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Regionali, con i partiti liquidi la politica annega

Il crollo dei votanti, ben sotto il 50%, è il dato più significativo delle regionali in Emilia Romagna e Calabria. Una disaffezione che non nasce solo dagli scandali ma soprattutto dall'incapacità dei partiti di esprimere una visione del mondo e rappresentare una identità precisa. 

Elezioni regionali

BOLOGNA - “Vogliamo la monarchia!”. No, non siamo impazziti e nemmeno nostalgici. Ma in soldoni è questo il messaggio che esce dalle urne delle elezioni regionali di ieri in Calabria (clicca qui) ed Emilia Romagna (clicca qui). Il partito degli astenuti che non si sono recati alle urne a votare il rinnovo delle rispettive assemblee regionali è maggioranza. E questo non è sconfortante per il numero di voti persi per strada da tutti i partiti. Il solo Pd, che in questo momento canta vittoria per l'elezione di Stefano Bonaccini a governatore emiliano ha lasciato indietro la bellezza di circa 500mila voti rispetto alle elezioni del 2010 che riconfermarono in via Aldo Moro Vasco Errani. Ma questa emorragia sembra ben nascosta anche grazie ai guai degli altri partiti.

Lo sconforto nasce dal fatto che i cittadini, che hanno sperato nelle armi prima del voto di protesta (Lega e poi Grillo) o in quelle del rinnovamento messianico (Berlusconi e Renzi) adesso sembrano dire basta.

In Emilia ad esempio il tracollo dell'affluenza dal 68% di cinque anni fa al 37% di oggi non è soltanto da attribuire allo "scandalo spese pazze" o alle dimissioni del governatore Errani per una condanna di secondo grado in falso ideologico. Certo, ci sono elettori che hanno visto nella facilità di spesa degli eletti e nella loro disinvoltura nel chiedere il rimborso per giochi erotici o camere da albergo per le amanti, la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Soprattutto per un elettorato di Sinistra che ha sempre fatto della questione morale un punto irrinunciabile di identità e ora si scopre nudo di fronte al più disarmante del “così fan tutti”. Ma questa è solo la punta dell'iceberg, anche se i pm contestano ai partiti scontrini sospetti per oltre 3 milioni di euro, 900 dei quali in capo al partito di maggioranza, il Pd.

Sembra in realtà che la disaffezione alla politica da parte dei cittadini emiliano romagnoli sia iniziata molto prima. Prim'ancora del terremoto del 2012 che ha inaugurato la grande stagione degli annunci trionfali e delle disillusioni. È iniziata con il constatare giorno dopo giorno che la politica non si regge più sul rapporto "diritto di scegliersi i propri rappresentati/dovere di rispondere a questo diritto da parte degli eletti". In Emilia, terra laboriosa e felix sotto tanti punti di vista è crollato un sistema economico che ha retto attraverso un tessuto produttivo che il mondo ha spesso invidiato.

Ma è crollato perché la classe politica non è stata più in grado di corrispondere a questo dovere. Per mancanza di visione e soprattutto per assenza di una identità. Non è un caso che la campagna elettorale sia stata monopolizzata da quel Matteo Salvini che calando da Milano ha scorrazzato qua e là per la via Emilia parlando di temi cari ai leghisti (immigrazione selvaggia, tutela dell'emilianità etc...) mentre da parte del Pd è mancata la spinta a porre sul tavolo argomenti seri per continuare a votarlo. Ha praticamente vinto di inerzia, attingendo al fortino del patrimonio di voti conquistato negli anni. Che oggi mostra un saldo ancora in attivo, ma che rischia di erodersi definitivamente alla prossima tornata.

Senza idee né soluzioni la gente si è così stancata di esercitare un diritto che ormai risulta inefficace. Ecco il perché di quella nostra provocazione iniziale, che fa emergere la crisi di un sistema rappresentativo diventato ormai infruttifero.

C'è un singolare processo di analisi al contrario che potrebbe giustificare questa disaffezione del cittadino alla politica della rappresentanza. Ed è l'assenza di una visione del mondo che non caratterizza più i partiti. Recentemente uno dei numi tutelari della Sinistra cattolica emiliana, don Giuseppe Dossetti jr, intervistato dal quotidiano Avvenire alla vigilia del voto aveva auspicato che la gente andasse a votare per ritrovare il senso del bene comune contro le divisioni particolari. Ma ha anche aggiunto che la concordia deve essere più facile proprio perché «non esistono più partiti con un'unica visione del mondo». Quindi, a suo dire, dovrebbe essere più facile dialogare per il bene comune. È in sostanza il programma liquido del Pd.

Per Dossetti dunque, che Avvenire si è premurato di definire «il parroco del Sottosegretario Delrio, il braccio di Renzi», il fatto che i partiti non esprimano più un'identità è dunque un bene. Un valore aggiunto per la ricerca del bene comune. Ma quale bene comune potrà mai esserci se non si esprime una visione del mondo certa e identitaria? Se non si hanno idee e prospettive condivise sulla vita, sulla morte, sull'umano, sulla famiglia, sull'amore, su tutti quei principi in sostanza, che fondano l'umanità naturalmente e che dovrebbero essere tradotti dai partiti in, appunto, politica? Che cosa è allora il bene comune? Su che cosa si fonda se tutto, anche la differenza netta tra i sessi, diventa diafano o impalpabile?

È evidente che il tentativo di Dossetti, che rappresenta un modo di pensare che ormai ha imposto le sue linee guida in tutto il Paese, non solo in Emilia, rappresenta un tentativo di tenere insieme le fila nel nome di un machiavellico e miope egualitarismo relativista, che però è stato bocciato anche dalle urne ieri. Non è un caso che il Pd, uscito vincitore dalle consultazioni, ma parecchio malconcio in termini di consenso, abbia al suo interno visioni talmente opposte della vita e dell'uomo, da sospettare una sindrome bipolare.

Tra i pochi che durante la campagna elettorale hanno provato a inserire nell'agenda i temi centrali della vita delle persone, tradotti in politica in termini di sussidiarietà, c'era il Forum della Associazioni Familiari che ha proposto (http://www.forumfamigliemiliaromagna.it/) un manifesto per politiche family friendly a tutti i candidati. I candidati di Ncd e Udc sono stati gli unici ad averlo firmato. Nessuno degli altri candidati presidente lo ha sostenuto. Gli altri partiti si sono mossi in ordine sparso: gran parte dei candidati di Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega lo hanno sottoscritto. Alcuni del Pd. Qui è sintomatico un comportamento schizofrenico: a fronte dei pochi che lo hanno sottoscritto, non si è opposta l'indifferenza di altri candidati Dem, come è il caso degli altri partiti, ma addirittura la pubblica contrarietà. È il caso di Silvia Prodi, nipote di cotanto zio e candidata quasi eletta, che ora spera nel ripescaggio. Ha preso pubblicamente posizione per dire che non lo avrebbe votato perché non lo condivideva e lo riteneva sbagliato dato che non esista una sola famiglia, ma tante famiglie di tante tipologie diverse etc... etc...

Eppure quel manifesto portava dentro il dibattito elettorale qualche cosa di umano con ricadute concrete nella vita, e nelle tasche dei cittadini, soltanto per il fatto che proponeva un modello politico e di sviluppo diverso che mettesse davvero al centro la famiglia e quindi la persona. Ma questo non è stato recepito, proprio perché ormai i partiti hanno smesso di avere una visione del mondo. E il mondo ha voltato loro le spalle. Nonostante continui ancora a pagare loro lo stipendio, lauto.