Quando le parole pretendono di precedere le cose
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Vi è una forma di dominio più radicale della censura: modificare il rapporto stesso tra la parola e la cosa. Una civiltà libera non si difende soltanto garantendo il diritto di parlare, ma custodendo l’ordine che rende il parlare intelligibile: prima l’essere, poi la conoscenza, infine il nome.
Vi è una forma di dominio più radicale della censura, perché non consiste anzitutto nel proibire alcune parole, ma nel modificare il rapporto stesso tra la parola e la cosa, facendo sì che il nome non serva più a significare una realtà previamente conosciuta, bensì pretenda di determinarne in anticipo la comprensione. Quando ciò accade, il linguaggio conserva esteriormente la propria funzione comunicativa, ma interiormente la rovescia: aggressore e vittima, vax e no vax, scienza e antiscienza, democratico e fascista, inclusivo e discriminatorio, progresso e reazione cessano progressivamente di essere termini mediante i quali si formula un giudizio e diventano formule nelle quali il giudizio è già contenuto, prima ancora che la realtà sia stata esaminata.
La questione, dunque, non riguarda semplicemente il costume linguistico di un’epoca, ma tocca un problema assai più antico, nel quale linguaggio, conoscenza ed essere sono inseparabilmente implicati. Ogni parola, infatti, può significare soltanto nella misura in cui l’intelletto abbia previamente colto qualcosa del reale. L’ordine è precisamente questo: la cosa possiede una determinazione, l’intelletto la conosce secondo il proprio modo e il linguaggio conferisce a ciò che è stato conosciuto un segno comunicabile.
La parola viene dunque dopo l’essere, non cronologicamente, ma secondo un ordine di dipendenza. Essa è vera non perché riesca a imporsi, ma perché rimanda rettamente a ciò che è. È precisamente il problema che, in una forma ancora originaria, attraversa il Cratilo di Platone. La disputa tra chi riconduce la correttezza dei nomi alla convenzione e chi vorrebbe radicarla in una sorta di naturale adeguazione del nome alla cosa non si conclude attribuendo al linguaggio un potere sovrano sul reale.
Al contrario, proprio perché i nomi possono essere corretti o erronei, adeguati o inadeguati, occorre ammettere una misura che sia anteriore al nome stesso. Se possiamo giudicare un nome, ciò significa che il nome non è il principio ultimo del giudizio. Bisogna poter risalire alla cosa, perché è in rapporto ad essa che il segno acquista o perde la propria verità. Ora, qui il problema linguistico trapassa necessariamente in quello metafisico. Infatti, se la parola significa ciò che l’intelletto conosce, occorre domandarsi che cosa l’intelletto conosca quando pronuncia termini universali come uomo, natura, giustizia, libertà, verità.
È questa, in fondo, la questione degli universali, la cui importanza non appartiene soltanto alle dispute scolastiche, perché da essa dipende la possibilità stessa che il nostro linguaggio conservi un riferimento oggettivo. Se l’universale fosse soltanto un suono convenzionale, una pura emissione verbale alla quale nulla corrisponde nella struttura intelligibile delle cose, allora il significato sarebbe, almeno in ultima istanza, disponibile alla decisione di chi possiede la forza di imporlo. La soluzione realistica evita tanto di trasformare l’universale in una realtà separata quanto di dissolverlo nell’arbitrio nominale.
L’universale è nell’intelletto secondo un modo universale, ma possiede il proprio fondamento nella cosa, perché l’intelligenza astrae da enti concreti una natura che non inventa, bensì riconosce. “Uomo” è un concetto universale, ma non per questo è un nome vuoto. “Giustizia” non è una sostanza separata, ma neppure una parola il cui contenuto possa essere indefinitamente rifatto dalla volontà. Tra il puro nome e la cosa singolare vi è l’atto conoscitivo mediante il quale l’intelletto coglie nell’essere una forma intelligibile e può perciò predicarla con verità. È qui che diventa comprensibile la particolare gravità della manipolazione contemporanea del linguaggio.
Il suo tratto caratteristico non consiste semplicemente nell’uso improprio di alcuni vocaboli, quanto nella pretesa di far discendere la natura della cosa dalla qualificazione linguistica che le viene attribuita. Non si procede più dalla realtà alla definizione e dalla definizione al giudizio, bensì dalla parola già moralmente qualificata alla realtà che quella parola dovrebbe soltanto descrivere. “Negazionista” può così cessare di indicare analiticamente una determinata negazione e trasformarsi in una categoria di esclusione. “Antiscientifico” può non designare più l’incompatibilità di una tesi con evidenze determinate, ma funzionare come interdizione preventiva dell’argomento. “Fascista”, “razzista”, “estremista”, “discriminatorio” possono essere sottratti alla precisione concettuale e impiegati come predicati assoluti, nei quali il giudizio precede l’accertamento. L’alterazione è tanto più profonda quanto più conserva le forme esteriori del ragionamento.
Si continua a parlare, a discutere, a formulare proposizioni, ma il termine decisivo non giunge più al termine dell’argomentazione: è posto all’inizio, come principio dal quale l’argomentazione dovrà necessariamente discendere. Non si dimostra che una posizione sia irrazionale, la si denomina tale mediante un vocabolo che contiene già la condanna. Non si accerta se una distinzione sia fondata, si stabilisce preliminarmente che quella distinzione appartenga al lessico dell’inaccettabile.
Il linguaggio, da strumento dell’intelligenza, diventa così dispositivo di classificazione morale. Per questa ragione il fenomeno è politico soltanto perché, più originariamente, è gnoseologico e metafisico. Il potere sul linguaggio diventa potere sul pensiero quando riesce a separare stabilmente il nome dalla misura reale che dovrebbe governarlo. Chi stabilisce quali parole siano ammissibili non controlla ancora necessariamente ciò che gli uomini pensano. Ma chi riesce a determinare in anticipo che cosa quelle parole debbano significare restringe già il campo di ciò che può essere pensato, perché rende alcune distinzioni non false dopo essere state confutate, ma impronunciabili prima ancora di essere esaminate.
Una civiltà libera, pertanto, non si difende soltanto garantendo il diritto di parlare, ma custodendo l’ordine che rende il parlare intelligibile: prima l’essere, poi la conoscenza, infine il nome. Quando questo ordine viene invertito, la parola non riceve più il proprio significato dalla realtà, ma da un’autorità che pretende di amministrarne il senso. E nel momento in cui il nome non è più giudicato dalla cosa, ma la cosa deve comparire davanti al tribunale del nome, il linguaggio cessa lentamente di essere il luogo nel quale la ragione cerca il vero e diventa il luogo nel quale il potere stabilisce ciò che dovrà essere riconosciuto come tale.

