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REPUBBLICA ISLAMICA

Iran: il regime spara sui manifestanti. Trump minaccia l'intervento

Dilaga la protesta in Iran contro la disastrosa politica economica della Repubblica Islamica. Si contano i primi 7 morti, di cui 6 fra i manifestanti. Trump minaccia un secondo intervento armato, se la repressione dovesse inasprirsi.

Esteri 03_01_2026
Manifestazione di dissidenti iraniani (monarchici) davanti alla Casa Bianca (La Presse)

«Se l'Iran spara e uccide violentemente manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America verranno in loro soccorso», avverte il presidente Donald Trump, su Truth, il suo social network. «Le nostre armi sono cariche. Siamo pronti a partire».

Chi si aspettava un atteggiamento così interventista, da parte di un presidente che era stato eletto anche sulla promessa della fine delle guerre americane all’estero? D’altra parte, dopo il piccolo intervento nella Guerra dei Dodici Giorni proprio contro l’Iran e l’ultimo in Nigeria, contro basi di jihadisti nel nordovest del paese, Trump ha dimostrato di volere e poter intervenire dove ritiene che sia necessario. Non sono solo parole, insomma. E l’Iran è una delle priorità della sicurezza americana. Già durante l’ultimo incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, nella residenza di Mar a Lago, in Florida, il presidente statunitense non ha escluso un secondo intervento aereo americano contro l’Iran, nel caso fosse ripreso il suo programma nucleare e missilistico. Ovviamente «speriamo di non dover spendere altro carburante per i bombardieri B2» aveva aggiunto Trump, in quella occasione. Ma un intervento non è escluso, per niente.

Le dichiarazioni di Trump in difesa dei dimostranti iraniani non sono campate per aria. Sono state pronunciate al sesto giorno di rivolta contro la disastrosa politica economica di Teheran. Da due giorni, le proteste sono insanguinate dai primi morti. I disordini in Iran hanno finora causato 7 morti accertati, almeno 33 feriti e 119 arresti, secondo gruppi di attivisti per i diritti umani iraniani all’estero. Le manifestazioni, iniziate a Teheran, si sono estese ad almeno 32 città, ha affermato il gruppo in un rapporto pubblicato giovedì sera.

Sui 7 morti ci sono conferme anche dai media statali del regime islamico iraniano. Secondo l’agenzia Fars (quella legata alle Guardie Rivoluzionarie) 3 persone sono state uccise durante una manifestazione davanti a una stazione di polizia nella provincia di Lorestan, nell'Iran occidentale. Altre 2 persone sono state uccise durante una protesta nei pressi della residenza del governatore a Lordegan, un'altra provincia iraniana occidentale. I dimostranti hanno perso un altro dimostrante, ucciso giovedì sera a Fooladshahr, nella provincia centrale iraniana di Isfahan. Il settimo morto appartiene invece alle forze paramilitari, è un ventunenne del corpo dei Basij, ucciso dopo che i manifestanti avevano lanciato pietre a Kuhdasht, nel Lorestan.

Le autorità iraniane stanno comunque mantenendo un atteggiamento prudente, almeno nella comunicazione pubblica. Temono che la rivolta divampi ulteriormente, anche perché parte da esigenze concrete che accomunano tutte le fasce sociali: la svalutazione della valuta nazionale, l’inflazione, il caro vita. Il presidente del parlamento, Mohammad Baqer Qalibaf, che pure è un ex comandante dei pasdaran, ha dichiarato che «le proteste devono essere trattate con generosità e piena assunzione di responsabilità». La portavoce del governo Fatemeh Mohajerani ha dichiarato: «Sappiamo che le manifestazioni derivano dalla pressione sui mezzi di sussistenza delle persone».

I toni sono cambiati dopo l’intervento di Donald Trump, quando l’ala dura del regime ha sfoderato la solita retorica cospirativa, affermando che la rivolta stessa è frutto dell’ingerenza americana. Ali Larijani, diplomatico e attuale segretario del Consiglio di sicurezza di Stato, intima agli Usa di non occuparsi di “questioni interne” all’Iran e mette in guardia: un intervento armato destabilizzerebbe il Medio Oriente più di quanto lo sia ora.

Entusiasmo, invece, nel mondo del dissenso iraniano in esilio. Proprio a partire da Reza Pahlavi, dunque dall’ultimo della famiglia degli Shah di Persia, più volte invocato dai manifestanti come possibile nuovo leader anti-islamista. «Gentile Presidente Trump – dice Reza Pahlavi - La ringrazio per la sua leadership decisa e per il sostegno ai miei connazionali. Il suo avvertimento ai Capi criminali della Repubblica Islamica dà al popolo iraniano maggiore forza e speranza; la speranza che finalmente il Presidente degli Stati Uniti d'America stia fermamente al loro fianco».

Pahlavi si propone come leader e dichiara di avere progetti concreti sulla transizione: «Ho un piano chiaro per una transizione stabile in Iran e ho il sostegno del mio popolo per realizzarlo. Con la sua leadership nel mondo libero, possiamo lasciare un'eredità duratura di pace stabile».

Pejman Abdolmohammadi, professore iraniano di Storia dei paesi islamici dell’Università di Trento, ritiene che l’intervento di Trump sia senza precedenti e un segnale importante per gli oppositori al regime: «Per la prima volta un Presidente americano ha difeso gli Iraniani contro il regime. Grande lezione e vergogna a Obama, Biden e Bush per non parlare di Mogherini e Borrell che li hanno sempre lasciati soli, anzi spesso hanno aiutato il regime. Il paradigma mondiale cambia. Non si tratta di ingerenza o di esportazione della democrazia. Poiché la popolazione è da anni che si batte per la democrazia e la libertà. Si tratta di avere un attore internazionale che con i fatti oggi difende il popolo iraniano contro chi li sta uccidendo, imprigionando e torturando».



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