a cura di Benedetta Frigerio
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Quattro cristiani sono stati arrestati in India con l’accusa di aver eseguito delle conversioni forzate

In India quattro cristiani evangelici – un pastore, una donna e due fidanzati – sono stati arrestati il 30 maggio per presunte “conversioni forzate”, una accusa che spesso viene rivolta ai cristiani anche quando si limitano a prestare aiuto a persone in difficoltà. È successo nello stato del Jharkhand dove dal 2017 è in vigore la nuova legge anti-conversioni, già adottata da altri stati della federazione, che proibisce le attività intese a convertire gli indù ad altre religioni con la forza, con metodi fraudolenti e con allettamenti materiali. Ad accusare i quattro cristiani è stata un uomo di etnia Sarna, Somaru Manjhi, che sostiene di aver subito pressioni ad abbracciare la fede cristiana dalla figlia, a sua volta convertitasi per compiacere il fidanzato cristiano, affiancata dal pastore e da una donna. Il giorno del matrimonio – ha spiegato ad AsiaNews il presidente del Global Council of Indian Christians, Gcic, Sajan K George – il padre della sposa si aspettava che il rito nuziale si svolgesse secondo la tradizione tribale e quando ha capito che si trattava invece di un rito religioso dapprima ha protestato e poi ha sporto denuncia. Il presidente del Gcic sostiene che la legge anti-conversioni in realtà è “un mezzo per intimidire e molestare la vulnerabile comunità cristiana”. La legge prevede condanne fino a tre anni di carcere e a 50.000 rupie (oltre 600 euro) di multa per i trasgressori. Se la conversione “forzata” riguarda donne minorenni e dei dalit (fuori casta) la pena detentiva sale a un massimo di quattro anni e la sanzione a 100.000 rupie (oltre 1.300 euro).