• L’ANALISI TEOLOGICA

Ratzinger e Sarah confermano: il celibato è mistero di Salvezza

Le anticipazioni di Des profondeurs de nos coeurs ci dicono che Benedetto XVI e Sarah hanno pensato il libro per confermarci nella fede, muovendosi dentro l’unica vera dimensione degna della Chiesa e del celibato sacerdotale: la vocazione all’unione sponsale con il Signore. Questa dimensione sponsale non solo illumina a vicenda sacerdozio e matrimonio, ma introduce e custodisce il mistero della Redenzione.

Giornalisticamente è una bomba, storicamente una certezza e teologicamente una conferma. In ogni caso, è Provvidenza. Le anticipazioni del libro a quattro mani, due menti e un unico spirito, ci dicono che Des profondeurs de nos coeurs non viene a far polemica, ma a confermare nella fede. Benedetto XVI e il cardinal Robert Sarah si muovono dentro quell’unica vera dimensione degna della Chiesa e del celibato sacerdotale: la vocazione all’unione sponsale con il Signore.

Il significato della Redenzione, il mistero della Chiesa e la realtà del celibato si trovano intrinsecamente collegati: simul stant, simul cadunt. E la “realizzazione” della persona del sacerdote dipende dal vivere pienamente la propria inserzione in questa triplice realtà. È questa, mi pare, la trama del libro che emerge dagli stralci pubblicati dal quotidiano Le Figaro.

Il celibato è la chiave d’accesso al mistero della Chiesa, impressa nelle carni di uomini chiamati non a virtù eroiche, ma a lasciare che Cristo possa permanere nella Chiesa nella sua dimensione sponsale: «La Chiesa - incalza il cardinal Sarah - non è un’organizzazione umana. È un mistero. È la Sposa mistica di Cristo. Ecco quello che il nostro celibato richiama continuamente al mondo». Ferire il celibato significa dunque colpire l’identità della Chiesa; comprendere il celibato in modo puramente funzionale, come qualcosa che dev’essere mantenuto o tolto a seconda delle necessità “pastorali”, implica lo spogliamento del mistero della Chiesa, che viene lasciata nella nudità e nella miseria di una dimensione sociologica, filantropica, assistenziale.

Questa dimensione sponsale è il senso della Redenzione, come ha indicato san Giovanni nel suo Vangelo, collegando chiaramente tra loro l’episodio delle nozze di Cana (cfr. Gv 2, 1-11) e la crocifissione del Signore (cfr. Gv 19, 25-27); ed è perfino la chiave per capire tutta la storia della salvezza, come la tradizione di Israele conferma.

Per questo Benedetto XVI vola alto, fin dall’inizio: «La Croce di Gesù Cristo è l’atto d’amore radicale nel quale si compie realmente la riconciliazione tra Dio e il mondo segnato dal peccato […] Nella Croce, la linea “catabatica” dell’abbassamento di Dio e la linea “anabatica” dell’offerta dell’umanità a Dio divengono un atto unico», quell’atto unico che si perpetua nella celebrazione eucaristica, ove «la Chiesa e anche l’umanità vengono attirate e coinvolte dentro questo processo». Il sacerdote si colloca nel cuore di questa reciproca donazione totale di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio, realizzata nell’Eucaristia. Egli esiste, come sacerdote, per perpetuare il sacerdozio del Signore Gesù, che è l’unico vero Sommo Sacerdote; il sacerdote non vive un altro sacerdozio “a fianco” a quello di Cristo, ma partecipa dello stesso unico sacerdozio del Signore, che lo ha compiuto donando tutto Sé stesso alla Chiesa.

Benedetto XVI perciò giustamente parla di un’«astinenza ontologica» del sacerdote, che nasce dalla totalità del dono che egli, per il fatto di essere conformato a Cristo Sacerdote, deve alla sua sposa, la Chiesa, così come ogni sposo deve il dono di sé stesso alla propria sposa, esclusivamente; questo donarsi alla Chiesa non si realizza nell’attivismo, ma è possibile solo mediante la donazione totale di sé al Signore, per essere conformati a Lui. Per questo il sacerdote non sceglie propriamente il celibato, ma abbraccia il celibato in virtù del sacerdozio, al quale il celibato o la continenza, come si vedrà tra poco, sono ontologicamente congiunti.

