• 50 ANNI FA

Quando la contraccezione in Italia non era legale e perché

Gli studi demografici erano già allarmanti negli anni '20 e fu per preservare il ricambio generazionale che il fascismo introdusse il divieto di istigazione alla contraccezione. Infatti la norma sopravvisse anche con la Repubblica e venne poi difesa dalla Corte Costituzionale nel 1965 come necessaria al bene della famiglia e della società. Fu la rivoluzione sessuale a spingere i giudici ad abolirla.

Cinquant’anni fa, il 10 marzo 1971, una sentenza della Corte costituzionale dichiarava illegittimo l’articolo 553 del Codice Penale. Questo, inerente alla contraccezione, era intitolato “Incitamento a pratiche contro la procreazione” e faceva parte del Titolo X del C.P. dove si trattava “Dei delitti contro le integrità e la sanità della stirpe”. Tra le varie fattispecie trattate, vi erano anche altri temi affini come, ad esempio, il delitto di aborto, di procurata impotenza e anche di contagio di malattie sessuali.

Questa norma era una novità inserita nel 1930 che non trovava precedenti negli ordinamenti regi italiani, mentre in Francia, già nel 1920, era stata varata una legge che prevedeva una multa e la detenzione di un mese per chiunque avesse fatto propaganda a procedimenti anticoncezionali, o ne avesse incoraggiato l’uso.

In effetti, esisteva una ratio giuridica per tali norme: in Paesi che avevano pagato un forte tributo di sangue durante la Prima Guerra ìondiale, che avevano quindi subìto un forte calo demografico, non era senza ragione implementare piani di crescita. La questione della contraccezione, dunque, non era un “prurito bigotto o moralista”, ma rientrava in un più ampio programma normativo, volto a favorire l’aumento della popolazione e a garantire il ricambio generazionale incoraggiando le nascite.

La politica demografica del Fascismo era assolutamente antitetica all’idea malthusiana che si era fatta strada in alcuni circoli intellettuali dalla fine della Grande Guerra. Se quest’ultima vedeva nella riduzione delle nascite una pacificazione degli squilibri e delle asperità sociali, l’altra riteneva che le culle vuote preannunciassero la morte di un popolo. Tuttavia, già negli anni Venti il malthusianesimo rivelò le proprie debolezze, quando iniziarono a circolare studi scientifici che, analizzando l’andamento delle nascite, preconizzavano un’imminente decrescita demografica nel Vecchio Continente.

In Italia, dove la teoria malthusiana non aveva trovato terreno fertile, si implementarono comunque delle norme volte a scongiurare il forte calo demografico che flagellava i vicini europei. Tra queste vi era anche la cosiddetta “Imposta sul celibato”, come a dire: se raggiunti i 25 anni vuoi continuare a divertirti senza assumerti responsabilità, paghi! E l’importo delle imposte era poi devoluto all’Opera Nazionale Maternità e Infanzia. Erano state implementate, inoltre, anche delle misure positive, volte al sostegno del matrimonio e della famiglia.

Il legislatore, ad ogni modo, specificò in seguito che “l’uso di quelle precauzioni necessarie ad impedire la diffusione delle malattie veneree” (preservativo) non costituiva reato, proprio per la salvaguardia della sanità pubblica. La norma aveva, dunque, un’attinenza tutta volta alla politica demografica. Il “Trionfo della Vita” era perseguito, perciò, secondo un piano organico e coerente che mirava ad intervenire non solo sugli equilibri interni, ma anche in ambito internazionale.

Spesso, in effetti, si tende a enfatizzare sulla necessità del Regime di poter disporre di “carne da cannone” per la guerra mondiale, ma il fatto che il faraonico progetto dell’Eur, fosse stato varato per l’Expo del 1942, la dice lunga sui reali piani espansionistici dell’Italia di quegli anni. Al di là delle visioni grossolanamente ideologiche, quindi, la cosiddetta teoria de “Il numero è potenza” era finalizzata principalmente a mantenere gli equilibri interni di ricambio generazionale e di crescita demografica nel panorama internazionale, per non essere fagocitati, come scrisse Mussolini, da altri popoli “che si moltiplicano con un ritmo ignoto al nostro”.

L’articolo 553, comunque, sopravvisse durante la transizione alla Repubblica, e rimase in vigore per diversi anni ancora. Negli anni vi furono proposte di modifica, ma tutte fallirono per l’inazione parlamentare dovuta a profonde resistenze. I significati dell’articolo erano stati “epurati” dalla connessione ideologica col Fascismo e vennero fatti ricadere nell’ambito del diritto di famiglia, considerato intangibile: la “stirpe” diveniva, perciò, “generazione”, ma permaneva la tutela del corpo collettivo e sociale.

Ancora nel 1965, la Corte costituzionale salvava, anche formalmente, l’art.553 in quanto volto a tutelare il buon costume e l’ordine della famiglia, rigettando la tesi che voleva collegarlo all’ideologia fascista. Tuttavia, anche in conseguenza per l’impegno dell’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica, fondata da un gruppo di intellettuali di sinistra e atei, che dal 1953 aveva fatto della promozione del controllo delle nascite la sua ragione sociale, dal 1969 si riaprì la strada per l’abolizione dell’articolo, che culminò nel rovesciamento, da parte della Corte, delle argomentazioni apportate pochi anni prima.

L’articolo venne riconosciuto indissolubilmente legato alle politiche del Regime, e ispirato da un’ideologia incompatibile con quella democratico-repubblicana. Si arrivò, così, a dichiarare che la norma non poteva rimanere in vita, senza entrare in contrasto con la Costituzione. Nell’arco di appena sei anni, perciò, in seguito alla grande liberalizzazione sessuale del 1968, si apriva una nuova era, così dominante da influenzare anche le interpretazioni giurisprudenziali.

A distanza di cinquant’anni occorre, dunque, interrogarsi se siano state varate nuove ed efficaci politiche volte a sostenere la demografia nazionale, coerenti coi tempi ma in grado di arginare l’invecchiamento e la povertà che, in questi primi anni Venti, come quelli di un secolo fa, affligge nuovamente il nostro continente.