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AFRICA

Prove di "primavera" subsahariana in Senegal?

Il presidente Abdoullaye Wade tenta una riforma della legge elettorale
che gli possa garantire la rielezione
a febbraio, ma la "piazza"insorge.

Articoli tematici 04_07_2011
Abdoullaye Wade

 

Finora l’effetto domino delle rivolte scoppiate a gennaio in Tunisia e in Algeria non aveva toccato l’Africa subsahariana, tormentata da conflitti ai quali in larga misura la popolazione è estranea, pur essendone la vittima principale.

In Somalia, per esempio, i capi clan continuano da 20 anni a contendersi il potere, trascinando le istituzioni politiche da una crisi a un’altra - l’ultima si è appena consumata in questi giorni ai danni del primo ministro Mohamed Abdullahi Mohamed che il capo dello Stato e il presidente del parlamento hanno costretto alle dimissioni - mentre la popolazione stremata accetta come ineluttabile la propria sorte.

Ma che anche il regime più autoritario, come hanno dimostrato Tunisia ed Egitto, può essere sfidato e sconfitto è una lezione che governanti e governati anche in Africa stanno imparando: forse, almeno in alcuni casi, con esiti migliori e a costi umani meno elevati di quelli pagati dalle popolazioni arabe.

In Senegal, il 23 giugno, le proteste della popolazione nella capitale Dakar e in altre città hanno indotto il parlamento a sospendere la seduta in corso, convocata per votare una riforma della legge elettorale proposta dal governo e voluta dal presidente Abdoullaye Wade, chiaramente al fine di assicurarsi una nuova vittoria alle prossime presidenziali in agenda per il febbraio del 2012.
Si tratta niente meno che di dimezzare la percentuale minima di voti necessaria per vincere le elezioni presidenziali al primo turno, portandola dal 50 al 25%, traguardo che Wade, malgrado un calo di popolarità, raggiungerebbe agevolmente: nel 2007 è stato rieletto con 1,9 milioni di voti, per raggiungere il 25% gliene basterebbero 1,2 milioni. Inoltre la nuova legge prevede l’istituzione della carica di vicepresidente. Wade il 29 maggio ha compiuto 85 anni. Tutti sanno che affiderebbe la nuova carica al figlio Karim, preparando così la propria successione, con l’evidente obiettivo di trasformare la presidenza in un’istituzione dinastica come è successo negli scorsi anni in Togo, Repubblica Democratica del Congo e Siria.

La vittoria della protesta popolare può decretare la fine di questo progetto e addirittura impedire la ricandidatura di Wade dando vigore e strumenti all’opposizione che ne contesta la legittimità. Wade infatti sta svolgendo il suo secondo mandato ed è intenzionato a candidarsi per la terza volta nonostante che l’attuale legge elettorale limiti a due i mandati presidenziali che un senegalese può ricoprire. Non essendo riuscito a far abrogare l’articolo di legge che pone questo limite, Wade ha però ottenuto che i giuristi suoi alleati ne dessero un’interpretazione a lui favorevole: dal momento che l’articolo è in vigore dal 2001, essi sostengono che non si deve tenere in considerazione il primo mandato svolto da Wade poiché è iniziato nel 2000, prima che la norma dei due mandati entrasse in vigore.

Spetterà al Consiglio costituzionale pronunciarsi sulla legittimità della sua candidatura e può darsi che anche questo organismo, come il Parlamento il 23 giugno, ceda alle istanze della popolazione.
I dimostranti del 23 giugno, confortati dal successo ottenuto, hanno fondato un movimento chiamato appunto “23 giugno” e si dicono determinati a proseguire nella loro battaglia per la democrazia.
Intanto il movimento si consolida e guadagna consensi aderendo alle manifestazioni di protesta in corso a Dakar e in altri centri urbani a partire dal 28 giugno, scatenate dall’esasperazione per un’ennesima interruzione – questa volta di 72 ore – dell’erogazione della corrente elettrica. I black out sono frequenti in Senegal e provocano non soltanto ovvi disagi, ma ingenti danni economici, soprattutto alle piccole attività commerciali e produttive per le quali ricorrere ai generatori è un onere eccessivo. La gente inferocita ha assalito, saccheggiato e dato alle fiamme edifici pubblici, sedi della società elettrica nazionale e abitazioni di personalità politiche.

Di sicuro giova ai progetti del presidente Wade il fatto che Ministro dell’energia sia, guarda caso, proprio suo figlio Karim.