Questa totalità del dono, se è veramente tale, è incompatibile con l’altra donazione totale di sé, che avviene nel matrimonio: «Lo stato coniugale - chiarisce Benedetto XVI - riguarda l’uomo nella sua totalità; siccome il servizio del Signore esige ugualmente il dono totale dell’uomo non risulta possibile realizzare simultaneamente le due vocazioni».

Il celibato sacerdotale non può perciò essere considerato come l’esito di una considerazione negativa del matrimonio; al contrario, esso corrobora il fatto che quella tra gli sposi è una donazione esclusiva, che non può essere “affiancata” da un’altra donazione totale, e nel contempo ricorda che anche Dio e la Chiesa domandano una donazione piena e totale. In questa luce si comprende maggiormente «la forma concreta del celibato nella Chiesa antica», secondo la quale, ricorda il Papa emerito, «gli uomini sposati non potevano ricevere il sacramento dell’Ordine se non quando si erano impegnati a rispettare l’astinenza sessuale, a vivere quindi il matrimonio detto “di san Giuseppe”. Una tale situazione appare esser stata assolutamente normale nei primi secoli».

Per questo il cardinal Sarah ha ragione quando afferma che «l’ordinazione degli uomini sposati, fossero anche in precedenza diaconi permanenti, non è un’eccezione, ma una rottura, una ferita nella coerenza del sacerdozio. Parlare d’eccezione sarebbe un abuso del linguaggio o una menzogna». La Chiesa dei primi sette secoli, infatti, attesta la difesa della lex continentiae, di fronte a quanti, in teoria o in pratica, la contraddicevano (per approfondire queste considerazioni, rimandiamo al libro della nostra collana “Sapere per capire”, Vi dichiaro celibi e casti. La continenza ecclesiastica, unica forma voluta da Gesù).

Il celibato è dunque la custodia del mistero della Redenzione, del mistero della Chiesa, ma è anche la custodia del sacerdote, la condizione di realizzazione del suo sacerdozio e dunque della sua vita; così il Papa emerito sottolinea che «il celibato diventa addirittura davvero indispensabile affinché il nostro cammino verso Dio possa continuare ad essere il fondamento della nostra vita ed esprimersi concretamente. Questo comporta, naturalmente, che il celibato debba permeare delle sue esigenze tutte le dimensioni del vivere […]. Non può esservi stabilità se non mettiamo la nostra unione con Dio al centro della nostra vita».

È dunque ingannevole pensare che il celibato sia all’origine della crisi del sacerdote; al contrario, spiega il cardinal Sarah, esso, se «ben compreso, anche se a volte può essere una prova, è in realtà una liberazione. Esso permette al sacerdote di stabilirsi con coerenza nella sua identità di sposo della Chiesa». È perciò piuttosto evidente che questo continuo rimettere in discussione la legge del celibato non fa altro che disorientare ancora di più i sacerdoti in difficoltà e sfibrarli interiormente, anziché sorreggerli e confortarli. È soprattutto per loro che questo libro può essere luce e forza.

Ma lo è anche per tutta la Chiesa, e ancor più per quegli uomini e quei popoli che attendono il grido della chiamata alle nozze, non a parole, ma nella carne di coloro che portano questo annuncio: «Non posso in coscienza, come figlio dell’Africa - lamenta il Cardinal Sarah -, sopportare l’idea che i popoli in via d’evangelizzazione siano privati di questo incontro con un sacerdozio vissuto in pienezza. I popoli dell’Amazzonia hanno diritto a un’esperienza integrale di Cristo-Sposo. Non si possono proporre loro dei sacerdoti di “seconda classe”».

Tutti i popoli, ogni uomo ne ha bisogno, anche e soprattutto laddove, come nella nostra Europa, l’apostasia sta causando l’agonia della Chiesa. C’è una sola via d’uscita, che Ratzinger e Sarah indicano congiuntamente: «Scrutare la dottrina della salvezza» per «unire la Chiesa attorno al suo Maestro divino».