• IL TIMONE

Ribelli al Papa

Un fenomeno
preoccupante
in Europa.
Anticipazione
da "Il Timone", 
numero 110
Febbraio 2012.

Il Timone, no. 110

Le Chiese del nord e del centro Europa sono attraversate da venti di ribellione. C’è chi lo chiama «scisma silenzioso», chi invece minimizza. Di certo di tratta di un fenomeno preoccupante, che interessa Paesi di antica tradizione cattolica, come l’Austria o il Belgio.

In Belgio, ad esempio, oltre duecento sacerdoti, spalleggiati da migliaia di fedeli, chiedono per iscritto l’ammissione dei divorziati risposati alla comunione, l’ordinazione sacerdotale di uomini sposati ma anche delle donne, nonché la possibilità per i laici di tenere l’omelia durante la messa domenicale. A colpire, dell’appello belga, sono le firme. Tra i sottoscrittori del manifesto progressista ci sono infatti personalità molto in vista del cattolicesimo, come il rettore onorario dell’Università cattolica di Lovanio, Roger Dillemans; il governatore della provincia delle Fiandre occidentali Paul Breyne, gli ex del Consiglio pastorale interdiocesano e alcuni noti sacerdoti. Nell’appello di legge: «Siamo convinti che, se come credenti prendiamo la parola, i vescovi ascolteranno e saranno pronti a portare avanti il dialogo su queste riforme urgentemente necessarie».

Come si ricorderà, nel 2010 – un vero annus horribilis per la Chiesa belga – la polizia tenne prigioniera per un giorno intero l’intera conferenza episcopale, mentre venivano aperte le tombe dei cardinali alla ricerca di documenti sulla pedofilia che solo una mente alla Dan Brown poteva immaginare venissero custoditi nei sepolcri degli arcivescovi passati a miglior vita. Lo scandalo della pedofilia viene agitato dai firmatari dell’appello per giustificare una revisione della norma del celibato: peccato che le statistiche abbiano ampiamente dimostrato come non vi sia un legame tra celibato e pedofilia, dato che la gran parte di questi terribili abusi avviene in famiglia.
A Buizingen, a sud ovest di Bruxelles, dopo la morte del vecchio parroco della chiesa di don Bosco, per il quale non si è trovato un sostituto, i parrocchiani hanno costituito un movimento alternativo facendo celebrare la messa a dei laici.

Movimenti simili già da anni sono diffusi in Austria, dove ben 329 parroci hanno aderito alla cosiddetta “Pfarrer-Initiative”, un «appello alla disobbedienza» nel quale vengono richieste urgenti riforme nella Chiesa. Vale la pena di ricordare che proprio in Austria, nella diocesi di Linz, si è verificato uno degli incidenti di percorso che hanno segnato il pontificato di Benedetto XVI. Nel gennaio 2009 il Papa aveva infatti nominato vescovo ausiliare di Linz Gehrard Wagner, costretto a dimettersi prima di essere consacrato perché considerato “troppo conservatore”. Tra coloro che a gran voce chiedevano le sue dimissioni c’era un canonico della diocesi di Linz che non faceva mistero di convivere con una donna.

I firmatari dell’«appello alla disobbedienza» hanno coinvolto altri gruppi di base (come “Noi siamo Chiesa”), che da anni avanzano richieste simili alla Santa Sede, e cioè l’abolizione dell’obbligo del celibato per i preti della Chiesa latina, la comunione ai divorziati risposati e il sacerdozio femminile. Nelle scorse settimane i dissenzienti hanno minacciato di voler procedere con le “messe” celebrate dai laici, nel caso non vengano accolte le loro richieste di ordinare preti uomini sposati e donne.

