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Prevost a Pompei e Napoli nel suo primo "compleanno" da Papa

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Fede e carità, pace e giustizia le parole chiave della trasferta campana di Leone XIV. Eletto nel giorno della supplica alla Madonna del Rosario, un anno dopo si è recato nel santuario mariano. Nel pomeriggio l'incontro col clero partenopeo e il discorso alla città.

Ecclesia 09_05_2026
Foto Alessandro Garofalo/LaPresse

Primo anniversario in trasferta per Leone XIV, a un anno esatto dall’elezione avvenuta nel giorno della supplica alla Madonna di Pompei, come lui stesso ricordò nella sua prima apparizione sulla loggia di San Pietro l’8 maggio 2025. «Dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa», ha detto durante l’omelia nella Messa celebrata ieri mattina a Pompei, dove questa volta è stato il Papa stesso a pronunciare la supplica.

L’arcivescovo Tommaso Caputo gli ha dato il «benvenuto nella città di Maria e del Rosario, la città della Supplica, la preghiera che per ineffabili vie ha condotto Vostra Santità tra noi nel giorno del primo anniversario dell’elezione al soglio pontificio», ha detto salutando il Pontefice nel primo incontro della giornata, quello con il Tempio della Carità, che «fa sintesi dei valori che hanno sostenuto nascita e sviluppo della nuova Pompei» dall’8 maggio 1887, quando i fondatori, san Bartolo Longo e la consorte Marianna Farnararo De Fusco, «inaugurarono l’orfanatrofio femminile accanto al Tempio della Fede in cui veniva solennemente incoronata quel giorno stesso e intronizzata  la venerata immagine della Madonna».

Binomio, quello tra fede e carità, ripreso dal Papa con le parole di Bartolo Longo che definì «luogo dell’amore che scalda il cuore» e «trionfo di fede e carità» quella Valle di Pompei che al suo arrivo era «una terra afflitta da tanta miseria, abitata da pochi contadini molto poveri, funestata dalla malaria  e dai briganti», in cui egli seppe «vedere, però, in tutti il volto di Cristo» facendo sentire loro «il palpito del cuore di Dio». Cosa ha potuto fare di un luogo che sembrava condannato in partenza «un centro di vita cristiana e di devozione a Maria Santissima conosciuto in tutto il mondo»? È stata «la preghiera, in particolare il Santo Rosario» che il Papa definisce «motore nascosto che rende possibile tutto il resto». Ed essere «uomini e donne di preghiera» è il «programma di vita» che indica al clero, ai religiosi e ai laici impegnati nel santuario e nelle opere caritative connesse, «per riflettere, come specchi tersi e umili, la luce che viene da Dio. Così alimenterete, con gesti e parole, la fiamma d’amore che san Bartolo ha acceso».

La venerazione dei resti mortali del santo – canonizzato proprio da Leone XIV il 19 ottobre – ha preceduto la celebrazione della Messa nella piazza antistante il santuario e a lui dedicata. Nell'omelia il Papa ha rievocato l’8 maggio del 1876, centocinquant’anni fa, quando i coniugi Longo gettarono «le basi non solo di un tempio ma di una intera città mariana»; e l’8 maggio dell’anno scorso, il giorno della sua elezione al soglio di Pietro, menzionando non solo la ricorrenza mariana ma anche il nome pontificale scelto «sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio magistero sul Santo Rosario». Circostanze che offrono «una chiave per riflettere sulla Parola di Dio appena ascoltata» incentrata sull’incarnazione del Verbo nel grembo di Maria: «Da questo grembo si irradia una luce che dà il senso pieno alla storia del mondo».

La dolcezza e la potenza di quel mistero conducono il cuore «a quell’altezza contemplativa» del Rosario, che «è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù». Preghiera che è «un atto di amore» anche nella sua apparente ripetitività: «Non è forse proprio dell’amore ripetere senza stancarsi: “Ti voglio bene”?». Un’eco che, analogamente alla Liturgia delle Ore, «scandisce il ritmo della nostra vita, riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia», dove «i misteri della vita di Cristo si ritrovano tutti, per così dire, concentrati nel memoriale del suo sacrificio e nella sua presenza reale» .

