• DAL PIEMONTE ALLA CAMPANIA

Renzi assediato, i giudici all'assalto del governo

Corre voce che Renzi si senta assediato dalle Procure, che intenderebbero fargli pagare il suo iper-attivismo anti-toghe in materia di ferie, responsabilità civile, stretta sulle intercettazioni e riforma della giustizia. Difficile valutare se il moltiplicarsi di inchieste che coinvolgono senatori Ncd e politici dem sia casuale.

Il premier Matteo Renzi

Corre voce che Renzi si senta assediato dalle Procure, che intenderebbero fargli pagare il suo iper-attivismo anti-toghe in materia di ferie, responsabilità civile, stretta sulle intercettazioni e riforma della giustizia. Difficile misurare il grado di attendibilità di tale sospetto. Ancora più arduo valutare se il moltiplicarsi di inchieste che coinvolgono senatori Ncd (decisivi per la maggioranza di governo al Senato) e politici dem in ambito locale sia del tutto casuale.

Fatto sta che a Palazzo Chigi si respira un clima pesante, anche in ragione dei sondaggi che segnalano una popolarità del premier pressochè dimezzata rispetto alle europee (crollo verticale dal 70 al 36%, stessa percentuale dell’altro Matteo, Salvini, leader del Carroccio, che però continua a crescere). Certo è che l’esecutivo ci ha messo del suo nell’avvelenare i pozzi, candidando De Luca in Campania, pur sapendo che ben difficilmente avrebbe potuto governare. E ora rischia di perdere quella regione in caso di nuove elezioni in autunno, magari accorpate a quelle, probabili, del Piemonte. Due situazioni molto diverse, quella campana e quella piemontese, ma entrambe rivelatrici di un rapporto problematico tra il Pd e la legalità. Eppure per anni i partiti della sinistra hanno fatto spallucce di fronte al coinvolgimento di propri esponenti in inchieste scottanti su corruzione e altri gravi reati, agitando il vessillo di una presunta superiorità morale che rappresenta una delle maggiori falsificazioni della storia dell’occidente.

Il caso De Luca, a parti invertite, avrebbe fatto gridare allo scandalo. Se come premier ci fosse stato Berlusconi e come candidato governatore campano ci fosse stato un esponente azzurro condannato per abuso d’ufficio, la campagna elettorale avrebbe avuto un leitmotiv scontato: il solito centrodestra che cerca di aggirare le leggi e che punta su personaggi chiacchierati. Perfino Enrico Letta ha ammesso che «se Berlusconi avesse fatto le cose che stiamo facendo noi del Pd, avremmo avuto la gente in piazza». La sconfessione di questo mito della superiorità morale per mano di autorevoli esponenti della sinistra è la riprova della assoluta trasversalità del malaffare, che coinvolge allo stesso modo e senza alcuna distinzione politici di tutte le forze politiche.

Ancora una volta, sia in Campania sia in Piemonte, la magistratura è chiamata a svolgere un ruolo di supplenza per rimediare alle debolezze e alle omissioni della politica, incapace di selezionare accuratamente la classe dirigente. Vincenzo De Luca, neogovernatore della Campania, ha presentato ricorso al Tribunale di Napoli per chiedere l’annullamento della sua sospensione dalla carica, disposta dal governo Renzi in applicazione della legge Severino, che impone la sospensione dall’incarico per i condannati in primo grado (l’ex sindaco di Salerno è stato condannato a un anno di reclusione per abuso d’ufficio). Il premier non aveva scelta, altrimenti si sarebbe reso complice di una violazione di legge. Inizialmente si era ipotizzato che il neogovernatore nominasse comunque la giunta e un suo vice, prima di farsi da parte e di aspettare il verdetto della magistratura.

I suoi legali, però, gli hanno sconsigliato di percorrere tale strada, che avrebbe finito per rendere nullo ogni suo atto. Di qui la decisione del consigliere anziano, Rosa D’Amelio, di sconvocare la riunione di insediamento del consiglio, che in ogni caso dovrà svolgersi entro il 12 luglio, cioè entro i 20 giorni dalla proclamazione degli eletti, come prescrive la legge. Ora è una lotta contro il tempo. De Luca spera che le toghe facciano in fretta e accolgano la sua richiesta. In caso contrario, potrebbe crearsi un caos istituzionale con la nomina del commissario ed elezioni anticipate in autunno. Senza contare i danni che una paralisi del genere provocherebbe sulla già dissestata economia campana, con l’emergenza disoccupazione ai livelli di guardia e la necessità di varare provvedimenti energici e di ampio respiro.

Il destino potrebbe accomunare Campania e Piemonte. Il governatore Sergio Chiamparino potrebbe dimettersi la prossima settimana, se il 9 luglio il Tar si pronuncerà a favore del ricorso presentato dalla Lega per le firme false. Qui, però, a differenza che in Campania, c’è un governatore “renziano” che addosserebbe tutta la colpa sul Pd regionale (chi doveva autenticare le firme delle liste non era presente al momento di farlo e quindi le responsabilità non sono certamente di Chiamparino). La lacerazione interna ai dem sarebbe inevitabile e, in caso di voto anticipato in autunno, le incognite sull’esito delle urne sarebbero davvero tantissime.

Chiamparino non vuole mostrarsi attaccato alla poltrona, anzi userebbe le dimissioni per azzerare i vertici del Pd regionale e fare piazza pulita dei suoi oppositori interni. Ma le ricadute in termini di immagine per Renzi e il suo governo sarebbero imprevedibili e comunque rischiosissime. Un ritorno alle urne per ombre sulla trasparenza e la limpidezza dei candidati e delle relative vittorie e per incapacità di gestire situazioni del genere finirebbe per favorire le forze di opposizione. I Cinque Stelle già sognano di conquistare la loro prima presidenza di Regione. In Campania l’impresa appare tutt’altro che disperata.