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Prove tecniche di intesa. E Berlusconi torna in campo

Le votazioni al Senato sull’Italicum potrebbero rappresentare uno spartiacque per la legislatura. Il “lodo Esposito” (il senatore Pd che l’ha proposto), ha fatto emergere, durante la discussione a Palazzo Madama, una nuova maggioranza costituita dal Pd renziano, da Forza Italia senza i fittiani e da Ncd e centristi.

Silvio Berlusconi

Le votazioni di queste ore al Senato sull’Italicum potrebbero rappresentare uno spartiacque per l’attuale legislatura. Il “lodo Esposito” (dal nome del senatore Pd che l’ha proposto), che assegna il premio alla lista vincente (non alla coalizione), introduce i capilista bloccati, ma anche il metodo delle preferenze per selezionare gli altri eletti, e fissa al 3% la soglia di sbarramento, ha fatto emergere, durante la discussione a Palazzo Madama, una nuova maggioranza costituita dal Pd renziano, da Forza Italia senza i fittiani e da Ncd e centristi. Si è prodotta, quindi, una evidente lacerazione nella maggioranza che sostiene il governo Renzi e non si può a questo punto escludere che l’esecutivo debba procedere al più presto a un rimpasto o addirittura a un allargamento a qualche esponente berlusconiano, anche se l’ipotesi più probabile rimane quella di un soccorso di Forza Italia al governo su singoli provvedimenti, sotto forma di appoggio esterno. 

Quelli emersi nelle ultime ore sono numeri eloquenti che, se proiettati sull’assemblea plenaria che dovrà eleggere a fine gennaio il nuovo Presidente della Repubblica, indicano una strada molto chiara: il Patto del Nazareno è in grado di imporre, fin dalla quarta votazione, un suo candidato al Colle. Con buona pace dei dissidenti del Pd, che si sentono esclusi dalla partita per il Quirinale e che temono di non essere ricandidati alle prossime elezioni politiche, considerato che la scelta dei capilista e dell’ordine degli altri candidati in lista sarà nelle mani degli uomini del premier, che controllano il partito.

E pensare che circa un anno fa furono proprio gli uomini di Bersani, D’Alema e Cuperlo a sfiduciare in direzione il governo presieduto da Enrico Letta e a favorire l’ascesa alla Presidenza del Consiglio di Matteo Renzi, che ora cercano di contrastare con tutte le loro forze. Prima di quel voto, in un’infuocata assemblea di partito del febbraio 2014, i dissidenti già sapevano che Renzi trattava con Berlusconi (il Patto del Nazareno si era materializzato un mese prima), e nonostante tutto ne favorirono l’incoronazione a premier. 

Oggi vorrebbero esautorarlo, pur sapendo che ciò provocherebbe uno smottamento senza precedenti nella sinistra, con esiti incertissimi e probabili elezioni anticipate. Appare ipocrita la condotta di molti di quegli esponenti della cosiddetta “ditta”. Pure loro parlarono in modo costruttivo e utilitaristico, anche se forse più discreto e meno plateale, con i berluscones e si accordarono con questi ultimi per la riconferma di Napolitano e per il sostegno al governo Letta. Il Patto del Nazareno realizza soltanto quello che loro non sono stati in grado di portare a compimento negli ultimi due anni.

É evidente che la blindatura dell’intesa Renzi-Berlusconi assegna un ruolo marginale ad Alfano, che si accontenta della soglia del 3% come garanzia di sopravvivenza elettorale, e alimenta disegni scissionisti a sinistra, che potrebbero tradursi nella nascita di un nuovo partito già nei prossimi mesi. Le prime avvisaglie sono arrivate dalla Liguria, con lo strappo di Cofferati dopo le contestatissime primarie. Le votazioni al Senato sull’Italicum potrebbero intonare il de profundis all’attuale Pd e inaugurare una fase nuova e più “centrista” del partito renziano, destinato ad attrarre consensi nella galassia postdemocristiana.

Ma sia il premier che l’ex Cavaliere hanno in queste ore le loro gatte da pelare: a manovrare la fronda interna al Pd ci sarebbe Massimo D’Alema, che agirebbe di sponda con il deputato lettiano Francesco Boccia e il dissidente forzista Raffaele Fitto, entrambi pugliesi come il Baffino. Nel mirino l’asse del Nazareno, con tutto ciò che ne consegue, e il desiderio di condizionare la scelta del nuovo Capo dello Stato. Il nome di Giuliano Amato sembrerebbe unire le varie anime della sinistra ed essere gradito a Berlusconi, ma l’impressione è che si sia voluto bruciarlo tanto tempo prima proprio al fine di nascondere il vero candidato da sponsorizzare nella quarta votazione, quella probabilmente decisiva. Li’ basteranno 505 voti, facilmente raggiungibili sommando i fedelissimi renziani, i berlusconiani e gli alfaniani. Anche se i franchi tiratori di questi tre raggruppamenti raggiungessero la soglia dei 200, non riuscirebbero comunque a impedire l’elezione di un nuovo Presidente concordato tra Berlusconi, Renzi e Alfano.

L’unico diversivo possibile rispetto a questo copione che sembra già scritto è quello di una saldatura, fin dalla prima votazione, tra i voti della minoranza Pd e quelli della pattuglia grillina sul nome di Romano Prodi. Su quest’ultimo potrebbero forse convergere anche alcuni ex democristiani vicini ad Alfano e Fitto. Sarebbe il tentativo dei dissidenti di tutti i partiti di condizionare l’elezione del successore di Napolitano, costringendo i “pattisti del Nazareno” a individuare un candidato meno appiattito sull’asse Berlusconi-Renzi e più “ecumenico”, cioè una via di mezzo tra il fondatore dell’Ulivo e il “dottor Sottile”.