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Riforma fiscale, non tutto è bene

Monti pensa di spostare il prelievo dai redditi ai consumi, dall'Irpef all'Iva. Funziona solo se è vero scambio
e la riduzione favorisce le famiglie.

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Spostare la tassazione “dalle persone alle cose, dal complesso al semplice, dal centro alla periferia”:  questi tre principi erano stati enunciati nel dicembre del 1994 dall’allora ministro delle Finanze, Giulio Tremonti. Tre principi che sono rimasti in gran parte sulla carta soprattutto perché la politica fiscale in questi ultimi venti anni è stata fatta più sugli aumenti che sugli spostamenti, più sulle promesse elettorali (come l’abolizione dell’Ici sulla prima casa) che sulla razionalità di scelte per la crescita.

L’indicazione di spostare almeno in parte il prelievo fiscale dai redditi ai consumi (cioè dalla persone alle cose) è stata rilanciata nei giorni scorsi anche da Mario Monti nell’ambito dell’attuazione della riforma fiscale già in parte approvata dal precedente Governo.

Ma quale è il senso di una strategia di questo tipo?  E non si rischia con una manovra di questo tipo di penalizzare ancora una volta chi le tasse le paga rispetto a chi le evade?
In linea teorica gli obiettivi principali sono almeno tre: 1) ottenere un maggiore gettito dai consumi meno essenziali, colpendo nello stesso tempo maggiormente i consumi che pesano sull’ambiente; 2) favorire le industrie che lavorano per l’esportazione; 3) ridurre la pressione fiscale sui redditi da lavoro dipendente e autonomo rendendo anche più facile la lotta all’evasione.

Ma di fronte a queste opportunità positive vi sono, sempre dal profilo teorico, almeno due importanti rischi nell’aumento delle imposte indirette (cioè dell’Iva): 1) una crescita dell’inflazione con effetti successivi su tutta la catena dei prezzi; 2) una flessione dei consumi soprattutto per l’effetto rinvio negli acquisti per sostituzione come nel caso degli elettrodomestici, dell’automobile, dell’abbigliamento.

La politica fiscale è una leva da maneggiare con estrema prudenza: anche perché in Italia, con una pressione che si avvicina pericolosamente al 50%, i margini di manovra sono ormai estremamente ridotti e ogni pur piccolo movimento rischia di provocare effetti negativi molto maggiori di quelli positivi che si vorrebbero raggiungere.

In questa prospettiva uno scambio tra diminuzione dell’Irpef e aumento dell’Iva potrebbe essere proponibile solo se fosse un vero scambio e si riuscisse in questo modo a favorire i redditi medio-bassi delle famiglie, incidendo invece in maniera significativa sui redditi più alti soprattutto se derivanti da attività che ora sfuggono, magari legittimamente, al fisco.
Sarebbe quindi indispensabile almeno non toccare l’Iva sui beni essenziali, ora al 4%, ed attuare una manovra di revisione delle aliquote Irpef che riesca finalmente a considerare la famiglia come un soggetto non solo da proteggere, ma da valorizzare.

Un elemento da non sottovalutare sarebbe peraltro costituito dal fatto che un aumento dell’Iva colpisce i prodotti importati, ma non colpisce i beni che vengono esportati perché l’imposta viene pagata nel paese dove avviene la vendita finale ai consumatori: per la struttura dell’industria italiana l’export è una componente estremamente importante e va quindi considerato positivamente tutto ciò che può sostenere la competitività.
Sarebbe quindi da sottoscrivere una manovra che riuscisse a migliorare il potere d’acquisto delle famiglie a reddito medio-basso, a colpire i beni di lusso d’importazione, a favorire settori strategici per l’occupazione come il turismo e l’export.
Ancora più da sottoscrivere sarebbe tuttavia una manovra che riuscisse finalmente a ridurre la spesa pubblica improduttiva e attraverso questa strada riuscisse non solo a spostare, ma anche a tagliare il peso del fisco.