• MEMORIE

Prodi, Letta, Pisapia, i vinti si raccontano

Quando hanno avuto la responsabilità di governare il Paese o di amministrare grandi città non hanno brillato, ma ora non digeriscono la sconfitta e usano i libri per togliersi sassolini dalle scarpe. E' il destino che accomuna tre protagonisti della sinistra: Prodi, Letta e Pisapia.

Giuliano Pisapia

Quando hanno avuto la responsabilità di governare il Paese o di amministrare grandi città non hanno brillato, ma ora non digeriscono la sconfitta e usano i libri per togliersi sassolini dalle scarpe. E' uno strano destino quello che accomuna due ex premier (Prodi e Letta) e un sindaco (Pisapia), autori e protagonisti di libri autobiografici o libri-intervista nei quali ripercorrono le tappe della loro parabola politica, con ricostruzioni quasi sempre attraversate da livore, rancore e risentimento verso avversari, alleati ed ex alleati.

Il primo a far parlare di sé, nelle settimane scorse, è stato Romano Prodi che racconta aneddoti su decenni di rapporti personali e di storia d'Italia in un libro-intervista a cura di Marco Damilano dal titolo "Missione Incompiuta" e si concede giudizi tranchant, anche velenosi, su molti protagonisti della vita politica, e non solo. Apocalittiche le sue considerazioni sul futuro del Paese: "L'Italia non sarà la prima ad affondare, ma è solo questione di tempo: se non si cambia integralmente politica su scala europea, saremo travolti tutti". E sentenzia: "Tre presidenti del Consiglio non eletti dal popolo sono certamente un intervallo troppo lungo del processo democratico". Ma gli affondi più velenosi l'ex premier li riserva all'attuale inquilino di Palazzo Chigi, con cui mostra di avere un conto in sospeso: "Matteo Renzi valorizza l'eredità dell'Ulivo a giorni alterni". Il Professore non sente una propria estraneità rispetto al Pd, ma parla della "fine di una missione", per la precisione di "una missione incompiuta".

E sulla sua mancata elezione al Quirinale parla dei 101 franchi tiratori che "in realtà sono stati quasi 120" e lamenta il fatto che "per due giorni nessuno del Pd mi ha difeso ed è stato per me il momento di massima amarezza". E precisa: "Solo una dichiarazione personale da parte di Rosy Bindi". Secondo Prodi in quel voto c'era "il non volere un presidente della Repubblica difficilmente controllabile".

E non risparmia nelle sue invettive il nemico di sempre, Silvio Berlusconi, ironizzando sulla sua discesa in campo: "Ci sono momenti in cui l'Italia ha bisogno di un'auto-illusione ed è disposta a non guardare dentro a se stessa pur di continuare a illudersi". Una delle poche riflessioni condivisibili del volume di Prodi è quella in cui critica i metodi seguiti da Antonio Di Pietro durante gli anni di Mani Pulite ("Pur inserendosi in una doverosa e lungamente attesa campagna di pulizia, segnarono anche l'inizio della stagione di un populismo senza freni"). Passaggi al vetriolo nelle pagine del libro, anche su Massimo D'Alema, accusato di aver tramato per andare al governo nel 1998 spodestando lo stesso Prodi. Se un filo sottile lega il libro di Prodi a quello di Enrico Letta è proprio l'anti-renzismo.

Romano Prodi ed Enrico Letta

Un libro pieno di riflessioni significative e controcorrente è quello scritto da Enrico Letta, intitolato “Andare insieme, andare lontano” e che è uscito proprio ieri. Dominante il rancore per lo sgambetto che gli ha fatto l'attuale premier: "In dieci mesi del mio governo ho vissuto nella sensazione di un assedio continuo, spinte che convergevano su un unico obiettivo, far cadere il governo. Prima Grillo, poi Berlusconi, infine Renzi". Letta gioca di sponda perfino con le parole del Papa: "Papa Francesco mi disse ad Assisi: ‘Ho capito quale talento potrà sviluppare nella vita quando non sarà più primo ministro: potrebbe essere un buon trapezista’”.

