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Razzismo cinese contro gli "untori" africani. E' incidente diplomatico

Non è la prima volta che degli africani denunciano discriminazioni e maltrattamenti da parte di cinesi. In questo caso, dopo la diagnosi di Covid-19 di immigrati nigeriani, tutti gli africani del Guangdong sono accusati di portare l'epidemia, sono stati trattati da untori, reclusi e discriminati. E parte la protesta dagli ambasciatori africani 

Saluto a distanza fra ambasciatori di Cina e UA

Non è la prima volta che degli africani denunciano discriminazioni e maltrattamenti da parte di cinesi: subiti in Cina e nei Paesi africani con cui Pechino intrattiene rapporti economici. Quasi sempre proteste e denunce sono state ignorate o insabbiate da governi troppo interessati a mantenere buone relazioni con la Cina per preoccuparsi dei torti subiti dai loro connazionali. Questa volta invece è diverso.

I trattamenti inflitti agli africani residenti in Cina hanno provocato la reazione indignata di decine di Paesi, un incidente diplomatico senza precedenti. Ecco i fatti. Nella provincia sudorientale del Gouangdong, sembra in seguito alla scoperta che cinque nigeriani residenti a Guangzhou (Canton) erano positivi al Covid-19, popolazione e autorità hanno reagito con dure misure nei confronti degli africani: sfrattati da un giorno all’altro pur avendo pagato l’affitto e costretti a dormire per strada perché rifiutati anche dagli alberghi, cacciati via dai supermercati, costretti a lasciare le camere degli hotel nel cuore della notte, minacciati di revoca dei permessi di soggiorno e arresto, privati di assistenza e cibo quelli messi in quarantena dopo aver imposto loro diversi test senza mai comunicarne l’esito. Addirittura un McDonald ha appeso davanti all’ingresso un cartello con scritto: “vietato l’ingresso alla gente di colore”. 

La comunità africana di Guangzhou è una delle più grandi in Cina, ne fanno parte commercianti e uomini d’affari. Gli ambasciatori africani a Pechino hanno redatto una nota congiunta indirizzata al Consigliere di Stato e ministro degli esteri Wang Yi e, per conoscenza, al presidente dell’Unione Africana, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, e a tutti i ministri degli esteri africani. La nota protesta e condanna il comportamento xenofobo e razzista nei confronti di centinaia di africani, denuncia che una simile “stigmatizzazione e discriminazione” ha dato la falsa impressione che il virus sia stato diffuso dagli africani: “il gruppo degli ambasciatori africani a Beijing – vi si legge – chiede che cessino immediatamente i test eseguiti a forza, le quarantene e gli altri trattamenti disumani inflitti agli africani”.

Il portavoce del ministero degli esteri cinese, Zhao Lijian, senza accennare alla nota degli ambasciatori e alle accuse di discriminazioni, l’11 aprile ha emesso un comunicato in cui si assicura che le autorità del Guangdong hanno preso molto sul serio le preoccupazioni e i legittimi appelli espressi “da alcuni paesi africani” e stanno cercando di migliorare i loro metodi di lavoro: “gli amici africani siano certi di poter contare su una accoglienza corretta, equa, cordiale e amichevole in Cina”. Il giorno successivo il ministero degli esteri ha fatto sapere che le misure sanitarie adottate valgono per tutti a prescindere da nazionalità, razza e genere. L’ambasciata cinese in Zimbabwe è intervenuta per assicurare che la Cina tratta cinesi e stranieri allo stesso modo: “è deplorevole – ha commentato – ingigantire degli incidenti isolati”.

Niente scuse né ammissioni, quindi. Ma i governi africani, anche quelli gravati di debiti contratti con Pechino e di solito remissivi e compiacenti, questa volta non si accontentano, si dicono insoddisfatti, chiedono spiegazioni, alzano i toni. Per una volta, forse la prima, rivolgono l’accusa di razzismo e trattamenti disumani a qualcuno che non sia l’Occidente.

L’epidemia di Covid-19 ha per effetto di attirare l’attenzione del mondo sulla Cina, induce a guardare con occhi diversi il regime comunista che la governa, le usanze, i comportamenti dei suoi abitanti. Il successo di democrazie come Taiwan e Corea del Sud nel contrasto all’epidemia demolisce la retorica del “modello cinese” che Pechino ha lanciato per sminuire le democrazie liberali, tradizionalmente rappresentate dai Paesi occidentali. Taiwan e la Corea per prime si sono dimostrate di gran lunga più capaci di far fronte al coronavirus senza tuttavia adottare le strette misure di cui la Cina si è vantata.

Fino a qualche mese fa Greta e chi ne ha fatto un simbolo di giusta causa hanno puntato il dito contro le abitudini alimentari dei consumatori occidentali che, secondo loro, portano il pianeta e l’umanità intera alla rovina perché non si adattano a rinunciare alla carne e a mangiare insetti. Ma in queste settimane il mondo ha scoperto che gli asiatici e in particolare i cinesi stanno portando all’estinzione diverse specie animali per cibarsene e curarsi, così credono, con i loro organi, incuranti delle sofferenze indescrivibili a cui li sottopongono. Fino a qualche mese fa la battaglia era contro la plastica che inquina per colpa dei Paesi ricchi che ne fanno un uso smodato per loro comodo. Forse adesso si presterà più attenzione al fatto che i Paesi più responsabili dei milioni di tonnellate di plastica che i fiumi portano nei mari sono Cina, Indonesia e altri sei Stati asiatici (seguiti da due africani). Fino a qualche mese fa i cristiani privati della libertà di culto in Cina suscitavano assai poco interesse e compassione. D’ora in poi, sperimentata la vita senza cerimonie religiose e sacramenti, popoli e autorità saranno più solleciti a reclamare in ogni sede, dalle Nazioni Unite alle amministrazioni comunali, sanzioni e altri interventi contro la persecuzione e le discriminazioni fondate sulla fede.