• SCANDALO VATICANO

Processo Becciu, il giallo degli atti mancanti o falsi

Tensione in Vaticano per la nuova udienza del processo sullo scandalo londinese che vede coinvolto l'ex cardinale Becciu. Scambio di accuse su documenti mancanti o manipolati tra la difesa e il promotore di giustizia. Papa Francesco tirato in ballo in una videoregistrazione

Dopo più di un mese di stop, è ripreso nella Sala Polifunzionale dei Musei Vaticani il processo scaturito dalle indagini sull'acquisto del palazzo londinese di Sloane Avenue. Quella di ieri è stata un'udienza di fuoco in cui ha avuto luogo un duro scontro tra pm e difesa. A far discutere ancora i video delle deposizioni di monsignor Alberto Perlasca, la presunta 'prova regina' nelle mani dell'ufficio del Promotore di giustizia che però si era rifiutato di depositare nonostante l'ordine del Presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone.

Lo scorso 3 novembre le video-registrazioni sono state depositate ma non hanno comunque soddisfatto la difesa degli imputati che ha lamentato pesanti omissis, al punto da parlare di "manipolazione delle prove". I legali hanno spiegato in una nota di aver constatato che "dalle registrazioni sono stati omissati brani di dichiarazioni ad insondabile giudizio del Promotore, in ragione di asserite esigenze investigative non riscontrabili in alcun modo dalla difesa, né dallo stesso Tribunale". Il promotore di giustizia aggiunto, Alessandro Diddi, ha replicato sostenendo che le questioni sollevate dalle difese sarebbero "pretestuose" e ha lanciato un guanto di sfida, dicendo che se "qualcuno pensa che l'ufficio del Promotore ha prodotto falsi" dovrebbe procedere a denuncia per falso ideologico.

Che ci sia qualcosa che non va sulla deposizione degli atti, però, lo ha fatto capire anche il presidente del Tribunale, Giuseppe Pignatone, rinviando l'udienza all'1 dicembre e affermando che "senza una conoscenza piena degli atti non inizieremo il procedimento, ci vuole ancora tempo e chissà se riusciremo a cominciare". L'ex procuratore della Repubblica di Roma ha deciso che non si va avanti senza la deposizione degli atti completi. Quello di ieri è solo l'ennesimo inciampo di un processo in cui, dopo quattro udienze, si è già passati da dieci a sei imputati  (Becciu, Crasso, Di Ruzza, Marogna, Torzi, Bruelhart) mentre il rinvio a giudizio di Nicola Squillace, Fabrizio Tirabassi, Raffaele Mincione e monsignor Mauro Carlino è già stato azzerato, accogliendo le richieste dei loro legali per procedere da capo con un procedere “corretto interrogatorio”.

Ieri, dicevamo, nuovi problemi procedurali sollevati dalle difese che oltre a denunciare la presunta incompletezza degli atti, si sono lamentati per l'esiguità del tempo a loro disposizione per esaminarli ed hanno chiesto la nullità del processo. Fabio Viglione, avvocato del cardinale Becciu, è tornato a chiedere che sia chiarito lo status processuale di monsignor Alberto Perlasca e ad incalzare i pm vaticani affinché venga svelato una volta per tutte se l'ex funzionario dell'ufficio amministrativo della I Sezione della Segreteria di Stato "sia o non sia stato imputato nel presente procedimento penale; per quali reati egli sia stato imputato o lo sia tuttora" e se nel frattempo "sia stata pronunciata archiviazione anche in quel procedimento (visto che non compare fra gli imputati)". 

La figura di Perlasca, centrale per mandare alla sbarra l'ex Sostituto, continua ad essere circondata da un alone di mistero dal momento che risultava essere uno dei primi indagati nell'inchiesta sull'affare londinese ma non è stato rinviato a giudizio perché non sarebbero emersi nei suoi confronti "elementi per sostenere che il comportamento sia stato improntato a infedeltà e ispirato alla realizzazione di interessi personali", secondo i pm.

Questo mancato rinvio a giudizio, però, non viene riconosciuto da nessuna parte come un 'premio' per aver collaborato nelle indagini. La richiesta di chiarire lo status processuale del prelato comasco, prima che dall'avvocato di Becciu, era già stata avanzata dallo stesso presidente Pignatone che nell'ordinanza di una precedente udienza aveva scritto che sarebbe "necessario che il Promotore di giustizia comunichi se Mons. Perlasca sia imputato in questo o in altri procedimenti e per quali reati, onde poterne apprezzare la veste processuale in vista delle future attività istruttorie".

La giornata di ieri, inoltre, si è tinta di giallo dopo che l'avvocato Carlo Panella, difensore di Enrico Crasso, ha fatto sentire in Aula un passaggio di una video-registrazione dell'interrogatorio a Perlasca nel quale si sentirebbe il pm Alessandro Diddi affermare presumibilmente: "Noi siamo andati dal Santo Padre e gli abbiamo chiesto ciò che è accaduto". Secondo Panella, queste parole lascerebbero intendere che l'ufficio del Promotore di Giustizia avrebbe sentito come testimone Papa Francesco. Una testimonianza di cui, a suo dire, la difesa non avrebbe alcun verbale, determinando quindi la nullità della citazione a giudizio.

Ci è voluta una pausa di circa un'ora prima della replica dei magistrati vaticani che hanno negato di aver sentito a verbale il Pontefice. "Perlasca - ha detto Diddi - stava raccontando delle cose e ci sembrava che stesse andando a sbattere contro un muro; noi avevamo la conoscenza dei fatti, ma soprattutto di quello che il Papa aveva detto in tempi non sospetti". Il riferimento è alle parole di Bergoglio sull'aereo di ritorno dal viaggio apostolico in Thailandia e Giappone, quando aveva raccontato della richiesta di autorizzare le perquisizioni avanzatagli dall'ufficio del Promotore di Giustizia. La prossima udienza è fissata all'1 dicembre. Sul processo, però, incombe l'ultimatum del presidente Pignatone: o si depositano tutti gli atti o c'è il rischio che neppure si cominci. 

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