Quando voteremo. Il dilemma della data delle prossime elezioni
La data delle elezioni politiche sarà decisiva. La maggioranza di centrodestra, se vuole vincere di nuovo, deve evitare il logoramento, ma non deve far perdere le pensioni ai parlamentari. Seconda metà di aprile 2027: il periodo più probabile.
La legislatura è destinata a concludersi naturalmente nell'autunno del 2027. Almeno sulla carta. Perché dietro le quinte della politica italiana il tema della data delle prossime elezioni politiche è già diventato uno dei principali dossier strategici per Giorgia Meloni. E più il tempo passa, più cresce il numero delle variabili che suggerirebbero alla presidente del Consiglio di non arrivare alla scadenza naturale.
La premier si trova infatti davanti a un paradosso. Da un lato il suo governo gode ancora di una posizione relativamente solida rispetto a quella dei predecessori e può rivendicare una stabilità sconosciuta all'Italia degli ultimi tempi. Dall'altro, proprio la prospettiva di dover governare ancora per un anno e mezzo rischia di trasformarsi in un fattore di indebolimento.
L'usura del potere è una legge quasi naturale della politica. Più a lungo si governa, più aumentano le occasioni di scontentare categorie sociali, territori e gruppi di interesse. Meloni lo sa bene. Nei prossimi mesi dovrà affrontare una situazione economica ancora piena di incognite, una congiuntura internazionale instabile e soprattutto una serie di decisioni impopolari che inevitabilmente accompagneranno la preparazione della legge di bilancio.
Proprio la manovra rappresenta uno dei principali motivi di preoccupazione. Per rispettare i nuovi vincoli europei e i tempi della programmazione economica, molte delle misure più difficili dovranno essere anticipate già a settembre. Tagli, rinunce, minori margini di spesa o comunque scelte sgradite all'opinione pubblica rischiano di consumare rapidamente il consenso accumulato in questi anni.
Nel frattempo il quadro politico del centrodestra potrebbe complicarsi ulteriormente. La Lega continua a vivere una fase di difficoltà e il peso crescente di Roberto Vannacci rischia di alterare gli equilibri interni. Se il generale dovesse consolidare il proprio consenso personale, la pressione sulla leadership leghista aumenterebbe e con essa le tensioni all'interno della coalizione. Per Meloni significherebbe trovarsi a gestire alleati sempre più nervosi e litigiosi proprio alla vigilia del voto.
Da qui nasce la tentazione di anticipare le elezioni alla primavera del 2027. Un voto ad aprile consentirebbe alla presidente del Consiglio di presentarsi agli elettori prima che il logoramento diventi eccessivo, limiterebbe il tempo a disposizione di Vannacci per rafforzarsi ulteriormente e ridurrebbe anche le possibilità per le opposizioni di costruire una vera alternativa di governo. Il centrosinistra, infatti, continua a essere attraversato da divisioni strategiche e programmatiche e il campo largo non ha ancora un leader riconosciuto da tutti.
Ma il calendario presenta un ostacolo formidabile: le pensioni dei parlamentari. Per maturare il diritto al trattamento previdenziale occorrono quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato. La prima finestra utile scatterebbe l'11 e il 12 aprile 2027. Sciogliere le Camere prima di quella data provocherebbe una vera e propria rivolta sotterranea tra deputati e senatori. Molti di loro, soprattutto nelle file della Lega ma non solo, sanno già di avere poche possibilità di essere ricandidati o rieletti. Perdere anche il requisito pensionistico rappresenterebbe un danno personale enorme.
Per questo motivo la finestra di aprile appare politicamente la più realistica. Consentirebbe ai parlamentari di salvare il diritto alla pensione e al tempo stesso permetterebbe a Meloni di evitare i rischi di un lungo trascinamento fino all'autunno.
C'è poi un secondo elemento che pesa sulle riflessioni della premier: le elezioni amministrative del giugno 2027. In quella tornata si voterà in alcune delle città più importanti del Paese. Roma, Milano, Napoli e Torino sono oggi guidate da sindaci di centrosinistra e il campo progressista parte con concrete possibilità di conservare tutte e quattro le amministrazioni.
Per Palazzo Chigi il pericolo è evidente. Una vittoria del centrosinistra nelle principali città italiane potrebbe produrre un effetto psicologico e mediatico favorevole alle opposizioni, creando una sorta di onda lunga destinata a proiettarsi sulle politiche previste pochi mesi dopo. Meloni teme che una serie di sconfitte simboliche nelle grandi aree urbane possa trasformarsi in un traino per il campo largo verso il voto nazionale.
Allo stesso tempo, però, la premier non sembra guardare con favore all'ipotesi dell'election day. Accorpare amministrative e politiche significherebbe infatti mobilitare un elettorato urbano particolarmente motivato a scegliere il proprio sindaco. E nelle grandi città questo elettorato tende storicamente a essere più vicino al centrosinistra. Il rischio sarebbe quello di favorire indirettamente gli avversari anche nella competizione nazionale.
Resta quindi sul tavolo l'ipotesi di un voto ad aprile. Una soluzione che tuttavia dipende da due grandi incognite. La prima riguarda il Quirinale. Sergio Mattarella sarebbe disposto ad autorizzare uno scioglimento anticipato delle Camere con circa sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale? Formalmente nulla lo impedisce, ma il Presidente della Repubblica potrebbe valutare con estrema attenzione l'esistenza di una maggioranza parlamentare ancora in grado di sostenere il governo. E qui entra in gioco il fattore pensioni. Centinaia di parlamentari interessati a completare il proprio percorso previdenziale potrebbero essere disponibili a sostenere qualsiasi soluzione politica pur di arrivare alla fine della legislatura. Perfino un eventuale governo tecnico o di transizione, qualora si aprisse una crisi, potrebbe trovare sostegni insospettabili.
La seconda incognita riguarda invece la legge elettorale. Il centrodestra è consapevole che le regole del gioco possono risultare decisive. Per Meloni sarebbe ideale arrivare al voto con un sistema capace di valorizzare la forza della coalizione e di ridurre i rischi derivanti da una possibile frammentazione del consenso. Tuttavia qualsiasi modifica dovrebbe superare il vaglio della Corte costituzionale ed evitare profili di illegittimità che in passato hanno già portato alla bocciatura di diverse leggi elettorali.
In definitiva, il vero rebus della politica italiana non riguarda soltanto chi vincerà le prossime elezioni, ma quando si voterà. Per Giorgia Meloni la scelta della data potrebbe rivelarsi importante quasi quanto il risultato stesso. Anticipare significa ridurre i rischi del logoramento e cogliere gli avversari impreparati. Attendere fino all'autunno significa invece esporsi alle incognite economiche, alle tensioni nella maggioranza e all'effetto politico delle amministrative. Tra convenienze elettorali, pensioni parlamentari, rapporti con il Quirinale e riforma della legge elettorale, la corsa verso il 2027 è già cominciata.