A Napoli il Papa arriva in largo anticipo e anche il sangue di san Gennaro è già sciolto quando l’ampolla viene posta nelle sue mani. Nella cattedrale partenopea, accolto dal cardinale Domenico Battaglia, dai vescovi ausiliari e dall'emerito Crescenzio Sepe, Leone XIV si rivolge al clero e ai religiosi, ben consapevole che «il peso del ministero e la fatica interiore che ne consegue, oggi sono diventati, per certi versi, ancora più gravosi rispetto al passato», ricordando però loro la «cura» di Gesù stesso che «si affianca e cammina con noi, ci accompagna per aprirci a una nuova luce», come nel brano evangelico dei discepoli di Emmaus, letto poco prima. Ed è ben consapevole del contesto specifico in cui vivono e operano, «una città in cui una religiosità popolare spontanea ed effervescente si intreccia con numerose fragilità sociali», povertà inclusa, una città segnata da bellezza e sofferenza «e perfino insanguinata dalla violenza».

La prima cura che raccomanda è di nuovo il primato della vita interiore, «alimentando costantemente la nostra relazione personale con il Signore nella preghiera»; quindi «una fraternità radicata in Dio», da promuovere e coltivare «proprio perché oggi siamo più esposti alle derive della solitudine, che però si relativizza allargando lo sguardo al di là del presente. Perché da san Gennaro alle numerose figure di santi e sante napoletani nel corso dei secoli si dipana una storia che li riguarda da vicino, che è anche la loro storia: «siete dentro una storia d’amore – quella del Signore per il suo popolo – che è iniziata prima di voi e non finisce con voi (...) ci siete dentro perché, anche nelle fitte trame del buio, voi possiate accendere una luce».

L’ultima tappa è in piazza del Plebiscito, che «è un po’ come il colonnato di San Pietro a Roma», esordisce il Papa (e in effetti il giro in papamobile davanti alle colonne della piazza partenopea ingannava l’occhio). Ritorna il brano evangelico di Emmaus nel discorso alla città, dove è Napoli stessa «che spesso cammina stanca, disorientata e delusa come i due discepoli del Vangelo», e che insieme alla sua «antica bellezza» conosce «anche ferite, povertà e paure» che il Papa enumera dettagliatamente – dalla disoccupazione alla criminalità – e di fronte alle quali invita a fermarsi e chiedersi: «cosa conta davvero?», per dare spazio a quell’«anelito di vita, di giustizia e di bene che non può essere sopraffatto dal male».

Più volte Leone XIV sembra quasi dipingere una suggestiva veduta della «perla del Mediterraneo che il Vesuvio guarda dall’alto», «bagnata dal mare e baciata dal sole», e al tempo stesso raccomanda: «Napoli non deve restare una semplice “cartolina” per i visitatori, ma deve diventare un cantiere aperto, dove si costruisce una pace concreta, verificabile nella vita quotidiana delle persone». Ma questa pace, spiega, «parte dal cuore dell’uomo, attraversa le relazioni, si radica nei quartieri e nelle periferie, e si allarga fino ad abbracciare la città intera e il mondo». E ricorda che «non esiste pace senza giustizia, e che la giustizia, per essere autentica, non può mai essere disgiunta dalla carità». All’ampio discorso segue l’atto di affidamento di Napoli a Maria, a sigillo della giornata campana e mariana iniziata – così come un anno fa il suo pontificato – sotto lo sguardo della Madonna del Rosario.



l'udienza

Primo anniversario per Leone dopo il faccia a faccia con Rubio

08_05_2026 Nico Spuntoni

Quarantacinque minuti di colloquio e il volto sorridente: l'incontro col segretario di Stato americano non è stato un match per Prevost, che oggi spegne la prima candelina da Papa nel momento di massima popolarità dopo le accuse di Trump. Le divergenze sono palesi, ma la Santa Sede non intende rompere con la Casa Bianca.