A questo proposito è bene ricordare che le due richieste non si equivalgono di certo: la Chiesa cattolica considera il celibato dei preti un dono prezioso da difendere, ma ammette eccezioni alla scelta celibataria – disciplina che ha motivazioni anche teologiche – nel caso dei preti cattolici appartenenti alle Chiese orientali (che possono essere sposati prima dell’ordinazione) o nel caso più recente degli anglicani che rientrano in comunione con Roma. Ben diversa è la richiesta di ordinazione sacerdotale per le donne, dichiarata più volte inammissibile e oggetto di una specifica lettera apostolica di Giovanni Paolo II (Ordinatio sacerdotalis, 1994), nella quale il Papa scriveva: «Benché la dottrina circa l’ordinazione sacerdotale da riservarsi soltanto agli uomini sia conservata dalla costante e universale Tradizione della Chiesa e sia insegnata con fermezza dal Magistero nei documenti più recenti, tuttavia nel nostro tempo in diversi luoghi la si ritiene discutibile, o anche si attribuisce alla decisione della Chiesa di non ammettere le donne a tale ordinazione un valore meramente disciplinare». «Pertanto – concludeva il beato Giovanni Paolo II – al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli».

Lo scorso 6 novembre i protestatari austriaci hanno siglato un nuovo documento sull’«Eucaristia in tempi di carenza di preti», nel quale si definiscono «regole obsolete» quelle in vigore nella Chiesa e il celibato sacerdotale è una «prassi tardiva». Si chiede di «affidare la guida delle comunità e la celebrazione dell’eucaristia a uomini e donne sposati», e si afferma che «Il cammino verso l’ordinazione femminile non può essere ostacolato da divieti del Papa di discuterne», perché ogni comunità «ha diritto a una guida, uomo o donna».

Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, e il vescovo di St. Pölten Klaus Küng hanno definito queste proposte «una rottura aperta con una verità centrale della nostra fede cattolica» e «grande pericolo». Anche se i sondaggi vanno presi con le pinze e adeguatamente relativizzati, destano preoccupazione in Vaticano i risultati di un’indagine promossa dalla Tv austriaca Orf, secondo la quale ben il 72 per cento dei sacerdoti del Paese sarebbero favorevoli all’«appello alla disobbedienza». Il 71 per cento vorrebbe abolire l’obbligo del celibato e il 55 per cento aprire alle donne prete. Ogni giorno che passa, lo spettro di uno scisma diventa sempre più incombente e minaccioso.

Si sbaglierebbe a sottovalutare questi segnali, che a noi italiani suonano così lontani. E si sbaglierebbe a credere che questi fenomeni siano diffusi soltanto in alcune Chiese centro-europee note per la loro effervescenza e storicamente caratterizzate dal confronto con il mondo del protestantesimo. Notizie simili giungono infatti anche da altri Paesi e altre latitudini. Negli Stati Uniti ci sono 157 sacerdoti che manifestano contro il Papa, chiedendogli di annullare l’obbligo del celibato e di aprire all’ordinazione delle donne prete. Mentre in Australia un migliaio di fedeli della diocesi di Toowoomba, vicino a Brisbane, nel sudest del Paese, hanno inviato a Benedetto XVI una missiva per contestare la decisione resa nota lo scorso maggio di rimuovere il sessantasettenne vescovo William M. Morris. Monsignor Morris si era detto possibilista sull’ordinazione delle donne prete e per rimediare alla mancanza di sacerdoti aveva chiamato alle celebrazioni pastori protestanti. I firmatari della lettera spedita in Vaticano chiedono spiegazioni sulla rimozione di Morris e chiedono anche che «mai più un trattamento del genere si ripeta in altre diocesi dell’Australia».

L’emergere di questo dissenso addolora il Papa, che continuamente richiama alla conversione invitando a non pensare che la soluzione sia nel cambiamento delle strutture o nell’adeguamento dei «ministeri». Nel pieno della bufera post-conciliare, il 4 giugno 1970 a Monaco di Baviera, l’allora professor Joseph Ratzinger tenne una conferenza intitolata: “Perché oggi sono ancora nella Chiesa”. Disse che «la riforma, nel suo significato originario, è un processo spirituale molto vicino alla conversione e in questo senso fa parte del cuore del fenomeno cristiano; soltanto attraverso la conversione si diventa cristiani, e questo è valido per tutta la vita del singolo e per tutta la storia della Chiesa». «Se la riforma viene allontanata da questo contesto, dallo sforzo della conversione – concludeva Ratzinger – e se ci si aspetta la salvezza solo dal cambiamento degli altri, da forme e adattamento al tempo sempre nuovi», la riforma «diventa una caricatura di se stessa».

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