmarne nuovi delitti o per invitare altri a compierli. Così si evince dagli estratti pubblicati dai giornali delle dichiarazioni intercettate per alcuni mesi dalla Direzione Investigativa Antimafia, trascritte e depositate agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia in corso in Corte d’Assise a Palermo. “Non gliene capiteranno più di nemici così, gliene è capitato uno e gli è bastato, se ne devono ricordare per sempre”, dice Riina, che aggiunge: “Ancora ne volete? Io vorrei incominciare di nuovo. E allora organizziamo questa cosa! Facciamola grossa e dico non ne parliamo più”. Il suo obiettivo è il pubblico ministero Nino Di Matteo: “Ti farei diventare il primo tonno, il tonno buono”, dice e lancia un chiaro messaggio: “Perché Di Matteo non se ne va, gli hanno rinforzato la scorta e allora se fosse possibile un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo con i militari”.

Se la “socializzazione” dev’essere proprio concessa, perché non la si concede impedendo che diventi occasione di elaborazione di strategie criminali? C’è chi sostiene che il regime 41bis – introdotto stabilmente nell'ordinamento penitenziario nel 2002 e che riguarda gli accusati di associazione mafiosa, i terroristi e i trafficanti di esseri umani - debba essere rivisto o persino cancellato. Nel caso in questione, il 41bis è come se fosse stato, di fatto, abrogato: si è garantita la possibilità che “l’ora di socializzazione” si trasformasse in uno scambio di informazioni, di valutazioni e di avvertimenti tra criminali di rango elevato.

Un capo-mafia come Riina non dice nulla a caso. Non solo rivendica le stragi del passato, di cui è stato mandante - come hanno accertato i processi – per indicare ad un altro capo di organizzazione criminale e a coloro ai quali verranno riferite quelle parole, che è ancora quella la strada da praticare e forse anche, come sostengono alcuni, per chiedere un appoggio esplicito nelle azioni che prefigura ad un’altra organizzazione. Cita, ad esempio, la strage in cui fu ucciso il capo dell'ufficio istruzione di Palermo, Rocco Chinnici, saltato in aria con un'autobomba davanti casa il 29 luglio del 1983: “Quello là saluta e se ne saliva nei palazzi. Ma che disgraziato sei, saluti e te ne sali nei palazzi. Minchia e poi è sceso, disgraziato, il procuratore generale di Palermo. Prima fanno i carrieristi a spese dei detenuti – dice - poi saltano in aria quando gli succede quello che gli è successo”. Fa ancora di più, il capo della mafia: vuole fare sapere all’”interno” e all’”esterno” quel che pensa del superlatitante mafioso in circolazione “A me dispiace dirlo, questo signor Messina Denaro, questo che fa il latitante, questo si sente di comandare, ma non si interessa di noi. Questo fa i pali della luce, ci farebbe più figura se se la mettesse in … la luce. Se ora ci fosse suo padre, perché suo padre era un bravo cristiano!!! Era perfetto, un orologio. Il figlio lo ha dato a me per farne quello che ne dovevo fare. È stato 4 o 5 anni con me poi si è messo a fare luce e finì”. Prende quindi le distanze da colui che viene indicato come il suo erede. Lo disconosce o fa credere di disconoscerlo.

Dal canto suo, Alberto Lorusso, l’esponente della Sacra Corona Unita, sembra molto ben informato. Su tutto. Nel tutto, non può mancare, naturalmente, Berlusconi. Lorusso fa un aggiornamento sulle ultime notizie – siamo a settembre ’13 - e Riina risponde: “Se lo merita, se lo merita. Gli direi io ‘ma perché ti sei andato a prendere lo stalliere? Perché te lo sei messo dentro?” (a parere dei magistrati, Riina fa riferimento a Vittorio Mangano, lo “stalliere di Arcore”, morto qualche anno fa). Il capo della mafia viene anche informato delle reazioni dei politici alla richiesta della Procura di Palermo di ascoltare il Presidente della Repubblica: “Sono tutti con Napolitano. Lui è il presidente della Repubblica e non ci deve andare”, dice Lorusso. “Fanno bene, fanno bene (...). Ci danno una mazzata,  ci vuole una mazzata nelle corna a questo pubblico ministero di Palermo (…). È un disgraziato (...). Minchia è intrigante, minchia, questo vorrebbe mettere a tutti, a tutti, vorrebbe mettere mani (...). Ci mette la parola in bocca a tutti, ma non prende niente, non prende (...)”.

C’è da restare attoniti da queste parole, che “addolorano”, come ha giustamente sottolineato Caterina Chinnici, figlia di Rocco, anche lei magistrato. Il dolore, però, riguarda anche un’altra considerazione. Se vivessimo in uno Stato serio, le dichiarazioni intercettate di questi criminali sarebbero trattate in maniera riservata e segreta. Non sarebbero amplificate e perfino depositate in un processo. Uno Stato serio non consentirebbe a dei criminali di lanciare dal carcere, dove dovrebbero isolati, condanne a morte, rendendo possibile che al silenzio nel quale dovrebbero essere immersi per l’intera loro vita, si sostituisse il clamore delle loro minacce, delle loro valutazioni e dei loro avvertimenti in codice.