E dall'ex sindaco di Firenze prende le distanze in modo netto, soprattutto dalla sua proverbiale "annuncite": "Non puoi affidarti alla logica pokeristica del rilancio continuo - oggi una promessa, domani un’altra - perché alla fine il bluff viene scoperto. In politica serve l’autorevolezza dei comportamenti e del pensiero di chi non imbocca la scorciatoia del ‘lo vuole la gente’. Come scrisse Kafka: ‘C’è un solo peccato capitale: l’impazienza. Per esso l’uomo è stato cacciato dal paradiso ed è per questo che non ci torna’”. Fino alla stoccata più dura: "Constato che i cento giorni con cui l’attuale governo avrebbe dovuto rivoluzionare il Paese sono diventati mille. Alcuni risultati arrivano, su altri ci si muove a forzature, quasi che la priorità sia ‘fare per dire di aver fatto’ piuttosto che fare bene. In concreto l’operazione si è tradotta soprattutto in una sostituzione di gruppi dirigenti e in un quadro politico, prima plurale e oggi dominato da una persona sola. Nel Novecento regimi di ogni colore politico hanno alimentato il mito dell’efficienza e del decisionismo. Ma erano, infatti, regimi”. Parole che trasudano risentimento profondo e insanabile e che preludono, presto o tardi, a una resa dei conti. Si vocifera che Letta stia facendo un passo indietro dimettendosi da parlamentare per poi farne due avanti, proponendosi entro un anno come l'antagonista di Renzi dentro il Pd.

Animato da propositi di riposizionamento nell'agone politico anche l'attuale sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, che, dopo aver deluso cocentemente i cittadini milanesi e aver annunciato di non volersi ricandidare (ma il Pd l'avrebbe riproposto?), ha iniziato a strizzare l'occhio alla sua parte politica di riferimento, l'estrema sinistra. Non si spiegherebbero altrimenti alcuni feroci strali lanciati nel suo ultimo libro all'indirizzo di assessori ed ex assessori della sua giunta e di protagonisti politici di centrosinistra.

Giuliano Pisapia 

Anzitutto Stefano Boeri: "Voleva l'urbanistica, ma lavorava su progetti per mezza città", rivela il primo cittadino di Milano. Già nella premessa al volume, Pisapia fa capire di non voler usare toni morbidi: "Confido di poter essere ricordato come protagonista di una grande stagione di cambiamento, se non addirittura di liberazione, dopo un ventennio che stava rinchiudendo la città in una cappa opprimente. E spero mi venga riconosciuto di essere stato il sindaco che ha interrotto pratiche diffuse di malgoverno". Perché il sindaco accetta solo ora di raccontare episodi di quattro, cinque anni fa assai significativi del clima che si è respirato nella sua amministrazione? Non mancano, infatti, le stilettate al Pd che, "indebolito dai lunghi anni passati all’opposizione, era stretto tra l’arroganza di una parte del gruppo dirigente che si sentiva intoccabile e la mancanza di fiducia in se stesso". "Quelli che stavano al vertice – aggiunge - mi guardavano come un nemico. A farmi ritirare dalle primarie ci hanno provato in tutti i modi". Ne ha per tutti il malmostoso Pisapia, anche ovviamente per i suoi avversari. Di Letizia Moratti scrive: "Arrivava nascosta nell’auto blindata, con i vetri oscurati, guidata da un autista privato. Altera, ricca, distante dai problemi delle persone e della città. Aveva cominciato presentandosi da indipendente ma il lunedì andava a rapporto alla corte di Arcore". Caustico anche su Roberto Formigoni e su Palazzo Lombardia, "voluto come un monumento a se stesso dal governatore che per 18 anni è stato il monarca assoluto, travolto dagli scandali e costretto a cedere lo scettro".

Parole di fuoco, esattamente come quelle di Prodi e Letta, uomini a fine corsa o quasi, incapaci di incidere positivamente sul governo del Paese e sulla gestione di Milano, e ridotti a usare la penna per far sentire la propria voce e per sottrarsi all'insignificanza politica che sembra avvolgerli inesorabilmente. Tre delusioni in diverse fase storiche e in diversi contesti. Se l'Italia e Milano vivono le emergenze attuali, è anche "merito" loro.