Purghe di Giuli, il Ministero della Cultura è un laboratorio di instabilità
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Purga in corso al Ministero della Cultura. Il ministro Giuli licenzia Elena Proietti ed Emanuele Merlino, entrambi fedelissimi della Meloni. Invece che fare la rivoluzione culturale, il Ministero diventa un laboratorio di instabilità.
Non è più soltanto una questione amministrativa. Al Ministero della Cultura è esplosa una guerra politica interna a Fratelli d’Italia che racconta molto più di un semplice rimpasto di uffici e fedelissimi. La cacciata di Elena Proietti, segretaria particolare del ministro Alessandro Giuli e figura vicina ad Arianna Meloni, insieme all’allontanamento di Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica e uomo considerato legatissimo al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, segna infatti l’apertura di una frattura profonda dentro il partito di Giorgia Meloni. Una frattura che non riguarda soltanto il controllo del ministero, ma il modello stesso di gestione del potere nel governo.
La vicenda assume contorni ancora più significativi perché Proietti e Merlino non erano semplici collaboratori. Erano terminali politici di due aree decisive dell’universo meloniano: quella familiare-organizzativa orbitante attorno ad Arianna Meloni e quella strategica riconducibile a Fazzolari, il vero architetto della linea politica della premier. Colpire loro significa inevitabilmente colpire equilibri consolidati.
Ufficialmente le ragioni dell’epurazione sarebbero legate a dissapori gestionali. A Proietti, secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime ore, Giuli contesterebbe di non essersi presentata alla missione di New York del mese scorso. A Merlino, invece, viene attribuita la responsabilità politica di non aver vigilato sulla vicenda del docufilm dedicato a Giulio Regeni, escluso dai finanziamenti pubblici del ministero e diventato rapidamente un caso nazionale.
Ma è difficile credere che tutto si riduca a questo. Troppo sproporzionata la reazione, troppo chirurgici i bersagli scelti, troppo delicato il momento politico. Anche perché nel frattempo circola con insistenza la voce di un possibile addio di Valentina Gimignani, capo di gabinetto del ministro. Se dovesse accadere, il quadro sarebbe ancora più chiaro: Giuli starebbe progressivamente smontando l’intera architettura di potere costruita attorno al ministero dopo l’uscita di scena di Gennaro Sangiuliano.
Ed è proprio il paragone con il predecessore che aiuta a capire la natura del problema. Sangiuliano era caduto travolto da una vicenda personale e sentimentale che aveva finito per oscurarne il ruolo politico. Giuli, invece, rischia di implodere per l’esatto contrario: un eccesso di politicizzazione e conflittualità. Non c’è dossier che non si trasformi in terreno di scontro. Non c’è interlocutore che non diventi un avversario.
La rottura con Pietrangelo Buttafuoco sulla Biennale, le tensioni con il mondo del cinema, gli attacchi alla stampa, le polemiche continue sul sistema dei finanziamenti culturali: tutto contribuisce a costruire l’immagine di un ministro permanentemente in guerra. Anche il caso Regeni è stato gestito in modo muscolare. Prima il ministero nega i fondi al documentario Giulio Regeni - Tutto il male del mondo, provocando un’ondata di polemiche bipartisan; poi Giuli prende pubblicamente le distanze dalla commissione che aveva preso la decisione, parla di “caduta inaccettabile” e promette di “mettere ordine” in un panorama di “opacità e imperizia”.
Parole che suonavano già come una sentenza interna. E infatti pochi giorni dopo sono arrivate le revoche. Il punto politico vero, però, è un altro: che cosa vuole ottenere Alessandro Giuli? Perché un ministro politicamente fragile, non radicato nel partito come altri dirigenti storici di FdI, decide di aprire tanti fronti contro pezzi importanti della sua stessa maggioranza?
Una possibile lettura è che Giuli, che peraltro ieri è stato ricevuto a Palazzo Chigi ed è rimasto per un’ora a colloquio con la premier Meloni, stia tentando una radicale operazione di autonomia politica. A differenza di molti dirigenti meloniani, non proviene dall’apparato classico della destra di governo. La sua forza è sempre stata quella di presentarsi come intellettuale “eretico”, outsider rispetto alle correnti interne. Una postura che inizialmente aveva fatto comodo a Giorgia Meloni, desiderosa di dare al ministero un profilo più colto e meno identitario dopo le imbarazzanti vicende del suo predecessore.
Ma quell’autonomia rischia ora di trasformarsi in un problema. Perché Giuli sembra voler governare il ministero senza mediazioni, rompendo gli equilibri tradizionali di Fratelli d’Italia. E nel partito cresce il sospetto che il ministro stia giocando una partita personale, persino auto-distruttiva.
Da qui nasce la domanda che molti meloniani cominciano a porsi sottovoce: Giuli vuole davvero restare al suo posto oppure sta costruendo scientemente le condizioni per essere cacciato? La strategia del martire politico non sarebbe nuova nella storia italiana. Entrare in collisione con apparati, correnti, giornali e mondi culturali può servire a costruire una narrazione eroica: quella dell’uomo solo contro il sistema.
Il problema, per Palazzo Chigi, è che questa dinamica rischia di destabilizzare il governo in un settore simbolicamente delicatissimo. La cultura era stata uno dei terreni su cui Meloni puntava a consolidare l’egemonia della destra. Oggi rischia invece di diventare il luogo dove emergono tutte le contraddizioni del potere meloniano: lotte interne, regolamenti di conti, personalismi e guerre di corrente.
E forse è proprio questo l’aspetto più inquietante della vicenda. Perché le manovre di Giuli appaiono troppo sistematiche per essere semplici scatti d’ira. Sembrano piuttosto tasselli di una strategia politica ancora opaca, ma chiaramente orientata a rompere gli equilibri esistenti. Una strategia che, intenzionalmente o meno, sta trasformando il Ministero della Cultura nel principale laboratorio di instabilità interna del governo Meloni.

